di Angela Chirico – Grani di rosario al vento. Una litania dolce e malinconica, che si fa preghiera di grazia e di perdono. Donne anziane che procedono scalze, intonando suppliche. Una moltitudine di sguardi devoti rivolti al viso materno e consolante di Maria, Patrona e protettrice della città, il cui culto si celebra, come consuetudine vuole, a metà Settembre. A segnare l’ avvio di un nuovo anno, consacrato dalla Sua benedizione. Un rito atteso dai reggini, che si ripete, sempre, fedele ai suoi crismi. Fu così anche nel Settembre del 1908. Una liturgia che sembrò rinnovare la tutela divina nei confronti della città. Ma, solo tre mesi dopo, un triste presagio. Un’ alba plumbea, dai bagliori violacei, sorse ad annunciare il disastro imminente.
Un boato che sembrò squarciare le viscere della terra colse Reggio nel sonno, stordita ed impreparata a fronteggiare la catastrofe. Erano le 5: 21 quella mattina del 28 Dicembre 1908, quando un sisma del decimo grado della scala Mercalli, seguito da un violento maremoto, inghiottì la città e numerosi comuni limitrofi, portando via con sé le vite di oltre 20 mila persone. Reggio, costruita ad anfiteatro sul versante di una collina, in una splendida posizione geografica, circondata da agrumeti e vigneti: così la ricordavano i visitatori che avevano avuto modo di ammirarla prima che il terremoto distruggesse l’ opera paziente e tenace che tante generazioni avevano svolto dal 1783, anno in cui la città aveva subìto l’ oltraggio di un altro sisma, quello del 5 Febbraio. Una fatica che stava portando alla realizzazione di alcune opere di sistemazione e di ingrandimento, come la rete elettrica, la riqualificazione di rioni malfamati tra cui Orange e Fornace, il riassetto dell’ area portuale. Il terremoto, oltre alle vittime, uccise anche le residue speranze di rinascita di una città già duramente provata, lasciandosi dietro solo cadaveri, macerie e fango. Parte da qui la storia recente di Reggio. Un evento, quello del 1908, che assurge a metafora del declino che ne è seguito e che perdura, forse in misura minore, ancora oggi. Uno spartiacque tra un passato dai tratti chiaroscuri, e un presente che si prefigurava carico di incognite. Dei fasti della Magna Graecia, quando era centro vitale e fiorente di cultura e di commerci, Reggio conserva oggi solo i ricordi e i pochi reperti archeologici sopravvissuti alle calamità naturali e alle due guerre mondiali. Un destino, il suo, che intreccia da sempre i fili della miseria, della sopraffazione, della speranza di rigenerazione fiaccata ora da una natura matrigna, ora da abusi e nefaste amministrazioni. Condizioni di vita spesso intollerabili, a contatto con un territorio denso di bellezza, ma spesso avaro nel dispensare i suoi frutti e nel fornire prospettive di futuro, hanno scolpito nei reggini un temperamento chiuso, diffidente, capace di grande umanità ma, forse, più incline a salvaguardare l’ interesse individuale che a coltivare il bene comune. Quasi a confermare, nomen omen, l’ etimologia di quel nome impostole dagli antenati greci. Reggio, che nella lingua dei padri, vuol dire divisione, frattura. Uno scenario dipinto con sensibilità e partecipazione negli scritti di Corrado Alvaro, giornalista e scrittore figlio di quella San Luca dilaniata dalla faida e ancora sotto i riflettori per la strage di Duisburg, e nei versi del poeta reggino Nicola Giunta, cantore appassionato, ma per nulla indulgente, della sua terra e dei suoi concittadini. Negli anni dopo il terremoto, nonostante le ottimistiche previsioni sulla ricostruzione della “Grande Reggio”, questa procedette con lentezza, e la fase provvisoria dei baraccamenti durò a lungo. Ad imprimere un’ ulteriore degrado furono i due conflitti mondiali, con il loro tributo di morti e di disperazione. Uno stato che neanche l’ attesa liberazione, da parte degli alleati, riuscì a risollevare. E poi, negli anni successivi, qualche cenno di rifacimento, mentre tanti cittadini, spesso analfabeti e avvezzi solo a lavorare nei campi, seguendo le orme dei loro padri, emigravano in cerca di miglior fortuna. Reggio che, nonostante le fatiche, perse negli anni ‘70 quel ruolo di capoluogo che da sempre si era attribuita. Una rivolta popolare, strumentalizzata poi da qualche corrente politica, segnò l’ approfondirsi del solco, già tracciato, tra la comunità cittadina e lo Stato centrale. Ancora illusioni, ancora promesse non mantenute, come quelle annunciate nel famigerato “pacchetto Colombo”. A Cosenza l’ Università, a Catanzaro il capoluogo e la sede della Regione, a Reggio il Consiglio Regionale e il polo industriale nella Piana di Gioia Tauro. Questi gli accordi. Ma non se ne fece nulla. Perlomeno a Reggio che, sebbene ottenne, di fatto, il Consiglio, non ebbe mai il suo sviluppo industriale e le attese ricadute occupazionali, che forse avrebbero dato un futuro a migliaia di giovani, e sottratto manovalanza al crimine organizzato. Un crimine la cui ascesa dilagante veniva nel frattempo testimoniata dalla faida tra i cartelli contrapposti dei De Stefano e degli Imerti, che ogni giorno decretava ed eseguiva condanne a morte. Fino alla pax mafiosa degli anni ‘90, per la quale si mobilitarono esponenti delle famiglie malavitose emigrate in Canada e la mafia siciliana, attraverso la mediazione dello stesso Totò Riina. Poi, una parentesi felice, quella della Giunta guidata dal primo sindaco comunista, Italo Falcomatà, che inaugurò la stagione della “primavera reggina”. Una fase di rilancio e di forti aspettative. Ma la prematura scomparsa del suo promotore, nel 2001, ne segnò una dolorosa battuta d’ arresto. Infine, l’ attuale gestione Scopelliti, riconfermata nel 2006 con un plebiscito popolare. Oggi, quella pace sancita nei primi anni ‘90 dura ancora. E’ un’ atmosfera di apparente tranquillità quella che si vive per le strade. Il passeggio sul Corso Garibaldi. La movida estiva, con le manifestazioni spettacolistiche volute dall’ Amministrazione. Uno scenario da cartolina, in cui le due coste, divise da un mare disteso e limpido, si guardano, si rincorrono, si toccano, quasi, nel punto più vicino. Ma restano, ancora, irrimediabilmente distanti, stante la carenza di trasporti e di servizi. Reggio si mostra così. Una calma illusoria ne pervade ogni angolo. Nella capitale della ‘ndrangheta, asservita e piegata a logiche criminali persino nel modo di pensare, non si registrano, o quasi, furti, scippi, violenze sessuali. Nulla turba l’ ordine imposto dai clan. Nulla può succedere che sfugga al loro controllo. Un predominio attestato, ogni giorno, dagli attentati ai danni di autovetture ed esercizi commerciali che pretendano di sfuggire alla morsa del racket. Ma la microcriminalità, che altrove suscita l’allarme sicurezza, praticamente non esiste. Solo una facciata, però, costruita per coprire altri traffici e interessi. E che cela, sotto il suo manto soffocante, gli stessi atavici problemi di degrado, disoccupazione, sottosviluppo, mai risolti. Perché nascere qui significa, il più delle volte, essere condannati allo stesso destino di emigrazione già vissuto dai nostri padri e dai padri dei nostri padri. Lasciare una terra amata, pregna di ricordi e di affetti, ma assai ingenerosa con i suoi figli. Una terra che chiede sacrificio, sudore, lavoro, senza dare nulla in cambio. E che lascia aperta una sola via, quella percorsa con una valigia in mano, carica di sogni e di nostalgia. Tra pochi giorni si rinnoverà l’ appuntamento con le tradizionali festività mariane. Il sacro e il profano che si mescolano. La venerazione popolare nei confronti della Sacra Effigie della Madonna della Consolazione. Il dipinto, opera del reggino Nicolò Andrea Capriolo, che raffigura la Vergine seduta in trono, con in braccio Gesù Bambino, affiancata da San Francesco d’ Assisi, con una croce ed il libro delle Regole, e da Sant’ Antonio da Padova, con il giglio ed il libro della scienza teologica. In alto, due angeli che le tengono una corona sospesa sul capo. La monumentale Vara, realizzata tra il 1824 e il 1831, in lamina d’argento sbalzato su anima di legno. Un quadro incorniciato nell’ artistico pannello bronzeo opera dello scultore calabrese Alessandro Monteleone, che viene portato a spalla dal santuario dell’ Eremo, dove è custodito per tutto l’ anno, fino alla Basilica Cattedrale, in pieno centro cittadino. E poi la lunga processione, che si compie sin dal 1636: un corteo animato dalla fede e dalla penitenza. Di contorno, le bancarelle di dolciumi e paccottiglia, il profumo intenso di salsicce arrostite su banchi improvvisati, il giro sulle giostre. Poi, in chiusura, i fuochi d’ artificio a tinteggiare la notte. Pitture di suoni e di colore che disegnano le loro evoluzioni sopra un cielo d’inchiostro. Una comunità che come ogni anno, si affida alla benevolenza d
ella sua “Avvocata”, perché ne preservi le sorti e le conceda, ancora una volta, la sua protezione. Un altro anno può iniziare.




