di Anna Foti – Fuori da Confindustria Calabria 140 aziende non risultate in linea con la regola anti-prestanome e la certificazione antimafia anche per soci e conviventi. Così, a ridosso dello scoglimento e del cambio al vertice di Assindustria Reggio Calabria con la successione di Francesco Femia a Pasquale Mauro, anche la Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia reggine hanno collaborato ad un’analisi approfondita degli elenchi prima di vietare la permanenza in casa Confindustria di un centinaio di imprese solo nella nostra città, su un totale di 140 in tutta la Calabria. Anche in Calabria, dunque, si vorrebbe intraprendere la strada verso una netta linea di demarcazione tra economia virtuosa ed economia criminale.
Potrebbe dunque arrivare nella nostra regione un po’ di chiarezza in quei rapporti troppo spesso carichi di zone grige in cui fluttuano ricatti, illegalità, ingenti somme sporche e finora ben ripulite. Un risultato maturato dopo la svolta isolana guidata da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia che ha espluso 51 imprese perchè pagavano il pizzo, e a seguito delle perplessità, manifestate dal presidente calabrese Umberto De Rose nell’aprile scorso al Corriere della Sera, circa l’applicabilità di un simile modello di rivolta al pizzo anche in una Calabria dove “lo Stato – aveva affermato – dovrebbe mostrare di più i muscoli per favorire gli investimenti sopratutto calabresi e garantire la libertà delle istituzioni dai ondizionamenti”. Dunque la Calabria non sarebbe ancora sufficientemente preperata a questa ribellione, nonostante l’economia criminale sia tanto avvinghiata alla produttività del territorio da contare su una percentuale altissima di imprese ed esercizi commerciali afflitte dall’estorsione imposta dalla ‘ndrangheta.”Espellerli da confindustria – aveva dichiarato De Rose – significa punirli una seconda volta”.
E saranno state queste diverse posizioni ad avere determinato in Calabria un diverso metodo per raggiungere un medesimo obiettivo. Ripulire l’economia sì, ma attraverso la rivisitazione degli elenchi sulla base del codice etico di Confindustria che, diversamente da quello siciliano, punta su un’indagine dell’intenzione deliberata di collaborare con la malavita. Elemento che non può essere, ad avviso di Umberto De Rose, ravvisato in chi invece è costretto a pagare il pizzo. “In Sicilia le regole d’ingresso sono improntate prevalentemente sulla lotta al pizzo – ha infatti spiegato Umberto De Rose su un articolo apparso su “Il Sole 24 ore di alcune settimane fa – ma noi abbiamo voluto guardare di più all’elemento volitivo: per noi l’imprenditore che si limita a pagare il pizzo non è altro che una vittima. Se invece l’azienda è collusa con la ‘ndrangheta noi l’allontaneremo dall’associazione”. Ecco che il presidente calabrese sposta l’asse di responsabilità da chi paga, perchè piegato e minacciato nei suoi affetti più cari a chi non è in grado di garantire sicurezza, considerando come ambito di presa in carico di Confindustra non la punizione di chi, secondo, questa ottica, sarebbe già vessato dalle estorsioni, ma l’individuazione e l’esclusione di chi alimenta un livello di corruzione ormai altissimo anche al Sud. Se per la Sicilia, dunque, è la lotta al pizzo il viatico per la “liberazione” dell’economia dal dominio di Cosa Nostra, in Calabria si cerca invece di colpire e neutralizzare gli imprenditori collusi che tengono in ostaggio un’intera economia, ostacolando la libera competitività e la creazione di un mercato aperto e scevro da rischi che non siano legati a fattori esclusivamente imprenditoriali. Nonostante questa svolta, su Confindustria Calabria resta l’ombra della posizione di sostegno assunta sulla vicenda del Vrenna, vicepresidente calabrese e presidente crotonese dell’Assindustria, condannato a quattro anni di reclusioni nell’ambito di un’inchiesta su rapporti tra politica e ‘ndrangheta.
Grande soddisfazione è stata espressa dal numero uno di Confidustria, la presidente Emma Marcegaglia, per i risultati in ottenimento in Sicilia, Calabria e Campania su questo fronte. Lo stesso Achille Serra, commissario per la Lotta alla Corruzione, rinviene in questi nuovi percorsi, utili occasioni di riflessione e dibattito nazionali. Significatici passi in avanti, ma non dimentichiamoci, dati alla mano, che il lavoro appena iniziato ha il fine di guarire il tessuto economico e produttivo lasciato per decenni in pasto ai due cancri famelici dell’estorsione e della corruzione. Malattie terminali da cui è affetta anche la nostra città.




