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Se le cosche sparano, vuol dire che soffrono

12 Agosto 2008
in Storie
Tempo di lettura: 2 minuti
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cosche1.jpg
di Giusva Branca
– E’ un mondo che vive anche di segnali, di affermazione del predominio sul territorio, di immagine. Può sembrare un paradosso ma non lo è: in Calabria e, soprattutto, a Reggio, è in corso una battaglia nella battaglia.

All’interno della lotta tra Stato e criminalità organizzata, parallelamente, le due parti stanno sottilmente combattendo anche per garantirsi l’affermazione agli occhi della gente.

Per una criminalità oggettivamente colpita in maniera pesantissima negli uomini e nei capitali da numerosissime operazioni di polizia giudiziaria concluse negli ultimi mesi può apparire di importanza capitale riaffermare il proprio predominio sul territorio.

E questa riaffermazione passa attraverso l’unico sistema che conoscono; la violenza più chiara, più diretta, quella che meno necessita di interlocuzioni, di chiavi di lettura.

Gli atti intimidatori continui, pedissequi, in un momento di grave difficoltà per le cosche sono un segnale inequivoco per tutti, per i commercianti, per i taglieggiati, per tutti coloro che, in qualche modo, devono piegarsi.

Il messaggio è: “guardate che qui, nonostante tutto, comandiamo noi!”

La storia criminale del Paese – e specificamente della lotta alle mafie – ha insegnato che le fasi di controffensiva dello Stato portano inevitabilmente instabilità, reazioni violente e quasi schizofreniche delle cosche.

Una sorta di “effetto-tonnara” caratterizza da sempre la reazione della criminalità braccata, anche a causa dell’automatica ricerca di nuovi equilibri interni che si rende necessaria dopo le frequenti decapitazioni giudiziarie.

E’ bene prepararsi: se è vero che il “silenzio” mafioso sul territorio fa il paio con la massima floridità dei traffici criminali, di converso la lotta dura al crimine comporta periodi di instabilità e di reazione.

E’ un prezzo da pagare.

Speriamo che ne valga la pena

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