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    Cesare Pavese confinato a Brancaleone

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    di Anna Foti – Carattere introverso e instabile. Scrittore talentuoso e innovativo. Insegnante, traduttore, autore di versi e romanzi, tra cui “Lavorare stanca” per la poesia e “La bella estate” (Premio Strega 1950) e ultimo romanzo pubblicato in vita “La luna e i falò”, “ Paesi tuoi” per la prosa.

    Cesare Pavese è stato tra i più grandi scrittori del Novecento italiano. Piemontese nato a Santo Stefano Balbo (Cuneo) e appassionato di lingua inglese e letteratura anglo-americana con una tesi su “La interpretazione della poesia di Walt Whitman” presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, Pavese si ritrova a percorrere un tratto della sua strada di letterato e antifascista nella provincia reggina. In particolare egli fu condannato dal regime a tre anni di confino, di cui due successivamente condonati, a Brancaleone dove giunse il 3 agosto del 1935 e di cui raccontò nel suo romanzo “Il carcere” scritto a cavallo tra il 1938 e il 1939. La sua amicizia stretta con intellettuali antifascisti di spicco quali Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi, gli costarono le antipatie del regime e quella perquisizione cui seguì la condanna al confino. Nel 1935, infatti, i componenti della redazione di “Cultura”, la rivista di Einaudi per cui collaborava fu tratta in arresto. Alla base della sua accusa anche il ritrovamento presso la sua abitazione di una lettera di Altiero Spinelli, già detenuto per motivi politici, in verità rivolta a Tina (Battistina Pizzardo), donna di cui lo scrittore era stato innamorato.

     

    cesare_pavese.jpgUn’esperienza di confinato che nella sua lettera adl suo professore Augusto Monti ha descritto così: “Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo “dando volta”, leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un’inutile castità”. Quello zibaldone sarebbe stato pubblicato in seguito. Immerso nei paesaggi brulli e salvaggi della Calabria, Cesare Pavese infatti comincia a stendere il suo diario, poi pubblicato con il titolo “Il mestiere di vivere”. Fu a Brancaleone che Cesare Pavese conobbe Concetta Denfino, detta “Concia” all’epoca solo quattordicenne. Ella fu grande e discreta musa ispisratrice dello scrittore torinese. Nel ricordo della sua morte, avvenuta nel 2002, e della prestigiosa permanenza nel comune jonico di Cesare Pavese che tutti in paese  ricordano come “U professori”, l’amministrazione di Brancaleone dedica spesso iniziative e incontri. In passato era stata anche istituita una biblioteca intitolata allo scrittore.

     

    Al rientro anticipato dal confino, nel 1936, ad attendere Pavese una forte delusione sentimentale, che non sarebe stata l’ultima, e la ripresa della collaborazione con Einaudi di cui diventerà, di fatto e poi formalmente, direttore editoriale. Prosegue intensamente la sua carriera di traduttore e scrittore. Si consacra per il suo stile essenziale ma poetico. Nel dopoguerra si iscrive al partito Comunista e , collaborando presso la redazione de “L’unità”, conosce Italo Calvino. Nonostante i riconoscimenti e le pubblicazioni, non si placano la sua inquietudine e il suo disagio esistenziale. Si suicida in una camera dell’albergo “Roma” di Torino il 26 agosto del 1950. Forse anche Brancaleone, sulla costa Jonica della nostra provincia, conserva segretamente una traccia di quella inguaribile inquietudine.