
di Claudio Cordova – Di fronte, l’un contro l’altro armati, ci sono l’esercito dei volontari, agli ordini di Giuseppe Garibaldi, e quello piemontese comandato dal colonnello Pallavicini di Priola. Il teatro della battaglia è la Calabria, l’Aspromonte. E’ il 25 agosto del 1862 l’esercito dei garibaldini, duemila in tutto, è sbarcato all’alba in Calabria, tra Melito e Capo d’Armi.
I volontari sono decisi a prendere Roma con la forza, mentre il compito di Pallavicini è quello di bloccarli.
L’esercito di Garibaldi muove verso Reggio Calabria, ma viene bloccato da una scarica di fucileria proveniente da un plotone di truppe regolari; l’attacco si ripete anche se l’ordine imposto dallo stesso Garibaldi ai proprio uomini è quello di non sparare. I garibaldini scelgono allora la via della fuga e il posto più congeniale per chi deve nascondersi è l’Aspromonte.
Purtuttavia il viaggio si trasforma ben presto in un’odissea: quattro giorni e quattro notti senza viveri e sotto una pioggia battente. Da duemila i garibaldini sono rimasti adesso in appena cinquecento.
Lo scontro, inevitabile, arriva nella mattina del 29 agosto: le truppe regolari possono vantare circa tremila e cinquecento uomini. Una maggioranza schiacciante rispetto all’esigua truppa di Garibaldi: non c’è altra alternativa, per “l’eroe dei due mondi” che tergiversare e sperare in un cambio di bandiera dei piemontesi, in modo tale da poter uscire vivi dall’Aspromonte e continuare le operazioni per la presa di Roma.
Gli auspici di Garibaldi, però, vengono presto disattesi.
Lo squillo di una tromba è il prodromo dell’attacco. I piemontesi aprono il fuoco e colpiscono proprio il comandante Garibaldi, in prima fila nella speranza di convincere il nemico a passare dalla sua parte. Il generale viene colpito alla coscia sinistra e al piede destro e trasportato sotto un albero per le cure. Mentre i bersaglieri continuano a sparare i garibaldini, finalmente, rispondono al fuoco. Il conflitto si protrae per meno di quindici minuti, ma a prevalere sono i piemontesi di Pallavicini che, giunto al cospetto di Garibaldi gli intima la resa.
Il generale annuisce. Per lui si spalancheranno così i cancelli del forte di Varignano.




