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Gioia Tauro: una storia di degrado e pistole

29 Luglio 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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di Giusva Branca

I tempi cambiano.

Ovunque, in tutti i settori.

E, soprattutto, alcuni colpi che il mutamento assesta a paletti-cardine si ripercuotono alla stessa maniera su ambienti lontanissimi tra di loro.

L’allentamento di tensione morale che sta vivendo l’istituto della famiglia – per quanto incredibilie possa apparire – lo vivono anche coloro i quali, da sempre, del concetto familistico hanno fatto un uso distorto, criminale.

L’evolversi della situazione dell’ordine pubblico a Gioia Tauro taglia trasversalmente una serie di piani, in apparenza assai distanti tra di loro, ma fin qui tenuti assieme proprio dal concetto – malinteso in quanto tradotto in linguaggio criminale ma pur sempre esistente – di “unità familiare”.

I piani intimidatorio, affaristico, criminale per anni sono stati legati da quella “famigghia” che ha ispirato tanta letteratura ma che –ahinoi – rappresenta non uno stereotipo ma, semmai, una conveniente aberrazione di valori in  astratto nobili e positivi.

A Gioia Tauro è guerra aperta: il gruppo dei Piromalli e quello dei Molè, per decenni avvinghiati in un abbraccio tanto perverso quanto produttivo sul piano criminal-militare, hanno frantumato l’antica alleanza-parentela.

E la frattura avviene su due livelli assai diversi: il primo riguarda la sfera strettamente affaristico – istituzionale.

Su questo tema –storicamente- il gruppo dei Piromalli vola assai più alto di quasi tutti gli altri, in Calabria.

La partita loro la giocano su tavoli inimmaginabili fino a qualche tempo fa e la giocano forti di alleanze storiche (e note) sul territorio reggino e di agganci politici di tutto rispetto.

I tavoli sono quelli delle forniture internazionali di gas metano piuttosto che dell’acquisto o della partecipazione all’intero giacimento, mentre il controllo del territorio, in senso stretto, classico, appartiene ai rivali-ex-amici-parenti.

Ma il secondo livello sul quale si è verificata la frattura è proprio quello del rapporto interfamiliare: le numerose operazioni di Polizia sfociate poi in numerosi procedimenti giudiziari (operazione “Tirreno” su tutti) hanno decapitato la “vecchia guardia” , forse non vecchissima sul piano anagrafico, ma che, comunque, aveva vissuto da vicino legami di sangue e di affari.

Erano, insomma, “compagni di merende” che avevano sparato insieme, che avevano portato a termine missioni sanguinarie con grande sinergia e sintonia in nome –oltre che del tornaconto e dell’affermazione del potere, si intende – di quei “cent’anni di storia” ai quali si fa riferimento nelle intercettazioni e che, ormai, hanno fatto il giro del mondo.

Oggi, di quel mondo è rimasto poco o nulla e le giovani generazioni, soprattutto quelle rimaste sul territorio, perché chi ha fatto il salto di livello vive altrove, tra il Nord Italia e l’estero, vogliono solo sgomitare per guadagnare qualche centimetro di spazio in più che spesso si rivela fatale.

Gli affari del porto stanno sullo sfondo, ma la situazione socio-economica della Piana resta da massimo allarme e non solo sotto il profilo, più apparente, dello scontro militare.

Un territorio – il concetto vale per l’intera provincia di Reggio e forse per l’intera Calabria, ma sulla Piana è assai più marcato – annientato nei suoi gangli vitali da una criminalità che ha tolto la dignità e la speranza.

Esattamente come faceva appena un paio di decenni addietro quel boss che pretendeva – ed otteneva – di disporre a piacimento sul piano sessuale di tutte le donne degli accoscati.

E chi ha visto – ed accettato – una situazione di questo tipo, poi, in una sorta di piramide, come pensate che atteggi la propria aggressività, tendenza al sopruso nei confronti di tutto il resto del mondo che, differentemente dal boss, non sta sopra ma sotto di lui?

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