Forse era meglio non sapere.
Una provocazione?
Può darsi, ma tutte le provocazioni partono da un fondamento vero.
Conoscere le motivazioni che hanno portato all’omicidio di Gianluca Congiusta spinge ancora più in là lo steccato della frontiera dell’aberrazione.
Il crimine elevato a sistema, a categoria mentale, l’atto di forza finale inteso al tempo stesso
come sistema per risolvere il problema emerso e per diffondere un segnale fortissimo sul territorio.
Tutte cose conosciute?
Può darsi, ma sbattere il muso contro l’amara realtà, anche se risaputa, fa male. Tanto male.
Un omicidio è sempre un omicidio, vero, ma stroncare una giovane vita perché prova –con metodi discutibili ma figli del nostro territorio- ad impedire una estorsione fa un effetto brutto, ma brutto assai.
E però – viene da chiedersi- come mai un giovane pulito – quale era Gianluca Congiusta- decide di rivolgersi alla cosca opposta a quella vessatoria per ottenere "giustizia"?
No, non è colpa di Gianluca, senza ipocrisia diciamoci che in tanti avrebbero fatto come lui, e sapete perchè?
Perchè negli anni i guasti causati dall'inerzia dello Stato, delle Istituzioni, hanno prodotto questo tipo di corto circuito nelle menti, nelle coscienze. Non c'è fiducia, più in niente, in nessuno e la colpa non è della gente, nè, tantomeno, di Gianluca.
E poi le dichiarazioni del Procuratore capo, Catanese, sono pietre, taglienti.
L’atto di accusa del numero uno della Procura reggina contro chi sapeva e non ha parlato, contro i parenti della fidanzata di Congiusta, quelli contro i quali si stava perpetrando l’estorsione, dovrebbe scuotere le coscienze. Ma, d’altro canto, siamo così sicuri che sia tutto così facile?
Non c’è nulla da fare, quella di Gianluca Congiusta, da qualunque lato la si guardi, è una brutta storia, una storia di Calabria.
Forse era meglio non sapere…
Giusva Branca




