Codice bianco, codice verde, codice rosso.
Il 2007 ha regalato agli italiani dimestichezza con delle categorie che nascono con la finalità di catalogare la gravità dei casi per disporne le priorità in urgenza, ma si riverberano sulla tasca dei cittadini.
In buona sostanza, a chi si recherà al Pronto soccorso per motivi che il personale sanitario giudicherà non di urgenza toccherà pagare il ticket di 25 euro.
Più di qualcuno ha giudicato la nuova disposizione quasi immorale, ma una riflessione più attenta si impone, soprattutto con riferimento al sistema calabrese: su scala nazionale il cosiddetto “codice bianco” incide percentualmente per il 15%.
In Calabria – udite udite- il ricorso “facile” e non necessario al pronto soccorso riguarda il 76% delle visite globali alla struttura di emergenza con conseguenze immaginabili sia sul piano dell’intasamento che su quello economico.
Ed ecco che, inevitabilmente, la prospettiva si sposta.
L’organizzazione di uno Stato, di un ente, la ripartizione delle risorse, ogni norma che vede la luce non possono trovare applicazione concreta se i destinatari non agiscono con buon senso.
L’utilizzo distorto della cosa pubblica, purtroppo, è dato caratteristico e tipico della Calabria. Il pronto soccorso come amico che bypassi quel medico di famiglia che magari è difficile rintracciare o quella guardia medica che non sappiamo nemmeno dov’è è l’ultima frontiera dell’aberrazione.
Che da qualche giorno costa.
Giusva Branca




