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    L’urbanistica 2.0, l’onda anomala e i distratti abitanti della wiki-città

    thegreatwaveoff
    di Andrea Fiorista* –
    Le innumerevoli trasformazioni succedutesi ad un ritmo vertiginoso nell’ultimo ventennio hanno determinato il rapidissimo avvicendarsi di fenomeni culturali, trasformazioni sociali, rivoluzioni politiche, innovazioni tecnologiche, che,

    con la forza imprevista di un’onda anomala, hanno investito la realtà contemporanea determinando la formazione di vasti spazi “la cui percezione non ha più nulla a che vedere con l’orientamento”. Un terribile “tsunami” di dati e informazioni la cui portata e velocità di propagazione ha trascinato via buona parte delle vecchie “strutture” culturali, sociali ed economiche. In tanti provano a cavalcare l’onda anomala, tentando di sfruttarne la potenza senza poterne prevedere i rischi o i risultati, altri tentano di ergere inutili barriere, improvvisati frangiflutti per romperne il violento moto, molti altri si ritirano in alto, arroccati in posizioni di vedetta, o forse più utili a studiarne le cause e progettare i metodi e le forme per convogliarne l’energia.
    Nell’ambito della ricerca applicata alle Scienze del Territorio, in questi anni, si è ampiamente discusso del manifestarsi di una evidente “crisi di leggibilità” della città contemporanea e altrettanto ampiamente si è dibattuto sui temi di una sempre più emergente complessità territoriale che richiede un costante aggiornamento in termini di analisi, rappresentazione e approccio alla progettazione della città e del territorio.
    La nascita continua di neologismi e di riferimenti a metafore finalizzate a descrivere la città (excity – nextcity – ipercity – genericity – multiplicity – ecstacity, solo per citarne alcuni autorevoli esempi, ognuno frutto di altrettante visioni, teorie, ricerche e iniziative culturali sulla città contemporanea) continua a manifestarsi in ambito urbanistico quale tentativo di riportare l’attenzione su frammenti di uno spazio in costante mutazione, su un territorio contemporaneo non più caratterizzato da forme esatte e persistenti, ma costantemente rideterminato dall’attraversamento di flussi, che non è più riconducibile a codici di lettura tradizionali basati su concetti di omogeneità, armonia, forma e valori, e che manifesta in modo inequivocabile l’assenza di punti di vista univoci e privilegiati.
    Mai come in questi anni si è potuto assistere a grandi processi di reale contaminazione culturale tra arti, scienze, tecniche anche in ambiti considerati storicamente distanti. A ciò ha indubbiamente contribuito la dimensione della multimedialità, entrata prepotentemente nella contemporaneità e dalla quale non può prescindere un tale contagio che richiede un costante aggiornamento dei termini, dei contenuti, delle competenze. I linguaggi della fotografia, del cinema e delle arti visive in genere sono stati studiati da architetti ed urbanisti al fine di coglierne metodi utili alla lettura e alla traduzione dei concetti, alla comunicazione del progetto, all’indagine della realtà attraverso canoni narrativi, capaci di estrarre dalla “fiction” elementi validi per una “revisione” della realtà, che nel frattempo in molti casi ha superato la stessa immaginazione.
    Le nefandezze, le connivenze e gli interessi tra potere politico ed economico, raccontate con crudo realismo negli anni ‘60 del secolo scorso da registi del calibro di Francesco Rosi in “Le mani sulla città”, o gli straordinari spaccati di società italiana catalogati da Dino Risi ne “I Mostri”, entrambi memorabili esempi di una geografia narrativa capace di delineare il panorama sociale, grottesco e virulento, dell’Italia del “boom economico”, sono stati validi esempi in tal senso, capaci di restituire in immagini “una vera enciclopedia della cattiveria, dell’intolleranza, dell’ipocrisia e del cinismo”. Quegli stessi capolavori, alla luce del profondo degrado etico, politico, sociale economico e culturale dell’ultimo ventennio, risultano dei delicati e sofisticati, a tratti ingenui, spaccati di una società, allora ancora capace di reagire, di provare indignazione di fronte a dei fenomeni che rappresentavano delle eccezioni, delle singolarità da “mostrare”, da raccontare attraverso i tratti caricaturali di una commedia e di una finzione cinematografica il cui ricordo sbiadito, oggi, non appartiene più alla memoria collettiva delle giovani generazioni.
    Lo stesso apporto della fotografia, che attraverso un secolo e mezzo di storia, ha avuto uno straordinario ruolo nell’indagine e nell’analisi del territorio, contribuendo a costruire un enorme patrimonio capace di “raccontare” per immagini dal grande e universalmente riconosciuto valore sociologico, culturale, artistico e storico-testimoniale, attraversa un momento di difficile interpretazione del suo reale valore in quanto arte della testimonianza, capace di ancora restituire una lettura della realtà oggi troppo casuale, frammentaria e inflazionata, attraverso troppi “salti di scala”, troppe differenti “risoluzioni” e formati, con una progettualità e un’attenzione sempre più scarsa, se non del tutto assente, attraverso gli obiettivi distratti di microcamere e cellulari che troppo spesso “non danno senso al mondo, ma anzi glielo tolgono…”.
    La dimensione prevalente della contemporaneità è quella dell’incertezza data dalla mancanza di stabilità nel tempo di forme, idee, tecniche caratterizzate da continui processi di informazione. È necessario rimettere in discussione molte delle certezze in campo progettuale e qualcuno teorizza come solo attraverso l’accettazione dell’incertezza è possibile indagare trasversalmente, con letture più estemporanee, le cause e i livelli di tali incertezze e i movimenti fisici e sociali da esse indotti, quindi ipotizzare interventi progettuali più efficaci.
    La sfida più complessa e interessante del nuovo millennio è certamente quella che implica l’esplorazione, la conoscenza e la gestione degli spazi immateriali dell’informazione. L’influenza sulla realtà urbana e territoriale contemporanea di tali strutture, complesse da cogliere nella loro interezza e nelle costanti trasformazioni, è oggi innegabile e molto dipenderà dalla capacità di reagire progettualmente alla velocità con la quale in un prossimo futuro “la massa grezza delle informazioni” sarà capace di generare nuove geografie, determinare la nascita di nuove urbanizzazioni, catalizzare l’avvento di movimenti di carattere politico, sociale, economico, polarizzare e influenzare interessi e vedere la rapida ascesa o il veloce declino di mode, ideologie, prodotti.
    Molti di questi ultimi processi sono già in atto, e ciò che ci vede più impreparati di fronte al loro manifestarsi è il poter gestire tale massa di informazioni, studiando le sue strutture, pianificandone le espansioni, tentando di sfruttarne al meglio le sue potenzialità ai fini di un governo necessariamente sostenibile del territorio e dell’ambiente futuro.
    Nell’attuale ed evidente condizione di difficoltà a controllare la velocità del cambiamento e definire una tale complessità, assistiamo ad un paradossale dilagare di concetti che tendono invece a semplificare il nostro accesso e la nostra fruizione delle informazioni, a tranquillizzare il disorientato abitante/utente della “wiki-città” per il quale tutto è potenzialmente “condiviso”, “accessibile”, “paritario”, “friendly”, “social”, “peer to peer”, “open source”.
    A cosa serve oggi ricordare delle informazioni? A cosa può servire celebrare un evento? O dedicare del tempo a memorizzare dei dati, provare a sintetizzare per poi rielaborare? Tutto è in rete, tutto è condiviso, e tutto è accessibile, basta saper cercare… Dietro l’atteggiamento pericolosamente diffuso che passivamente accetta una tale dominante semplificazione della realtà si cela l’enorme rischio di perdere la capacità di criticare, osservare, focalizzare, discernere quindi approfondire le conoscenze, gli studi, mantenere alta l’attenzione sui temi centrali del dibattito culturale, della ricerca, disperdendo risorse e capacità in una costante deriva tematica che rischia di banalizzare, semplificare e omologare le identità, gli interessi e i contenuti in nome di un “tuttologismo” dilagante, di una “wiki-conoscenza” che nasconde enormi margini di errore, di ignoranza e approssimazione.
    In poche parole il rischio di perdere la propria memoria individuale, la propria identità, in nome di una enorme, confusa e condivisa “memoria di massa”.
    L’entusiasmo per tutto ciò che è condivisibile, partecipato, accessibile a tutti e da tutti continuamente modificabile e aggiornabile, non deve trarre in inganno sui precisi ruoli di chi si occupa di formazione, di chi studia, di chi fa ricerca e di chi opera in contesti professionali.
    D’altro canto però è altrettanto vero che “l’esplorazione comune” è oggi una realtà con la quale occorre confrontarsi, e che “studenti e insegnanti, professionisti e ricercatori stanno partecipando allo stesso ambito di evoluzione” all’interno del quale il “dispensare” informazioni e conoscenza cede sempre più spazio alla mediazione culturale e all’agevolazione nel processo di ricerca delle informazioni stesse. Ciò si traduce in una condizione potenzialmente ideale per tutti coloro che sono in formazione poiché mai come oggi gli si presenta la doppia possibilità di osservare da vicino chi è esperto e contribuire direttamente all’innovazione con le proprie idee.
    Dove sta dunque la soluzione per trovare una posizione di equilibrio in un simile instabile scenario è difficile a dirsi. Probabilmente nelle capacità adattative dei più veloci a cogliere gli indirizzi, le direzioni possibili delle future trasformazioni e tradurle altrettanto rapidamente in idee, in progetti fortemente connessi al cambiamento quindi estremamente dinamici.
    In questo inedito “territorio” dai confini non noti e dalle regole ancora non codificate, l’Urbanistica non entra in crisi, anzi, proprio per la complessità che è già insita nella sua forma di conoscenza/azione, rimane l’ambito scientifico più adatto ad accogliere gli studi di tali trasformazioni ed è probabilmente già predisposto a sistematizzarne i processi e rendere operativi i metodi di tale rivoluzione/innovazione.
    L’Urbanistica infatti, sin dalla sua nascita, è stata Scienza di relazione tra molteplici e differenti ambiti, si è nutrita di complessi sistemi di informazioni ed è stata nel tempo arricchita da apporti di svariati contesti scientifico-professionali, accogliendo “frammenti” e visioni di saperi diversi, tutti intenti e finalizzati ad occuparsi di uno dei contesti più mutevoli in assoluto: la città e tutto ciò che “ruota” intorno ad essa. È pertanto, per definizione, una scienza in continuo aggiornamento ed evoluzione proprio perché in continua mutazione è l’oggetto del suo interesse e infatti grandissima parte del dibattito culturale che anima costantemente la disciplina è occupata da una costante ricerca di termini aggiornati, di temi nuovi, da un periodico tentativo di “tornare a chiarirne e ridefinirne il significato”.
    Questo ha richiesto nel tempo e continua a richiedere un atteggiamento di grande apertura intellettuale, creatività ed enorme curiosità da parte di chi studia, ricerca ed opera in ambito urbanistico, che unitamente ad una inclinazione a contaminare e rintracciare nuove possibili connessioni tra le scienze e le arti e gli ambiti di interesse disciplinare, deve essere espressione costante di chi si occupa di scienze urbane e territoriali.
    La ricchezza e la vastità di approcci scientifici che caratterizzano le scienze della città e del territorio fanno si che, oggi più che mai, l’Urbanistica assurga al ruolo strategico e imprescindibile di regia in tutti i percorsi di studio e ricerca che interessino processi di carattere progettuale sulla città e sul territorio, a qualunque scala essi siano.
    Ma perché si possa concretizzare un simile auspicabile scenario di compartecipazione reale all’innovazione occorre che vi siano una serie di condizioni volte ad favorirne lo sviluppo, e purtroppo là dove non esistono delle politiche atte a restituire una reale centralità al ruolo della ricerca, dell’istruzione, della cultura in senso più ampio, il dibattito diventa sterile, la velocità e la competitività si azzerano e tutto è destinato a rimanere confinato nella sfera del “probabile”.

    * Architetto e Dottore di Ricerca in “Pianificazione Territoriale”, insegna “Sociologia urbana e territoriale” e “Immagine della città e del territorio” presso il Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.

    “L’attenzione è il valore più prezioso in una rete di portata mondiale come internet.
    Lo spazio è illimitato, la velocità è crescente e la funzionalità è sempre più sofisticata.
    La risorsa più scarsa è l’attenzione umana”
    M.H. Goldhaber, “Attention Shoppers!”,