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    L’etica libera l’architettura

    reggio
    di Rosa Quattrone* –
    La scelta del tema da affrontare nella tesi di laurea è un momento di attenta riflessione per ogni studente, in cui si cerca di affermare idee e principi del proprio pensiero critico.

    Sotto questa luce ho quindi cercato di valutare il ruolo dell’architettura nel contrasto alla criminalità organizzata attraverso la riqualificazione dei beni confiscati alla stessa.
    L’ispirazione è stata data da una scene più celebri del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana la presenza della mafia e il controllo del territorio sono identificate simbolicamente nella la casa del boss Badalamenti.
    «… 97, 98, 99, e 100! Lo sai chi c’abita qua? Cento passi ci sono da casa nostra, cento passi! Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar, alla fine ti sembrano come te! … noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!».
    Quella casa oggi è confiscata e, dal maggio 2010, è stata ufficialmente consegnata a un’associazione culturale in memoria di Peppino Impastato.
    L’importanza dell’istituto della confisca dei beni è confermata da una intercettazione ambientale realizzata nel carcere di Torino nella quale si sente il boss Inzerillo, rivolto al nipote, affermare: « … basta essere incriminato per l’articolo 416 bis, automaticamente scatta il sequestro dei beni … cosa più brutta della confisca dei beni non c’è». È chiaro quindi che la lotta alla criminalità organizzata passa anche attraverso la sottrazione dei patrimoni illecitamente accumulati. La confisca dei beni, introdotta con la legge “Rognoni-La Torre”, diventa strumento di indebolimento del potere economico mafioso, eliminando dal circuito finanziario ricchezze illegalmente accumulate. L’utilizzo per fini sociali ed istituzionali dei beni confiscati è stato introdotto con la legge 109/96 a seguito della raccolta di firme condotta dalla Associazione Libera.
    Come noto, da febbraio 2010 il compito di adottare tutti i provvedimenti necessari alla destinazione e assegnazione o vendita di tali beni è affidato all’Agenzia Nazionali dei Beni Sequestrati e Confiscati.
    Per capire l’entità dei beni immobili che l’Agenzia gestisce in Italia basta dare le seguenti cifre: a Dicembre 2009 risultavano confiscati quasi 9.200 beni per un valore di circa 1.2 miliardi di euro.
    Visti i numeri ed i valori, la riqualificazione e conversione di queste aree rappresentano una “sfida civile” per l’architettura e l’urbanistica contemporanea.
    Il potere della criminalità organizzata trova terreno fertile proprio in quelle aree in cui predomina il degrado, il disagio sociale, l’inadeguatezza o l’assenza del governo nella cosa pubblica. E innegabilmente, nel governo della cosa pubblica c’è anche il governo del territorio che ci compete in qualità di tecnici.
    La trasformazione fisica degli spazi urbani con conseguente miglioramento della qualità di vita e delle relazioni sociali, consente contemporaneamente di disarticolare il sistema di potere mafioso che impone la sua presenza tenendo in ostaggio, oltre che il territorio, anche la mente e il cuore delle persone, nelle quali annienta la voglia di speranza ed il diritto alla libertà.
    Affermava Eleanor Roosevelt:
    «Dove nascono, in fin dei conti, i diritti umani universali? In posti piccoli, vicino casa. In posti così piccoli e vicini che non possono essere visti in nessuna mappa. Eppure questi luoghi sono il mondo dell’individuo: il quartiere in cui vive, la scuola o l’università che frequenta, la fabbrica o l’ufficio in cui lavora.
    Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cerca la parità senza discriminazioni nella giustizia, nelle opportunità e nella dignità.
    Se questi diritti non hanno significato là, significano poco ovunque e se non sono applicati vicino casa non lo saranno nemmeno nel resto del mondo».

    In questo contesto, il ruolo degli architetti e urbanisti è di aggiungere nella realizzazione del processo di riqualificazione dei beni confiscati quel “quid etico per una ipotesi di riuso”. In tali termini, la riqualificazione è una sfida dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea: il processo progettuale non si basa più su canoni usuali. Ci si trova a dover ripensare una “filiera aperta” di beni, variabili nel tempo per numero, dimensione, tipologia e localizzazione, oltre che per qualità costruttiva e finalità di destinazione.
    Compito dei tecnici, allora, è capire cosa, in quei territori, possa diventare volano di crescita culturale, sociale ed economica, attraverso gli strumenti classici della concertazione territoriale. Il processo progettuale, infatti, deve consentire agli enti locali di dotarsi di un piano delle “necessità” o dei “bisogni”, che diventi uno strumento di indirizzo e un parametro di lettura per lo sviluppo dei territori sottratti alla criminalità organizzata.
    L’architetto e l’urbanista si trovano a dover ricucire questi territori sottratti al tessuto urbano. Lo scopo è quello di avviare un processo di riqualificazione che, partendo dalla sfera territoriale, attraverso la trasformazione di un’opera ad alta valenza negativa, diventi segno visibile di riscatto per cittadinanza.
    Attraverso gli strumenti classici della concertazione territoriale occorrerà comprendere come la riqualificazione e la destinazione d’uso di un bene confiscato, possano diventare volano di sviluppo culturale, sociale ed economico.
    La finalità sociale, che sottende l’utilizzo dei beni confiscati, non si ottiene unicamente con l’assegnazione dell’immobile, ma anche attraverso un processo partecipativo della popolazione alla progettazione e alla destinazione dell’opera. La concertazione, come il dialogo, lo scambio di idee, il confronto divengono strumento di sviluppo etico, conducendo all’abbattimento delle barriere culturali imposte dalla presenza criminale e alla rieducazione della cittadinanza al governo della “civitas”.
    Per lo psicanalista Zoja, nel libro “Giustizia e bellezza”, «… i mali della modernità sono riconducibili alla separazione dell’etica dall’estetica… Nel mondo greco bellezza e giustizia erano aspirazioni naturali, la vittoria del brutto sul bello era facilmente percepita come male che vince sul bene…».
    «… La bellezza apparteneva a tutti, era pubblica, diventava esperienza etica: giustizia e bellezza si sostenevano e costituivano esempio di vita. Così le città, la vita politica e sociale, l’urbanistica, le attività commerciali e culturali erano governate seguendo i principi dell’etica e dell’estetica».
    Il testo ha un punto di contatto con la teoria sociologica “dei vetri rotti”, secondo la quale «… se un quartiere è lasciato nel più completo disagio, questo non produrrà altro che delinquenza. Se, invece, coltiviamo il verde pubblico, preserviamo il territorio dagli abusi edilizi, questo tenderà ad arginare i fenomeni di delinquenza. La bellezza diventa un argine naturale alla penetrazione delle criminalità organizzate».
    Ma la bellezza da sola non basta. La bellezza “etica”, associata alla funzione e al processo partecipativo, può diventare punto di partenza per la riqualificazione del contesto urbano circostante.
    L’Etica libera l’architettura, i luoghi diventano simboli del riscatto della società civile e della presenza dello Stato nel territorio: compito dell’architetto è renderli visibili e comprensibili a tutti. L’utilizzo dell’architettura come motore propositivo di spinta al cambiamento diventa quindi il fulcro del progetto di sviluppo sociale ed urbano che vede il bene confiscato come simbolo della riappropriazione degli spazi. La codifica di questi messaggi dovrà essere visibile nella riqualificazione dei beni trasformandoli in “edifici parlanti” nei quali i segni architettonici concorrano a formare un sillabario del codice di etica pubblica.
    Le analisi condotte nello sviluppo del progetto della tesi, svolta in collaborazione con l’Associazione Libera dal titolo “Architetture da tessere. Appunti di addizione nel governo dei territori sottratti”, hanno evidenziato che “percezione fisica” dell’intervento dello Stato sia carente nella popolazione, nonostante l’impegno profuso nella confisca dei beni. In particolare nel Comune di Reggio Calabria, il solo bene confiscato che presenti un segno che lo renda riconoscibile è il fabbricato assegnato alla cooperativa “ROM 1995”. Oggi una targa rimane affissa alle pareti anche se l’edificio non è più in uso: il bene senza la sua funzione sociale ritorna così ad essere un “edificio senz’anima”.
    Appare evidente che lo scopo finale del bene riqualificato è quello di far percepire la presenza dello Stato nel territorio e, allo stesso tempo, divenire l’input per la rieducazione alla bellezza etica della società civile.
    Questo concetto è espresso nella poesia di stesso Peppino Impastato:
    «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità … È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

    *Dottore in Architettura, si è laureata con una tesi sui beni confiscati