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    Il cittadino ed il suo habitat: la città

    reggio_calabria
    di Angelica Costa* –
    Come la Sociologia dell’Ambiente studia il rapporto tra Uomo e Ambiente naturale, così nell’ambito disciplinare della Sociologia Urbana si studia il rapporto tra Uomo e ambiente costruito.

    L’ambiente antropizzato per eccellenza è la città, tanto è vero che si parla di “ambiente urbano”.
    La Sociologia Urbana si caratterizza per il suo carattere interdisciplinare con scienze sociologiche – l’antropologia, l’etnografia, la psicologia sociale, la psicologia ambientale, la demografia, con scienze di carattere territoriale e progettuale – la geografia, l’architettura, l’urbanistica –, con scienze economiche e normative – economia, diritto, scienze politiche e dell’amministrazione.
    Secondo Alfredo Mela (Mela A., Sociologia delle città, Carocci, Roma, 1996) i campi di interesse della Sociologia Urbana sono principalmente quattro:
    la dimensione economica: la città luogo di scambio per eccellenza è sede di molteplici attività economiche (produzione di beni ed erogazione servizi) sia al suo interno sia al suo esterno con le altre città, formando una rete che è l’ossatura fondamentale della struttura economica di un Paese;
    la dimensione politica e la struttura sociale della città: classi, strati, ceti sociali agiscono all’interno delle città organizzando i diversi interessi collettivi;
    la dimensione ecologica: riguarda la forma dell’insediamento urbano dal punto di vista sociale e la distribuzione dei vari gruppi e delle attività negli spazi urbani; oggi ci si riferisce anche al rapporto tra ambiente costruito e ambiente naturale di cui l’uomo fa parte in quanto essere vivente;
    la dimensione culturale: la città è il luogo di elaborazione, scambio e confronto tra culture e sottoculture (intese come complessi strutturati di norme, valori, simboli, schemi di comportamento dei vari gruppi sociali, etnici e religiosi).

    La Sociologia Urbana studia la città come organismo globale nei suoi fatti sociali, cioè l’agire delle persone che compongono la popolazione, le relazioni tra i componenti della popolazione e le relazioni tra loro e gli attori esterni, la formazione di gruppi, associazioni e organizzazioni, la complementarietà e/o la conflittualità dei gruppi, infine i nessi tra configurazione fisica della città e la sua configurazione sociale.
    Infatti, la Sociologia urbana studia il fenomeno città nel suo duplice aspetto, di struttura urbanistica (urbs) e struttura sociale (civitas), in altre parole città materiale contro città di relazioni. L’una composta dai luoghi di residenza, luoghi di produzione, luoghi di scambio e luoghi di consumo e l’altra definita, invece, dalla distribuzione demografica, la stratificazione sociale, diffusione della cultura e la distribuzione del reddito.
    È l’integrazione ed interazione tra urbs e civitas a creare l’identità di una città.
    Di pari passo va lo studio dei due aspetti negativi legati all’urbs e alla civitas, ovvero il degrado urbanistico ed il disagio sociale.
    Il degrado urbanistico si misura in base ai parametri della centralità, della qualità urbanistica, la presenza o meno dei servizi commerciali ed amministrativi, la presenza o meno delle attrezzature per la socialità e la vita culturale, il livello di accessibilità per categorie svantaggiate. I parametri di misurazione del disagio sociale invece sono la disoccupazione, l’integrazione, il livello culturale, il grado di devianza e la povertà.
    Degrado urbanistico e disagio sociale coesistono e spesso coincidono anche se non sempre. Infatti, come sottolinea Martinelli (Martinelli, F. “La città e i suoi problemi” in Martinelli, F., a cura di, Città e scienze umane. Sociologie del territorio, Geografia, Storia, Urbanistica, Antropologia, Semiotica, Informatica, Liguori editore, Napoli, 2004), esistono delle eccezioni come il caso delle cosiddette “borgate romane” e le case popolari a Milano.
    Negli anni’50, nel periodo della ricostruzione del secondo dopoguerra, tra aree degradate e/o colpite dai bombardamenti e le masse di immigrati, dalle campagne verso i grossi centri urbani, dal Sud verso il Centro-Nord, in tutte le grandi città cominciavano a sorgere nuovi insediamenti precari nelle periferie. La risposta degli Istituti di Edilizia Pubblica e Popolare (gli Istituti Case Popolari, il programma Unrra Casas, il programma Ises ed altri) non era, però, spesso sufficiente a soddisfare la domanda di abitazione. Si è diffusa così, in quegli anni, in particolare a Roma e a Napoli, e in altre città del meridione, la pratica dell’autocostruzione spontanea ed illegale di interi nuovi quartieri abusivi, appunto le “borgate”.
    Questi quartieri nascevano su aree di destinazione agricola di proprietà a volte dei grandi proprietari fondiari, che poterono speculare sulla vendita di tali terreni agricoli lottizzandoli e vendendoli a prezzi per aree edificabili nell’indifferenza, o peggio, con la complicità delle autorità locali. Questi nuovi insediamenti si caratterizzarono, agli inizi, per un evidente degrado urbanistico, mancando di tutte le infrastrutture urbane necessarie (illuminazione pubblica, servizio di fognature, acqua potabile, rete telefonica, strade asfaltate, servizi di trasporto pubblico, scuole e negozi), di contro, però, vi si era insediata una popolazione con una sufficiente capacità economica, tale da potersi permettere l’acquisto del terreno e la costruzione (abusiva) della loro casa con standard edilizi piuttosto elevati (anche se graduale nel tempo). Nelle case popolari del Settentrione, invece, si osservava una situazione opposta: al disagio sociale delle famiglie in condizioni economiche precarie o di povertà, alle quali tali alloggi venivano assegnati, corrispondevano standard urbanistici buoni ed accettabili.
    Eccezioni a parte, sta di fatto che un degrado urbanistico sicuramente non aumenta la qualità della vita e quindi può essere indicatore di disagio sociale.
    Urbs e civitas si inseguono, così, in un circolo dialettico.
    L’organizzazione e struttura sociale (civitas) crea la struttura della città (urbs) a propria immagine e somiglianza, mutandola nel corso della storia in sintonia con la propria evoluzione. Si pensi al processo di trasformazione della città, del passaggio, cioè, dalla “città medievale” alla “città moderna” – o industriale – prima, “contemporanea” – o post-industriale, o meglio ancora “postmoderna” come la definisce il sociologo Amendola (Amendola, G. La città postmoderna. Magie e paure della metropoli contemporanea, Editori Laterza, Milano, 2003), poi.
    La Città, infatti, da sempre è la rappresentazione concreta e tangibile dell’organizzazione sociale che l’ha creata e, come osserva Geddes (urbanista sensibile agli aspetti più prettamente sociali delle problematiche urbane), “essendo insieme fonte di innovazione e deposito di tradizione è il luogo proprio dell’osservazione dell’evoluzione sociale” (Di Biagi, P., a cura di, I classici dell’urbanistica moderna, Universale Donzelli, Roma, 2002).
    Infatti, la sostanziale differenza tra la città tradizionale o medievale, pensata e disegnata chiusa tra le sue mura, e la trasbordante città moderna, sta proprio nella diversa organizzazione delle attività umane e nella conseguente concentrazione di tali attività nei centri urbani. Così, se nella città medievale la sua popolazione di abitanti coincideva grosso modo con la forza lavoro, la città moderna, invece, allargatasi disordinatamente, si caratterizza per un sovraffollamento di diverse categorie di popolazione (residenti, lavoratori, pendolari, fruitori a vario titolo, city users, turisti, ecc.) e le conseguenze negative che tale affollamento ha generato (disagio sociale, sicurezza, ordine pubblico, smaltimento rifiuti, cattive condizioni igieniche, traffico, inquinamento, aumento della devianza e dell’aggressività, polarizzazione della povertà, ecc.).
    La civitas, però, plasma l’urbs, non solo in senso fisico strutturale, ma anche attraverso un processo simbolico, attribuendogli dei valori immateriali, cioè significati altri che le persone danno ai propri luoghi di vita, attraverso i processi di percezione e costruzione di senso. Valore simbolico, perce
    zione e attribuzione di significati altri possono essere soggettivi o condivisi, cioè possono essere legati alla vita di singoli individui come il senso di affezione per alcuni luoghi, oppure possono essere aggreganti simboli di identificazione e aumentare il senso di appartenenza al gruppo di riferimento, contribuendo all’affermazione di una “cultura urbana”.
    Di contro anche la città strutturale, in particolare la città moderna, ma ancor più la città post industriale, caratterizzata da un altissimo livello di congestione, agisce sulla civitas. Essa, infatti, invade il territorio, al di fuori dei suoi non più chiari confini, sia in senso fisico (suburbanizzazione, periurbanizzazione, rurbanizzazione, ecc.), sia in senso sociale e culturale, diffondendo i suoi stili di vita, gerarchie di valori, nuovi e più aggressivi atteggiamenti. La larga diffusione e adesione dello “stile metropolitano” è da attribuire anche alla persuasiva ed invasiva azione dei mass media, che come numerosi studi di Comunicazione dimostrano produce significativi effetti sui pubblici e sulla società contemporanea tutta.
    Non è da trascurare la peculiare capacità della città di produrre comunicazione e di divulgare la propria specifica cultura, di rappresentare se stessa, di creare immaginario.
    Infatti, la città (e il territorio) può essere vista come oggetto, come soggetto e come supporto di comunicazione.
    Il primo modo di pensare alla città (e al territorio) è quello di “luogo”, in senso antropologico (Augè, M., Nonluoghi, Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2002), cioè fonte e contenitore di conoscenza, archivio d’informazione, portatrice di un’identità, una storia, un linguaggio (comunicare la città).
    Il secondo modo più semio-linguistico, è quello della città (e il territorio) come “testo”; in altre parole la città (e il territorio) di per sé “parlano” comunicando la propria immagine e influenzando l’immaginario collettivo dei suoi abitanti (la città comunica).
    Infine, si può concepire la città (e il territorio) come “laboratorio” per fare e consumare cultura, organizzare eventi, creare episodi di socializzazione e di sviluppo (comunicare con la città).
    È per tutti questi motivi che ritengo necessario aggiungere, alle quattro dimensioni della città segnalate da Mela (dimensione economica, dimensione politica, dimensione ecologica, dimensione culturale), una quinta, cioè la dimensione comunicativa della città, per attribuire la giusta rilevanza, non solo alla capacità della città di produrre cultura che è assunta già nella quarta dimensione (dimensione culturale), ma anche alla capacità di diffusione attraverso forme sempre innovative, spontanee e multimediali, un aspetto tipicamente urbano di cui ne la sociologia urbana, né un intervento di riqualificazione, possono e devono non tenere conto.
    La dimensione comunicativa, così come le altre quattro individuate da Mela, sono particolarmente significative per il Laboratorio “Una città per tutti” del Dipartimento Sat della “Mediterranea”, il quale ha come finalità quella di creare gli strumenti adeguati alla lettura della complessità fisica e sociale dello spazio urbano e colmare le lacune presenti nell’organizzazione dei tessuti materiali ed immateriali della città e di produrre e gestire gli elementi di qualità e fruibilità urbana, ripensando la città facendo un salto di qualità.
    Infatti le categorie svantaggiate e diversamente abili hanno diritto, non solo a quegli standard minimi di accessibilità e all’abbattimento delle barriere fisiche, strutturali e concettuali, cosa che, ormai, dovrebbe essere data scontata in una società civile, ma anche il diritto di poter fruire, come tutti, di percorsi che permettano esperienze di serendipity e la possibilità di godere – attraverso una progettazione di tipo nuovo, come quella con la quale sono chiamati a cimentarsi gli allievi del Workshop Internazionale di Progettazione Urbanistica di Biancavilla, e che mi auguro non sia indifferente allo spirito della Serendipity – del fascino dell’imprevedibile vivacità urbana in tutta serenità.

    *sociologa urbana e comunicatrice, è dottore di ricerca in Pianificazione Territoriale e docente presso il Corso di laurea in Urbanistica dell’Università Mediterranea