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    C’era proprio bisogno di un “nuovo” Caravaggio?

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    di Enrico Costa* – Non sarà facile capire perché mai il quotidiano vaticano “Osservatore Romano” lo scorso 17 luglio abbia accantonato la tradizionale, e sarebbe il caso di dire sacrosanta, ed opportuna prudenza per annunciare, proprio alla vigilia del

    “Caravaggio Day”, la scoperta presso la Compagnia di Gesù di un “nuovo” dipinto del Merisi.

    Nuovo perché né perduto, né trafugato, né tantomeno presente nelle fonti. Nuovo perché sconosciuta una committenza gesuita fra quelle caravaggesche, mentre è ben nota la feroce polemica fra Michelangelo Caravaggio (Milano, 1571-Porto Ercole, 1610) e Giovanni Baglione (Roma, 1566-1643), pittore si potrebbe dire quasi ufficiale della Compagnia di Gesù.

    Il giorno dopo, il 18 luglio 2010, cadeva la ricorrenza dei 400 anni dalla tragica e misteriosa morte, a Porto Ercole, del pittore ed in un vero e proprio clima da “caravaggiomania” (non solo la grande Mostra alle Scuderie del Quirinale ma persino, puntualissimo, il rinvenimento a Porto Ercole delle ossa del pittore), cosa mancava a completare la consacrazione di una vera e propria “icona-pop” se non un San Lorenzo mai sentito prima? Ed eccoti, caro Caravaggiomane, della prima o dell’ultima ora, un mai visto “Martirio di San Lorenzo”, del quale si sa solo che è un olio su tela, e non vengono fornite né le dimensioni né una foto completa, ma, e con il contagocce, prima un particolare (il giovane santo mezzo nudo che si divincola non sulla classica graticola, ma “su una tavola avvolta dalle fiamme, la bocca aperta in un muto grido, la mano tesa in un gesto estremo”), poi un secondo particolare (un brutto ceffo, presumibilmente il boia, od uno dei boia).

    Secondo il parere di Alfred Breitman e del Gruppo Watching The Sky, da anni impegnati nel recupero di opere d’arte perdute o dimenticate, “L’opera segue senza dubbio la visione gesuitica dell’arte, che prevede la rappresentazione di scene realistiche, capaci di infervorare lo spirito del credente, immedesimandolo nel quadro. La crudezza del martirio e la fede del giovane Lorenzo, che si avvale della forza della fede per sopportare la sofferenza, sono elementi esemplari ed educativi, nell’ottica religiosa, specie per i giovani missionari, soggetti a gravi pericoli di persecuzione”. Secondo i dettami controriformistici di San Roberto Bellarmino, gesuita e cardinale, “chi osserva un’opera d’arte e riconosce in essa l’oggetto venerato, si infiamma di passione e più la guarda, più si accende. Il San Lorenzo appena scoperto possiede queste caratteristiche e in esso è evidente l’influsso caravaggesco”. Anche se nel Caravaggio “la pittura non è solo “realistica”, ma anche venata di un sottile e sensuale narcisismo, caratteristica che la allontanava dai dettami iconografici stabiliti dalla Compagnia di Gesù” Un’opera di buona, ma non eccelsa qualità. Forse di “un artista vicino alla Compagnia di Gesù, caravaggista della prima ora e dotato di buona maestria tecnica, ma non del dono del genio”. E perché non “di Giovanni Baglione, il nemico giurato del Caravaggio, che lo apostrofò come plagiatore e fu da lui citato in giudizio per diffamazione”?

    “Quella pittura a me non piace, perché è goffa”, così Caravaggio liquidava quel suo rivale. E da questo punto di vista, conclude Breitman, “le stesse imprecisioni anatomiche riscontrabili nel San Lorenzo, sono presenti in opere del Baglione come “L’amore divino e l’amore profano” o il “San Sebastiano curato da un angelo”.

    Solo da pochi giorni si è potuta vedere la deludente “visione completa” del giovane Lorenzo e dei tre boia (i tre “bojaccia” si direbbe nella Roma che tutto dissacra, persino i resti ritrovati del Merisi: “con quelle ossa facciamoci il brodo!”), i tre energumeni che nel dipinto sovrastano il Santo: doppia delusione per chi vorrebbe un nuovo Caravaggio al giorno, e per chi, immerso nella società dell’informazione, già si riprometteva di celebrare l’imminente dieci agosto, la giornata più calda dell’anno, e ricorrenza nel martirologio romano proprio di San Lorenzo, bruciato vivo, con una nuova icona caravaggesca, e con una nuova ondata di articoli, interviste, servizi televisivi, tanto per tenere in caldo la “scoperta del secolo”.

    Dietrologi e vaticanisti potranno sbizzarrirsi: l’uscita in prima pagina dell’Osservatore farebbe escludersi l’iniziativa estemporanea di un troppo solerte redattore; ed allora? Si è accantonata la tradizionale e sacrosanta prudenza, facendo prevalere il sensazionalismo, per inventarsi un diversivo rispetto al sensazionalismo che ha impazzato su pedofilia prima, e sui preti gay poi? Si voleva non parlare, oscurandolo definitivamente, del libro di Eric Frattini “I papi e il sesso. Storie di pontefici gay, pedofili, sposati, incestuosi, perversi”, presentato con coraggio ed in prima nazionale, a Reggio Calabria, da Strill.it? O dirottare l’interesse dalle ricorrenti avventure immobiliari e finanziarie troppo disinvolte?

    Per sommi capi, una vicenda mediatica che è piaciuta poco a chi predilige la serietà degli studi, e di quelli caravaggeschi in particolare, studi che debbono essere tanto sistematici quanto prudenti, se si vuole davvero diffondere soprattutto fra i giovani l’amore per la cultura e per l’arte, un amore che non deve durare lo spazio di un anniversario o di una notte bianca. Ma che deve essere coltivato giorno dopo giorno.

    L’Osservatore Romano da il via rivelando che forse un nuovo Caravaggio arriva a impreziosire il culmine delle celebrazioni per il quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi: a Roma nel patrimonio della Compagnia di Gesù è stato ritrovato un “Martirio di SanLorenzo” che sta affascinando i critici d’arte e sembra avere i crismi per un’attribuzione che aspetta ancora la garanzia dell’ufficialità. “E – come tocco di prudenza – saranno ulteriori indagini diagnostiche e un circostanziato approfondimento documentario, stilistico e critico a fornire le risposte”.

    Tuttavia non mancano le lodi sperticate. “Di certo è un dipinto stilisticamente impeccabile, bellissimo: notevole è la luce che dal fondo scuro sferza e modella con bagliori improvvisi la superficie dei volumi”. “Non si può fare a meno di riandare col pensiero a opere come la “Conversione di San Paolo”, il “Martirio di San Matteo” o “Giuditta e Oloferne”. Peccato che non venga colta, invece, la somiglianza con l’Isacco, tenuto fermo da Abramo con in mano un coltello, bloccato dall’angelo prima dell’inumano sacrificio (“Sacrificio di Isacco”, 1603-1604, Galleria degli Uffizi, Firenze).

    Dai tanti affascinati si distingue subito, e saggiamente, il distaccato Vittorio Sgarbi, che afferma che “la notizia sarebbe se si scoprisse un Caravaggio in Lombardia”. Tenendo conto che Caravaggio è lombardo per nascita e formazione, anche se senza Roma non sarebbe stato il Caravaggio che conosciamo ed amiamo, è importante ciò che aggiunge Sgarbi: “Noi conosciamo Caravaggio solo dalle sue opere romane, napoletane, siciliane e maltesi. Scoprire una sua tela in Lombardia significherebbe conoscere la sua pittura prima del suo arrivo a Roma”.

    Prudente anche Valeria Merlini, interpellata dai Gesuiti, importante restauratrice di dipinti del Merisi che afferma a caldo: “Intorno a Caravaggio continuamente si accende l’interesse, al punto tale che il desiderio di fare notizia spinge sempre gli appassionati a cercare nuove scoperte. Chissà, magari questa è la volta buona. Io sono sempre molto prudente perché mi chiamano continuamente per propormi sensazionali scoperte di nuovi dipinti di Caravaggio che poi si rivelano falsi allarmi”.

    Poi tutto si sgonfia, fino a che il 26 luglio sull’Osservatore Romano Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, ammettendo che dall’uscita del giornale vaticano è nata “una subitanea fiammata di curiosità caravaggesche”, riconosce senza alimentare illusioni ed equivoci, che “il livello qualitativo della tela che si conserva nella sagrestia della Cappella dei Nobili al Gesù di Roma è modesto”. Secondo Paolucci è “bella l’idea del San Lorenzo drammaticamente dialogante sulla graticola del suo martirio”, e poi sono “suggestivi i ceffi dei manigoldi impegnati nell’esecuzione atroce”, per concludere crudamente: “Poi però guardi da vicino e vedi mani prospetticamente sbagliate, anatomie goffe e disarticolate nei nudi in secondo piano sulla destra, panneggi incerti, stesura pittorica inadeguata”. Ed infine “Manca la qualità che in Caravaggio c’è sempre e altissima. È una copia modesta di un dipinto perduto di un pittore di qualità”.

    Lo stesso giorno rincara la dose Rossella Vodret, soprintendente al Polo museale romano, e tra i maggiori studiosi di Caravaggio, la quale, in una conferenza stampa nella romana Chiesa del Gesù, finalmente davanti al dipinto e non più sulle foto di due particolari dice: “L’opera non è certamente di Caravaggio ma potrebbe essere attribuita ad uno dei suoi seguaci di scuola napoletana”.

    Secondo Marco Bona Castellotti, poi, “in tutta la scena vi è un’esasperazione dei toni macabri che giungono al limite dell’iperrealismo, in netto contrasto con la verità espressa nella poetica del Caravaggio, il quale non perviene mai alla caricatura”, mentre invece qui si è “di fronte all’opera di un pittore che scimmiotta Caravaggio senza avere colto nulla o quasi della profondità del suo stile, soffermandosi piuttosto su quegli effetti di superficie, propri di tanta pittura caravaggesca deteriore”, oltre a numerose vere e proprie sgrammaticature anatomiche, ed “in generale tutte le figure sembrano come trapassate da ingombranti ombreggiature, risultato della cattiva assimilazione dei modelli caravaggeschi”.

    Sull’ormai imbarazzante “Martirio di San Lorenzo” altre parole “definitive” le pronuncia Gianni Papi, curatore della mostra appena inaugurata a Firenze, ed intitolata “Caravaggio e Caravaggeschi a Firenze” (Galleria Palatina di Palazzo Pitti e Galleria degli Uffizi, 22 maggio-17 ottobre 2010), secondo il quale il dipinto sarebbe da attribuibile “a un caravaggesco siciliano o maltese come Cassarino o Minniti”.

    Lo stesso Marco Bona Castellotti aveva ritenuto “opportuno indirizzare le indagini negli ambienti della pittura seicentesca dell’Italia meridionale e maltese, situando la tela fra il secondo e il terzo decennio del Seicento” e che il “quadro potrebbe essere stato eseguito da qualche pittore caravaggesco maltese o siciliano”.

    Tornando a Gianni Papi, del Cassarino so poco, ma di Mario Minniti (Siracusa, 1577-1640) si sa molto di più: allievo, amico, collaboratore e più volte modello di Michelangelo Merisi (di sei anni più giovane, compare nel “Fanciullo con canestro di frutta”, nelle due versioni de “La buona ventura”, nei “Bari”, nel “Concerto”, nelle due versioni del “Suonatore di liuto”, nelle due versioni del “Ragazzo morso da un ramarro”, nella “Vocazione di San Matteo” e nel “Martirio di San Matteo”). Vissero assieme per sei anni fino al 1600, quando decise di sposarsi, per tornarsene poi attorno al 1606 a Siracusa aprendovi una bottega che presto si affermò, e dove nel 1608 accolse il Caravaggio fuggiasco da Malta e promosse la commessa al suo maestro di un capolavoro come il “Seppellimento di Santa Lucia”.

    Ma perché proprio Mario Minniti, così legato al Caravaggio? Eventuali rapporti fra il pittore ed i Gesuiti non erano certo facilitati nel periodo romano dall’inimicizia Caravaggio/Baglione, che poteva ripercuotersi anche sull’allievo/amico/modello.

    Se il dipinto risultasse davvero datato fra il secondo e il terzo decennio del Seicento, cioè a dopo la morte del Merisi, un quadro del Minniti potrebbe essere pervenuto a Roma attraverso i Gesuiti siracusani, altrimenti, se l’opera dovesse essere pre datata, perché non riprendere l’ipotesi Baglione, e pensare ad un quadro dipinto a Roma, da un pittore di fiducia della Compagnia come l’artista che per essa ha lungamente operato?

    *Prof. Ordinario di Urbanistica, Presidente del Corso di Laurea in “Urbanistica”