• Home / RUBRICHE / Nuova Urbanistica Mediterranea / A proposito di un Caravaggio di dubbia attribuzione

    A proposito di un Caravaggio di dubbia attribuzione

    Il_cavadenti_1609
    di Enrico Costa* – Il “Cavadenti” del fiorentino Palazzo Pitti (140×195 cm, olio su tela, 1609) è o non è di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610)?

    Bella domanda! Me la pongo da tanti anni, e non mi so rispondere, o meglio “passo oltre”, mentre invidio la sicurezza della Mina Gregori che è per il si e non ha dubbi in proposito.

    I si sono tanti, i no, per me, forse sono un po’ di più.

    Rispetto a tante altre scene di taverna, dove Caravaggio mangiava e litigava, ci sono tante cose in comune, ma qui manca qualcosa: il pathos. E non è poco.

    La tavola apparecchiata sembra la stessa (almeno il tappeto-tovaglia) della “Cena ad Emmaus” di Brera a Milano (141×175 cm, olio su tela, 1606), ma con un telo bianco a separare la tovaglia colorata da pietanze e stoviglie. Manca però la compostezza della figura centrale (presente, un po’ più giovane, anche nell’altra “Cena”, quella alla National Gallery di Londra: 141×196 cm, olio su tela, 1601), il Cristo, che pure è reduce da passione e morte, e per giunta non è stato riconosciuto subito dai suoi stessi discepoli, ed invece rimane composto nella sua ieraticità.

    La “Vocazione di San Matteo” nella Cappella Contarini a San Luigi dei Francesi a Roma – anche qui, nella stessa semioscurità di una taverna, c’è tanta gente riunita attorno ad una tavola, ed una figura centrale rispetto al tavolo ma non al quadro, meravigliata di quella chiamata che non si può rifiutare da parte del Cristo che fa irruzione nella semioscurità – (322x 340, olio su tela, 1599), è troppo sublime per essere tirata in ballo, cosa che ho comunque fatto succintamente nelle tre righe fra i due trattini.

    Di sicuro soffre, e tanto, senza anestesia figuriamoci, anche la figura centrale, cioè il paziente fra le grinfie del “Cavadenti”, ma sembra più un “pezzo di colore”, cinico quanto basta, un esempio di “bozzettismo”, dove la sofferenza non è certo derisa, ma neanche partecipata. Né farsa né tregedia, insomma.

    Non si tratta di un soggetto religioso, ma laico, un tempo si sarebbe detto profano, ma oggi si usa di meno, e la gente, i commensali, non mostrano né partecipazione, né stupore, come i discepoli di Brera e di Londra, ma sembrano i classici italioti che si fermano in autosole per constatare gli esiti di uno scontro automobilistico, come cinico diversivo al loro viaggio: un brivido e via, poi “facciamoci i fatti nostri”.

    Manca anche, rispetto ad altre cene o scene di taverne “laiche”, la bellezza dei partecipanti al “Concerto di giovani” al Metropolitan Museum Of Art di New York (88×116 cm, olio su tela, 1595), e la loro complicità (è presente in autoritratto lo stesso Caravaggio), la gioia e la trasgressione che li tengono assieme (uno dei ragazzi sulla tavola ci si è addirittura seduto), e non c’è la gaglioffaggine delle figure dei “Bari” al Kimbell Art Museum, Fort Worth, Usa (94×131 cm, olio su tela, 1595), giovani giocatori di carte riuniti anche loro attorno ad un tavolo sparecchiato in quello che sembra l’interno di una taverna.

    Qui, nel “Cavadenti”, gli astanti sembrano dei disperati, malvestiti e conciati male (mentre nei due altri quadri profani, “Concerto di giovani” ed “I bari”, sono tutti molto eleganti, ed uno dei tre è talmente ben vestito da sembrare sia il giovane che si fa imbrogliare, forse uscendo da una taverna, dalla zingara delle due versioni dei Musei Capitolini (115×150 cm, olio su tela, 1595) e del Louvre (99×131 cm, olio su tela, 1595) de “La buona ventura”, sia uno dei due giovani “gentiluomini” a tavola con l’esattore Matteo al momento della sua chiamata da parte del Cristo). Fra i curiosi c’è anche, in primo piano, di spalle, malmesso come gli altri, e con le manine appoggiate alla tavola, un bambino di sei sette anni, cosa rara per Caravaggio, a meno che non si tratti di un Bambino Gesù, o comunque di un bambino allattato al seno, o del bambino inginocchiato e con le manine giunte davanti alla “Madonna del Rosario” al Kunsthistorisches Museum di Vienna (365×250 cm, olio su tela, 1604): poi si passa ai tanti prepuberi ed adolescenti più o meno spogliati.

    Di caravaggesco, nel “Cavadenti”, c’è soprattutto la vecchia rinsecchita ed in piedi della “Cena ad Emmaus” di Brera, che poi è la stessa che ritroviamo anche nella Sant’Anna della “Madonna dei Palafrenieri” alla Galleria Borghese di Roma (292×211 cm, olio su tela, 1605) ed inginocchiata davanti alla Vergine nella “Madonna di Loreto” o “dei Pellegrini” nella Cappella Cavalletti della Chiesa di Sant’Agostino a Roma (260×150 cm, olio su tela, 1604), testimone non indifferente di fatti efferati come crocifissioni (“La crocifissione di Sant’Andrea”) e decapitazioni: “Giuditta e Oloferne” a Roma, Palazzo Barberini (145×195 cm, olio su tela, 1598), “La decollazione del Battista” a Malta, Concattedrale di San Giovanni a la Valletta (361 x 520 cm, olio su tela, 1608), e le due “Salomè con la testa del Battista” di Madrid, Palazzo Reale (116×140 cm, olio su tela, 1607) e di Londra, National Gallery (92×107 cm, olio su tela, 1609).

    E poi c’è quella mano alzata e con le dita aperte del paziente, mentre l’altra stringe qualcosa poggiata sul tavolo, tanto per esorcizzare il dolore fisico, e pensi ad altre mani alzate, almeno a

    la “Cattura di Cristo” di Dublino, National Gallery Of Ireland (134×170 cm, olio su tela, 1602)

    ed alla “Deposizione” della Pinacoteca Vaticana (300×203 cm, olio su tela, 1602).

    Bastano la vecchia un po’ laida un po’ no, la tovaglia già vista a coprire un’altra tavola di taverna, una mano alzata con le dita aperte per parlare di un Caravaggio di Caravaggio?

    Bastano quelle figure che si stagliano sull’oscurità dello sfondo, ma che in questo caso non sono affatto “scolpite” dal chiaroscuro caravaggesco?

    Neanche il richiamo ai tanti Gerrit van Honthorst (Utrecht, 1590-1656), o se vogliamo ai Simon Vouet (Parigi, 1590-1649), cioè ai caravaggeschi o caravaggisti stranieri ed italiani, mi convince tanto: in loro, malgrado il buio delle taverne, c’è comunque gioia di vivere, di suonare e di giocare, mentre qui, nel “Cavadenti”, c’è solo dolore, cupezza ed indifferenza (che poi è la stessa cosa).

    Ogni volta che il “Cavadenti” mi capita sotto gli occhi, e mi trovo di fronte all’ottima fattura del quadro, penso ad un patchwork di grande qualità ed opera di qualcuno anche molto vicino al Caravaggio (ma chi, se allievi veri non ne aveva, se non amici come il siracusano Mario Minniti, Siracusa, 1577-1640, e Francesco Boneri, ovvero il Cecco del Caravaggio, attivo fra il 1610 circa e la metà dei 1620), suoi modelli e pittori entrambi ma non eccelsi) ed alle sue opere e penso, girando pagina, a tutte quelle cose che oggi, per la prima volta, ho messo tutte insieme per iscritto.

    Ma scrivere queste note, mi domando, valeva la pena, se Caravaggio non c’entrasse affatto?

     

    Webgrafia essenziale:

    (N.B.: Visitando i siti sottostanti, il lettore potrà accedere facilmente a tutti i quadri citati nell’articolo ed avviare propri percorsi di ricerca)

    http://caravaggio.com/

    http://www.caravaggio.rai.it/

    http://caravaggio400.blogspot.com/

    http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Merisi_da_Caravaggio

    http://www.wga.hu/frames-e.html?/html/c/caravagg/index.html

     

    *Prof. Ordinario di Urbanistica, Presidente del Corso di Laurea in “Urbanistica”