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    Minima Immoralia – Comunità cittadina e comunicazione

    vitalelogo
    di Enzo Vitale –
    In un periodo in cui la stampa locale è quasi totalmente occupata dalla cronaca giudiziaria e dai comunicati di risibili sigle sindacali o partitini poco più che personali,

    tutti affannati a rincorrere un minimo di evidenza commentando i fatti di cronaca spesso a sproposito (ovvero in un momento in cui, contro ogni apparenza, vi è un sostanziale deficit di comunicazione), si sente il bisogno di affermare l’urgenza della necessità di una sana comunicazione all’interno della comunità cittadina.

    Passando dalla civiltà contadina (in cui gli esseri umani esaurivano la loro vita in un’unica comunità, quella familiare più o meno allargata, che rappresentava tutto il loro spazio sociale) all’organizzazione statuale moderna (in cui nacquero nuovi tipi di comunità, come articolazioni fondamentali dello stato, le cui relazioni, basate sullo scambio o sul conflitto, non coinvolgevano se non marginalmente la socialità dei loro membri) e, infine, alla complessità della società nazionale e sovranazionale contemporanea (in cui le diverse comunità si sovrappongono e si intrecciano; in cui l’uomo fa contemporaneamente parte di più comunità, in nessuna della quali egli si realizza completamente), si nota come ai tradizionali elementi fondanti delle comunità (l’interesse, l’affetto, ecc.) se ne sia aggiunto un altro: l’indispensabile collante della comunicazione.

    D’altronde lo stretto legame tra comunità e comunicazione è spiegato anche dall’etimologia dei termini: comunicazione, derivando da “communicatio”, condivide con comunità e comunione la derivazione dal latino “communis”, a sua volta derivante da “cum munis” (“che subisce insieme un’autorità), la cui radice è la stessa di moenia (“mura” ossia “limite cui si arresta l’autorità”). Se, quindi, comunione è l’esperienza che si vive in comunità, la comunicazione è l’azione attraverso la quale si crea la comunità: è suo tramite che questa prende forma e acquista un’identità; che si apre ad altri uomini; che si trasforma, che muore, che rinasce sotto altre spoglie.

    In un contesto storico di apertura del concetto di società a quello di complessità, la comunità cittadina è il massimo esempio di comunità trasversale alle altre: nazionali, etniche, razziali, religiose, professionali. Questa trasversalità a più identità impone che, oltre ai principi fondanti del rispetto delle leggi e delle regole, vi sia quello della comunicazione: non vi può essere compattezza d’intenti, non si riesce a definire una propria specificità, non si può estrinsecare in modo ottimale il proprio diritto di cittadinanza e, infine, non vi può essere vera identità cittadina senza una buona comunicazione.

    Comunicare è progredire nei rapporti umani, confrontarsi, a volte anche scontrarsi: per quanto possa apparire paradossale, la negazione e il dissenso sono un atto di rispetto per l’altro; non è l’opposizione ma il silenzio, la mancata risposta, che vanifica il concetto di comunità. (Anche quando si rivendica il diritto al silenzio, lo si deve fare per opporsi alla comunicazione corrotta in cui oggi siamo immersi, per dare autenticità al nostro prossimo dire, per costruire una premessa alla ripresa di un autentico dialogo).

    Addirittura in una comunità la negazione costruttiva è un atto di amicizia se, usciti da una sua dimensione statica e consolatoria, la si vuole vivere dinamicamente aperta all’avventura e alla esplorazione. E la discussione è la grande maestra da cui si impara ad accettare e ascoltare la negazione: quando non si discute le idee marciscono, le divergenze si cristallizzano; dove non c’è confronto si estende il silenzio, muore la comunità.

    Accettata questa dimensione della comunicazione, possiamo dire che i nostri media ci comunicano qualcosa? Possiamo dire che i nostri politici quando si parlano comunichino tra di loro? Per crescere a volte è sufficiente ascoltare ciò che gli altri dicono, se lo dicono: ma spesso non si parla per comunicare ma solo per ascoltare se stessi e, presupponendo che tutti facciano la stessa cosa, non si ascolta più l’altro.

    enzovitale@diarioreggino.it