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Memorie | Bovesia, una finestra fiorita sul tempo greco di Calabria

16 Giugno 2018
in Memorie, Primo piano, RUBRICHE
Tempo di lettura: 6 minuti
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Memorie | Bovesia, una finestra fiorita sul tempo greco di Calabria

di Anna Foti – Il viaggio verso la riscoperta della proprie radici può apparire come un percorso a ritroso ma in realtà è una finestra adornata di fiori che, come un cammino di crescita, al suo spalancarsi schiude orizzonti nuovi e proietta il presente verso un futuro più ricco. Un’opportunità imperdibile che si nutre della conoscenza profonda della nostra identità o delle diverse identità che nel tempo i territori e le comunità hanno assunto secolo dopo secolo. Siamo il frutto di questa contaminazione costante di storie e tradizioni, di visioni del mondo e delle lingue che le custodiscono e le tramandano, di spiritualità e di incontro tra popoli.

Nel cuore del parco nazionale dell’Aspromonte, Bova, uno dei borghi più suggestivi di sempre, lega la sua storia ai Greci di Calabria e ai Bizantini. Chòra tu Vùa in lingua grecanica, Bova è la capitale della Bovesia nota anche come area grecofona calabrese. Questo borgo, dove la storia è passata lasciando tracce profonde, è stata la meta del primo di questi viaggi (domani sarà la volta del torrente dell’Amendolea) alla riscoperta della nostre origini nell’ambito delcorso “Pame ambrò” (Andiamo avanti), promosso dall’assessorato alle Minoranze Linguistiche del comune di Reggio Calabria, retto da Lucia Anita Nucera.

Un gruppo di appassionati e curiosi si è ritrovato settimanalmente negli ultimi tre mesi presso la sala “Altiero Spinelli” del Ce.Dir., per ascoltare testimonianze e racconti della Calabria Greca, grazie al contributo di eminenti esperti e studiosi di tradizioni culturali ellenofone del nostro territorio. All’invito “Elate vas amenome na pame ambrò immia”, cioè “venite, viaspettiamo per andare avanti insieme”, la cittadinanza ha risposto e questo movimento sta fungendo da impulso e stimolo per un nuovo e prezioso interesse verso i Greci di Calabria; un interesse che ha coinvolto anche le scuole e le associazioni del territorio. L’assessore Lucia Nucera ha già annunciato che il prossimo autunno questo percorso riprenderà e che nel calendario di eventi che animeranno l’estate reggina 2018 sarà presente anche un’iniziativa legata alle tradizioni dei Greci di Calabria.

“Nonostante la nostra appartenenza linguistica non sia più ellenofona – ha evidenziato l’assessore Nucera in una nota stampa – non possiamo ignorare la grecità culturale che ci appartiene: la nostra origine greca è indiscutibile, quello che spesso manca è la consapevolezza delle nostre radici che attenua la percezione di una inequivocabile identità. Paradossalmente – ha spiegato ancora nella nota l’assessore Nucera – proprio quest’isolamento, ritenuto motivo di arretratezza, ha consentito nei secoli lo sviluppo di usi e costumi greci, tramandati intatti fino ai giorni nostri. Questo corso è stato interamente dedicato allo studio e all’approfondimento della storia, della lingua, della cultura, dell’architettura e della musica greca di Calabria –  ha sottolineato nella nota Lucia Anita Nucera – non con un intento strettamente accademico, ma di condivisione di esperienze. Esso è stato scandito da lezioni ed anche da escursioni organizzate nel territorio greco-calabro, in cui non sono mancate le degustazioni di prodotti tipici”.

Bova ha accolto i corsisti tra le sue vie, i suoi catoi, tra gli storici Palazzi  – Nesci e Mesiani un tempo adibito a carcere – con la sua accogliente cantina Traclò, la sua Giudecca, la Grotta degli Innamorati, la Torre Normanna, i ruderi del Castello Normanno e la croce in cima, la piazza con la locomotiva, il Municipio, la chiesa del Carmine e la chiesa dello Spirito Santo, i musei.

Il primo incontro è stato con l’archeologo delle parole Gerhard Rohlfs al quale è intitolato il museo della lingua Greco Calabra e che con tenacia sostenne che la lingua Greca parlata nella provincia reggina del Sud della Calabria, fosse quella più antica della Magna Grecia e che esistesse una linea di continuità dell’ellenismo calabrese ex temporibus antiquis.

 

“A voi fieri calabresi
che accoglieste ospitali me straniero
nelle ricerche e indagini
infaticabilmente cooperando
alla raccolta di questi materiali
dedico questo libro
che chiude nelle pagine
il tesoro di vita
del vostro nobile linguaggio”

 

Le parole sono segni di identità di un popolo anche quando tutto intorno invoca morte, distruzione e violenza. Gli idiomi tratteggiano la ricchezza di un paese anche dentro un campo di prigionia che, pur togliendo la libertà di movimento, non sopprime il pensiero, il linguaggio e la cultura, spesso millenaria, di intere comunità. Lo ha scoperto e non lo ha più dimenticato, il tedesco Gerhard Rohlfs (Berlino 1892 – Tubinga 1986), incontrando, durante la Prima guerra mondiale, nelle persone l’Italia dei dialetti e delle lingue antiche. Quell’esperienza fu intensa ispirazione per la sua scelta di studi che, dopo la guerra, dalla Botanica passarono alla Glottologia.  Non solo celebre e apprezzato glottologo, e linguista tedesco, soprannominato l’”archeologo delle parole”, ma anche fotografo e appassionato conoscitore dei dialetti italiani e delle lingue minori ma solo perché meno diffuse. Un viaggio tra le parole, le antiche tracce linguistiche, le usanze, i proverbi, le espressioni idiomatiche, i nomi e i cognomi, quello di Rohlfs in Calabria; 65 anni raccontati in oltre 700 scritti, 15 dei quali esclusivamente dedicati alla Calabria, come il “Dizionario dialettale delle tre Calabrie”, il “Dizionario dei cognomi e dei soprannomi della Calabria”, il “Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria”, la monumentale opera in tre volumi “HistorischeGrammatikderitalienischenSprache und ihrerMundarten”, pubblicata negli anni 1949-1954 in Germania e tradotta in italiano da Einaudi negli anni 1966-1969, con il titolo ”Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti”.

Una storia ancora più antica è quella raccontata dai reperti custoditi nel museo di Paleontologia. Provenienti da Archi, Pellaro Lume, Lazzaro, Condofuri, i reperti riportano indietro di milioni di anni essendo risalenti all’era Cenozoica.

A Bova dal 2015 vi è anche un museo all’aperto segnato dal sentiero della civiltà contadina, ideato e realizzato da Saverio Micheletta: tra i vicoli rivive infatti la vita agricola di un tempo attraverso l’installazione dei principali strumenti di lavoro tra cui le macine di mulino ad acqua e a trazione manuale, i torchi e le presse di frantoio, gli abbeveratoi per animali, i palmenti per pigiare l’uva, torchi per estrarre l’essenza di bergamotto.

Risalendo il borgo si arriva fino alla concattedrale di Santa Maria dell’Isodia (Presentazione al Tempio), riaperta al culto da monsignor Vittorio Mondello, arcivescovo di Reggio – Bova, nel 2012. Essa, ricostruita dopo i sismi del 1783 e del 1908, sorge sui resti di altre due chiese più antiche: una di epoca normanna e una di epoca bizantina (una delle tre chiese dell’antico abitato di Bova) con ogni probabilità dedicata alla Madonna dell’Odigitria (la condottiera, colei che mostra la strada, la direzione) il cui culto resiste a Reggio Calabria attraverso la Madonna dell’Itria e di cui sopravvivono le tracce dell’antica necropoli, precedente all’editto di Napoleone che dispose che la sepoltura dei morti dovesse avere fuori dalle mura cittadine. Quel che resta della tomba, che tuttavia non ha restituito elementi dello scheletro e del corredo tali da consentire una ricostruzione della sua storia, è stato reso visibile all’interno della concattedrale attraverso un vetro posto nel cuore della navata centrale e che consente di guardare sotto il livello della pavimentazione più recente, risalente al secolo scorso.
Sopravvivono anche un altare policromo della scuola siciliana del 1700,trasferito nell’antica cappella dell’Assunta, e la statua della Madonna della Presentazione, opera dello sculture e architetto siciliano Rinaldo Bonanno, collocata dentro una nicchia sull’altare. Ai lati della navata centrale si trovano le due cappelle dell’Assunta e del Santissimo Sacramento.

Bovalega la sua storia e la sua identità alla spiritualità e al rito greco di cui è stata culla, quando la diocesi di Bova aveva un suo vescovo che lì risiedeva, e ultima roccaforte prima dell’avvento del rito latino. Il primo vescovo di Bova di cui si ha notizia fu Luca nel 1094 mentre la diocesi sarebbe stata eretta nel VII secolo e solo nel 1986 unita all’arcidiocesi di Reggio.

L’ultima celebrazione con il rito greco ebbe luogo nel 1572. Si dovette attendere il concilio Vaticano II perché fossero sancite la riunione delle chiese cristiane e il recupero degli antichi riti. In particolare, negli anni Settanta fu padre Giacomo Henghels, monaco benedettino di Chevetogne (Belgio) di origini russe, su invito del arcivescovo monsignor Giovanni Ferro, a dare nuovo impulso a questa tradizione a Roghudi, Galliciano’, Bova,  Reggio e nella Locride. Padre Giacomo Henghels è atteso a Bova dove farà ritorno a breve. Intanto, per dimostrare tutta la gratitudine per la sua opera di rivitalizzazione del rito greco, le comunità bizantine e le associazioni culturali impegnate in questo ambito hanno proposto al Comune di Bova il conferimento della cittadinanza onoraria.

La visita a Bova si è conclusa con la suggestiva celebrazione del vespri secondo il rito bizantino a cura di Mario Casile, diacono birituale (latino e bizantino). Grazie alla sua opera la storia di questo rito nella comunità grecanica prosegue. Egli periodicamente anima e concelebra messa con i sacerdoti greco-cattolici per mantenere viva questa importante e antica tradizione. Ciò avviene nella chiesa dello Spirito Santo a Bova, in quella di San Giorgio extra a Reggio, in quella di Santa Maria del Tridetti a Staiti, in quella di San Salvatore a Cataforio, in quella Antonio Abate ad Archi. Molto attesi sono sempre gli appuntamenti del 14 agosto a San Pantaleo, del 15 agosto a Montebello Jonico e poi ancora a Mosorrofa di Reggio Calabria per onorare san Demetrio, a san Lorenzo per onorare San Gelasio, a Brancaleone superiore per ricordare il genocidio degli Armeni e nelle altre località in cui è ancora vivo il culto italo-greco della Gran Madre di Dio. “L’unicum della nostra esperienza dentro la chiesa Cattolica – ha spiegato Mario Casile – ci chiama a valorizzare la ricchezza spirituale della chiesa Orientale dentro quella Latina e quella della chiesa Latina nella chiesa Ortodossa, in un incontro affascinante di popoli e culture unite in un clima fraterno. Il nostro auspicio – ha concluso Mario Casile – è che le Chiese camminino unite, che il patrimonio culturale, spirituale e religioso di questa antica comunità non vada disperso e che il recupero di questa preziosa identità possa contribuire a tracciare un percorso comune sulle orme di Cristo, dentro la storia dell’Umanita’ e verso la piena unità delle chiese sorelle”.

 

 

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