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    Memorie | Ermanno Olmi e i piccoli calabresi a Suna

    di Anna Foti – Dopo una vita spesa dietro la macchina da presa a raccontare l’umanità, nelle scorse settimane si è spento il regista ottantasettenne Ermanno Olmi. Lottava contro una grave malattia da qualche tempo. Se n’è andato lasciando la moglie Loredana Detto (protagonista del suo secondo film “Il posto”) e i figli Elisabetta, Fabio ed Andrea ed una ricca eredità segnata da una poetica del racconto realistico per immagini intrisa della quotidianità della vita contadina e rurale, intenso richiamo delle sue origini.

    Nel suo primo corto, prima opera della sua ricca produzione, nel 1953, intitolato “Piccoli calabresi a Suna sul Lago Maggiore”, raccontò con delicatezza ed incanto della colonia “Ettore Motta” sorta a Suna, sul Lago Maggiore, e messa disposizione dalla società Edison per ospitare 200 bambini profughi provenienti da una Calabria rovinosamente colpita dall’alluvione nell’ottobre del 1951.

    Una pagina nobile della storia di una struttura nata negli anni Venti per volontà di Giacinto Motta che le diede il nome del figlio tragicamente scomparso nel 1922, Ettore. Era destinata ad ospitare le famiglie dei dipendenti del colosso energetico in vacanza. Prima di cadere in disuso, negli anni Settanta, fu ostello per giovani. Seguirono tragedie e scandali negli anni successivi fino al triste declino attuale.

    Negli anni Cinquanta essa nobilmente aprì le sue porte a 197 bimbi calabresi in cerca di un luogo sicuro nell’attesa di una nuova casa in terra natia.

    Sessantasette comuni invasi dall’acqua, oltresettanta vittimee quattromilacinquecento senzatetto, quasi millesettecento abitazioni e ventisei ponti crollati, collegamenti stradali, telefonici e telegrafici compromessi, infrastrutture fondamentali come gli acquedotti danneggiate, frane, lutti e devastazione. Furono stimati oltre trenta miliardi di lire di danni nella
    sola provincia di Reggio Calabria. Questo il quadro di quei pochi funesti giorni dell’ottobre di oltre mezzo secolo fa. Ecco l’affresco di dolore da cui provenivano quei bambini. Oltre mille torrenti e fiumare tracimati, centri abitanti del litorale ionico e dell’entroterra calabrese inondati, persone inghiottite, case e pascoli distrutti, specie tra il catanzarese e il reggino, fra l’Aspromonte e Serra di San Bruno.1770 millimetri di pioggia si accumularono con un concentrazione di oltre 535 millimetri nella zona di Santa Cristina d’Aspromonte in sole ventiquattro ore. 

    Un momento drammatico per la Calabria che generò reazioni di solidarietà e accoglienza da parte di un Nord ancora lontano dalle derive separatiste. La località di Suna, in Verbania, accolse 197 bambini con negli occhi ancora la paura e il terrore di una natura resa impietosa dall’incuria e dall’irresponsabilità dell’uomo. Si sofferma proprio sui bambini che ricominciavano lentamente a vivere, seppure lontano dalla loro Calabria messa in ginocchio, lo sguardo di Ermanno Olmi che nel suo corto “Piccoli calabresi a Suna sul Lago Maggiore” affida ad uno di loro, Vincenzino, che scrive ai genitori, rimasti in Calabria a ricostruire, la narrazione della vita della colonia. Una vita inaspettatamente serena, scandita dal vento che portava via i fogli dei quaderni quando le belle giornate invitavano i piccoli discenti a non fare lezione tra quei banchi nuovi ma fuori, in mezzo al prato; vissuta tra aule grandi, refettorio, sala cinema e all’aria aperta con un tempo per giocare, uno per cantare, un altro per ballare con dei bei costumi “che fanno pensare alle nostre feste”. Un’esperienza serena, densa di una quiete strappata alla disperazione di una casa distrutta, al distacco seppur temporaneo dai genitori ed ad un futuro improvvisamente incerto. Lì, in Piemonte, dove il calabrese era la lingua straniera, dove non c’era il bergamotto, le belle ed ampie terrazze sul lago Maggiore e la dolcezza di medici, maestri e vigilatrici allietavano la permanenza dei piccoli calabresi che al pensiero di tornare a casa si scoprivano tristi di lasciare quei luoghi oltre che felici di riabbracciare i genitori, di vedere la nuova casa ricostruita e di sperare che mai più il torrente l’avrebbe portata via.

    Classe 1931, Ermanno Olmi, era nato a Bergamo, era cresciuto a Treviglio per poi trasferirsi a Milano ed infine ad Asiago, dove è morto il 7 maggio scorso. La seconda Guerra Mondiale scoppiò mentre era un bambino privandolo del padre, bersagliere, al quale dedicò il suo ultimo film “Torneranno i prati” nel 2014, anno del centenario della Prima Guerra Mondiale e con il quale volle lanciare un monito di memoria di tutti quei giovani andati a morire in trincea, dei milioni di persone, anche civili, morti in quella guerra ai quali non fu neppure mai spiegato il perchè. Olmi definì tutto questo come un tradimento gravissimo.

    Non finì mai il liceo per approdare all’accademia di Arte Drammatica a Milano e contemporaneamente lavorare per mantenersi, presso l’azienda energetica in cui aveva lavorato il padre, la Edison-Volta, occasione durante la quale fece capolino nella sua vita la sua attitudine a raccontare la realtà con la macchina da presa. Rivelatosi da subito un talento autodidatta, Ermanno Olmi coltivò instancabilmente quella grande passione, già allora forza premonitrice di una carriera costellata di innumerevoli e prestigiose candidature ma soprattutto di successi e riconoscimenti di pregio: nel 1978 la Palma d’Oro al Festival di Cannes e il Premio Cèsar come Miglior film straniero e nel 1979 il Premio Nonino per “L’albero degli zoccoli”, che portò al cinema la lingua dialettale lombarda. Dopo la lotta contro la malattia,  continuò il suo racconto per immagini e arrivarono altri riconoscimenti: nel 1987 il Leone d’argento al festival di Venezia per la “Lunga vita alla signora!”, nel 1989 il Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia, quattro David di Donatello e il Nostro d’argento per “La leggenda del santo bevitore”, tratto dal racconto di Joseph Roth e adattato da Tullio Kezich e dallo stesso Ermanno Olmi, realizzato in lingua inglese e interpretato dall’olandese Rutger Hauer. Altro grande successo si rivelò, nel 2001 “Il mestiere delle armi” film storico acclamato al Festival di Cannes 2001, vincitore della Grolla d’oro e del Globo D’oro e, nel 2002 di 9 David di Donatello: “miglior film”, “miglior regista”, “migliore sceneggiatura”, “miglior produttore”, “miglior fotografia”, “miglior montaggio”, “miglior musica”, “migliori costumi” e “migliore scenografia”. Nel 2004, nel 2007 e nel 2008 arrivarono rispettivamente il Pardo d’oro al festival internazionale di Locarno, il premio Federico Fellini e il Leone d’oro alla Carriera. Infine nel 2015 il Gran premio della Stampa Estera per “Torneranno i prati”, suo ultimo film.

    Il suo cammino iniziò ventenne con la realizzazione di decine di documentari tra il 1953 e il 1961 (“La diga sul ghiacciaio”, “Tre fili fino a Milano” e “Un metro è lungo cinque”) fino al debutto nel 1959 sul grande schermo con il lungometraggio “Il tempo si è fermato”, seguito da “Il posto”, premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1961, quindi “I fidanzati” (1963), “Un certo giorno” (1968), “I recuperanti” (1969), “Durante l’estate” (1971) e “La circostanza” (1974).

    Nel 1965 girò “E venne un uomo”, ispirato alla vita di papa Giovanni XXIII. Con esso si manifestò anche la profonda identità di aspirante cristiano, come amava definirsi, che segnò la sua opera anche al momento di intessere i passi biblici nel documentario “Lungo il fiume” del 1992, di dirigere nel 1994 “Genesi: la Creazione del Diluvio”, episodio de Le storie della Bibbia, realizzate in compartecipazione con la Rai, di dirigere ancora nel 1982 i film “Cammina cammina”, ispirato ai Re Magi, e nel 2011 “Il villaggio di cartone” e nel 2017, suo ultimo lavoro, il documentario “Vedete, sono uno di voi” dedicato al cardinale Carlo Maria Martini.

    Regista autodidatta, sceneggiatore del cinema contadino, il suo percorso fu quello di un autentico pioniere che sperimentò visioni e tecniche, prediligendo attori non professionisti, con le eccezioni di Paolo Villaggio (“Il segreto del vecchio bosco” ispirato nel 1993 all’omonimo romanzo di Dino Buzzati), Rutger Hauer (“La leggenda del Santo Bevitore” nel 1988) e Bud Spencer (“Cantando dietro i paraventi” nel 2003).

    Un cammino che mosse i primi passi da un’acuta osservazione della realtà, che non mancò di approdare anche ai film di finzione. Nel 2003 narrò appunto della Cina e di pirati e di arrembaggi in “Cantando dietro i paraventi”, con Bud Spencer e Camillo Grassi come unici attore occidentale; nel 2005 collabora con Abbas Kiarostami e Ken Loach nel film “Tickets”; nel 2007 girò “Centochiodi” narrando la storia di un giovane professore di filosofia dell’università di Bologna che per ribellione compie il sacrilegio di “crocifiggere” cento preziosi incunaboli della biblioteca universitaria, prima di sparire e rifugiarsi in un cascinale in rovina lungo le rive del fiume Po. Poi il ritorno all’originaria ispirazione documentaristica alla quale dedicò le ultime opere.

    Uomo mite e dolce che, con il suo cinema ha saputo raccontare l’Italia della gente semplice. Oltre venti film, alcuni dei quali indiscussi capolavori, oltre sessanta documentari ed una vita di uomo in mezzo alla gente e fine interprete del suo tempo. Una grandezza di spirito ed una nobiltà di cuore che gli hanno consentito di pensare e di dire, dal profondo della sua cristianità: “Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra”.