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    Memorie | Leonida Repaci e Antonio Gramsci, due intellettuali nella Storia

    Memorie | Leonida Repaci e Antonio Gramsci, due intellettuali nella Storia

    di Anna Foti – Ha vissuto a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, fino al sisma del 1908, evento catastrofico che cambiò la vita di molte persone, costrette a ricostruire la propria vita altrove. Leonida Repaci, nato a Palmi il 5 aprile 1898, quest’anno ricorre il centoventesimo anniversario della sua nascita, aveva solo dieci anni quando ciò accadde e solo qualche anno dopo a scoppiare sarebbe stata la Prima guerra mondiale. Nel frattempo si era trasferito all’estremo nord a Torino, dove uno degli altri nove fratelli esercitava la professione di avvocato. Qui colui che sarebbe diventato illustre intellettuale e scrittore del Novecento italiano, avviò quegli studi giuridici che avrebbe completato solo dopo la chiamata alle armi nel 1919.
    Nonostante il percorso universitario lo avesse condotto all’avvocatura, mai si spense in lui la passione per la narrativa e la poesia che ad un tratto prese il sopravvento. Intanto iniziava anche l’impegno politico con l’iscrizione, negli anni Venti, al partito Socialista, con l’adesione al Movimento Operaio e con la collaborazione a “L’Avanti” e ad “Ordine Nuovo”, sul quale Repaci si firmò anche con lo pseudonimo Gamelin, come il protagonista di un romanzo dello scrittore francese Anatole France. Sono i tempi di Alfonso Leonetti, Gustavo Comollo, Nicola Cilla, Pia Carena, Piero Gobetti. Nella città della Mole Repaci conobbe Antonio Gramsci, politico e intellettuale antifascista italiano, nel 1921 tra i fondatori del partito Comunista d’Italia di cui fu segretario generale tra il 1926 e il 1927. Nello stesso anno direttore del giornale “Ordine nuovo”, da lui fondato nel 1919 con Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini. Nel 1924 Gramsci fu fondatore anche dell’Unità, organo ufficiale del partito comunista italiano fino al 1991, e sempre nel 1924 fu eletto deputato della Camera del Regno d’Italia.
    Il rapporto tra i due intellettuali e quei contenuti pubblicati postumi sui “Quaderni del Carcere” di Gramsci, contenenti ingiurie e offese nei confronti del suo amico e compagno di lotte di un tempo, Leonida Repaci, per motivi da ricondurre agli eventi del 1925, all’arresto, all’incarcerazione, alla liberazione di Repaci stesso, ottenuta con l’intercessione di Mussolini, e alle successive immediate dimissioni dal partito comunista dello stesso Repaci, riservano ancora oggi dei punti piuttosto controversi. Lo stesso Repaci, presidente del premio Viareggio, avviato e portato avanti in pieno ventennio fascista proprio mentre Gramsci scontava la persecuzione politica, l’esilio e il carcere, nel 1947 intese e ottenne di operare una forzatura del regolamento volendo fortemente assegnare alle “Lettere dal carcere” (Einaudi) di Gramsci il premio postumo. Così fu, a scapito del favorito del momento, ossia lo scrittore Alberto Moravia.
    Nell’ottantottesima edizione del premio Viareggio, che ebbe vita florida durante il ventennio interrompendosi solo durante la Seconda Guerra Mondiale e riprendendo alla fine della stessa, il sindaco della cittadina toscana, Giorgio Del Ghingaro, sottolineò proprio come “Fu Rèpaci in persona a voler assegnare il Premio postumo nonostante il fatto che il regolamento dicesse che dovevano essere premiati solamente autori viventi. Questo era Repaci e questo era il suo premio. Libero, fiero, fuori dalle regole che spesso impaludano certi ambienti letterari. Un premio che rispecchia lo spirito di Viareggio e l’anima più vera della città anche lei da sempre anarchica e fiera. Simbolo di libertà e di coraggio Viareggio: sorta a forza di braccia e di lavoro dalle acque ferme del lago che in questo punto si univano con quelle del mare. Libertà e coraggio che vogliamo vedere rispecchiati nelle linee guida del nostro Premio, nelle terne dei finalisti, nei vincitori”. La stima dell’intellettuale calabrese verso Gramsci era infatti nota e da questo gesto era stata ulteriormente confermata. Tuttavia Leonida Repaci, in quel momento, non aveva ancora cognizione dei giudizi molto negativi che invece lo avrebbero riguardato e che sarebbero stati pubblicati successivamente, creando uno strappo mai ricucito, come sottolineato dallo scrittore calabrese Francesco Fiumara in un articolo apparso sulla rivista Calabria nel 2006. Antonio Gramsci era, infatti, già morto nel 1937 e i pesanti giudizi su intellettuali prima vicini al partito Comunista, ed in particolare l’accusa di tradimento nei confronti di Leonida Repaci, furono resi noti solo nell’edizione dei “Quaderni del carcere” pubblicata sempre da Einaudi nel 1975. Nella prima pubblicazione, curata da Palmiro Togliatti tra il 1948 e il 1951, molte parti, tra cui queste, erano rimaste inedite.
    Nei giorni scorsi la sede del circolo culturale Rhegium Julii ha ospitato la conversazione di Natale Pace incentrata proprio su questo rapporto tra l’intellettuale palmese Leonida Repaci e l’intellettuale sardo, Antonio Gramsci. Lo scrittore Natale Pace, richiamando questa vicenda, ha invitato il pubblico ad una riflessione sulla Storia e sulle conseguenze che esse producono sulla vita di ciascuno. “L’ultima riflessione che vi offro: in tutte le occasioni polemiche si è rimarcato sempre la scarcerazione avvenuta con l’aiuto dei Mussolini, calcando la mano sullo pseudo tradimento degli ideali comunisti. Ma, salvo qualche bravo studioso, ogni volta, volutamente si omette di rilevare la certa innocenza di Repaci, con la ritrattazione di cinque testimoni e il suicidio di due, pentiti di averlo accusato. Si omette volutamente di evidenziare come sia stata accertata storicamente la tesi del complotto ordito ai suoi danni, ai danni del povero Rocco Pugliese e degli altri infelici condannati”.
    A Milano fu intensa l’attività che Leonida Repaci svolse, scrivendo fin dal primo numero per “L’Unità” e per lo stesso giornale tradusse “Il tallone di ferro” di Jack London. A questo punto della sua vita avvenne quello che Natale Pace ha definito il crocevia: l’estate del 1925 e il conseguente arresto con altri comunisti e socialisti. Il contesto dell’epoca era piuttosto infuocato.
    Terra di grandi sacrifici dei braccianti sfruttati nelle numerose proprietà terriere, Palmi divenne presto una roccaforte rossa il cui spirito antifascista attirò in fretta le antipatie del regime fascista subentrato. Le tensioni erano costanti. Il doppio boicottato del comizio del gerarca Michele Bianchi, arresti di militanti antifascisti, la distruzioni della sede locale del fascio, scioperi e manifestazioni, incendi e disordini. Nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti, segretario del partito socialista unitario, inasprì un clima già carico di tensioni. Nel 1925 i fascisti osteggiarono a Palmi la celebrazione del 1 maggio. Lo squadrismo nero nella città incontrava una insidiosa resistenza e restava in attesa dell’occasione di una violenta repressione di chiaro carattere ritorsivo. L’occasione furono le celebrazioni della tradizione Varia nell’agosto del 1925 (lo scrittore calabrese Domenico Gangemi nel 2004 ha pubblicato con i caratteri di Pellegrini un romanzo liberamente ispirato a queste vicende dal titolo “’25 nero”). I fascisti imposero, infatti, con prepotenza il canto “Giovinezza” tra gli inni e la processione fu così boicottata dalla maggior parte dei componenti delle cinque corporazioni addette al trasporto (carrettieri, marinai, beccai, artigiani e contadini) che percepirono quell’imposizione come atto di grave prepotenza e indebita ingerenza.
    In questo contesto, il 30 agosto immediatamente successivo maturò un nuovo scontro ai tavoli del caffé De Rosa, frequentato da comunisti e socialisti. Partirono dei colpi di pistola che ferirono due passanti e per errore due camice nere, Rocco Gerocarni, morto il giorno dopo, e Rosario Privitera. Era, dunque, l’estate del 1925 quando durante questo scontro tra fascisti e comunisti venne insanguinata una piazza affollata mentre il Fascismo avanzava in ogni angolo dello Stivale. Anche il destino del giovane e impetuoso Rocco Pugliese classe 1903 da quella sera fu inesorabilmente segnato.
    La reazione del regime non si fece attendere e il commissario di polizia Francesco Cavalieri arrestò molti antifascisti della zona, accusandoli di complotto, ammettendo solo in sede di processo che si trattò di arresti per motivi politici, per dissenso e opinione e non per omicidio, finalizzati a destabilizzare la roccaforte antifascista che Palmi rappresentava. Tra gli arrestati anche Leonida Repaci, forse bersaglio dell’agguato con Pugliese, il fratello Giuseppe e alcuni cognati. Leonida fu detenuto nel carcere di Palmi dove rimase per sette mesi, dal 31 agosto 1925 al 31 marzo 1926. Rocco Pugliese fu arrestato e processato con le accuse di omicidio, tentato omicidio, atti tendenti a suscitare la guerra civile, insurrezione contro i poteri dello Stato.
    Il procuratore generale presso la corte d’appello di Catanzaro chiese il rinvio a giudizio di trentuno persone per correità in omicidio premeditato e mancato omicidio premeditato. La corte rinviò a giudizio quindici persone presso la Corte di Assise di Palmi, prosciogliendo con formula piena o per insufficienza di prove, gli altri tra cui l’intellettuale Leonida Repaci. Non mancarono le polemiche per questo proscioglimento e mancato deferimento al tribunale speciale eccellente, ritenuto il frutto di sollecitazioni da parte di persone influenti e gradite al  Duce, vicine a Repaci. Natale Pace spiega che “l’intervento di alti esponenti fascisti a favore di Repaci per la sua scarcerazione è testimoniato direttamente da Leonida in una lettera ad Albertina e anche da Ida Fortebuono, cugina di Leonida, la cui intervista viene riportata da Mimmo Gangemi nel suo ’25 Nero’: I Repaci, compresi Parisi e Mancuso, riuscirono a scamparla. Per l’amicizia di Gaetano con i Mussolini. Ne era il medico di famiglia. Anche Ciccio era stato amico di Mussolini, avevano militato insieme nel PSI, entrambi s’erano candidati alle politiche dopo la grande guerra. Ciccio a Torino, ma non fu eletto.”
    Contribuirono ad arroventare il clima già teso, le dimissioni dello stesso Leonida Repaci dal partito Comunista, alle quali rispose un anonimo con un articolo (attribuito ad Antonio Gramsci) apparso su L’Unità. La spaccatura non fu mai ricucita.  Nei sei mesi di carcere Rèpaci scrisse “In fondo al pozzo”, un romanzo in cui si riferisce anche alla vicenda della Varia del 1925. La vicenda di Rocco Pugliese, vista con gli occhi di Repaci, è raccontata dallo scrittore palmese Natale Pace nel suo saggio “Il debito. Leonida Repaci nella storia”, pubblicato nel 2006 per Laruffa Editore.
    Dopo il proscioglimento Leonida Repaci fece ritorno a Milano, dove fondò nel 1929, con Carlo Salsa e Alberto Colantuoni, il premio Viareggio che diresse fino alla morte, nel 1985, un anno dopo la moglie. Sempre a Milano collaborò alla “Gazzetta del popolo” e a “La Stampa”.
    Mentre Leonida Repaci, libero, si inseriva pienamente negli ambienti culturali e fondava il premio Viareggio che oggi porta anche il suo nome, nel 1926 nell’isola di Ustica – prigione a cielo aperto per delinquenti comuni e dissidenti politici – per Gramsci iniziava il confino, dopo un arresto senza processo ed un arrivo dal ‘continente’ con i polsi incatenati. Questo frangente della vita dell’intellettuale antifascista di origini sarde è stata rievocata nel film – documentario girato proprio in quei luoghi, intitolato appunto “Gramsci 44” e diretto dal regista reggino Emiliano Barbucci, recentemente proiettato a Reggio Calabria su iniziativa del circolo culturale Guglielmo Calarco e del circolo del cinema Cesare Zavattini. Una storia di implacabile esilio ma anche di ostinata resistenza.
    Gramsci avrebbe dovuto restare sull’isola per cinque anni ma dopo 44 giorni fu trasferito nel carcere milanese di San Vittore perché la sua opera di alfabetizzazione era divenuta pericolosa. Dopo il suo trasferimento, la scuola che aveva fondato con altri compagni venne chiusa; solo qualche anno dopo, Gramsci venne processato e condannato dal tribunale speciale fascista. Per venti anni il suo cervello non avrebbe dovuto funzionare. Quel cervello che gli aveva consentito di capire e di esternare come la cultura (letteraria, storica, scientifica e tecnica) fosse l’unico strumento di uguaglianza e di riscatto.
    Solo nel 1928, dopo oltre un anno da quella ordinanza che lo aveva spedito ad Ustica, ebbe luogo il processo a carico di Gramsci. Accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe, egli fu condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione (“perché per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”) e nel successivo luglio fu trasferito nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Qui conobbe il socialista Sandro Pertini e dal 1929 al 1935 (le condizioni di salute non gli permisero di proseguire oltre) scrisse i 33 quaderni del carcere, che pare non fossero dallo stesso Gramsci destinati alla pubblicazione. Non finì di scontrare la pena per la sua salute da sempre cagionevole. Fin da piccolo affetto dal morbo di Pott (una forma di tubercolosi ossea che gli causò una deformazione della colonna vertebrale, forse causa della sua bassezza fisica), nel corso della sua vita fu poi colpito da un’anemia celebrale e da una precoce forma di arteriosclerosi. Solo nel 1935 gli fu consentito di lasciare la prigione e di andare in una clinica romana. La malattia lo stroncò nell’aprile del 1937, pochi giorni dopo avere ottenuto il regime di libertà condizionata.
    Intanto da partigiano a Roma,Leonida Repaci aveva fondato con Angiolillo, essendone poi anche per nove mesi condirettore, “Il Tempo”, prima di passare alla direzione del quotidiano “L’Epoca”, durato soltanto 14 mesi. L’impegno politico lo portò anche ad una candidatura (non sfociata in una elezione) al Collegio Senatoriale di Palmi nella lista del Fronte Democratico Popolare nel 1948, area politica alla quale si era riavvicinato dopo le dimissioni dal partito Comunista negli roventi del ventennio fascista e dopo i tragici fatti avvenuti a Palmi durante i festeggiamenti della Varia del 1925.
    Leonida Repaci fu anche pittore, passione a cui si dedicò, allestendo anche delle personali, dopo aver vinto il Premio Sila nel 1970.
    Un cittadino cosmopolita, una penna poliedrica che ha lasciato una varietà di scritti tra poesia, saggistica, teatro e narrativa. Tra le sue opere anche il saggio dedicato al compositore conterraneo Francesco Cilea il cui museo ricco di spartiti, bozzetti di scena, manoscritti e documenti ha sede presso la casa della cultura a lui intitolata.
    Le sue innumerevoli opere, scandirono la sua vita. Morì a Marina di Pietrasanta, in provincia di Lucca, nel 1985.
    Ha parlato della sua terra nel suo celebre scritto “Quando fu il giorno della Calabria”* e anche la Calabria parla di lui specie quella culla arrotondata a picco sul Mar Tirreno dove si incrociano le rotte delle barche come pensieri affidati ad un tramonto che non sarà mai dimenticato. E’ la suggestiva ‘guardiola’ di villa Pietrosa, la tenuta in cui ha vissuto con la sua amata consorte, Albertina Antonelli. Una dimora immersa tra gli ulivi, a valle di un’antichissima grotta dove ha chiesto di essere seppellito unitamente alla sua amata. Villa Pietrosa avrebbe continuato ad esistere, come lui stesso scrisse nei ‘Poemetti civili’, anche quando lui fosse stato memoria, per questo fu da lui stesso donata, al momento della sua morte, con i suoi libri ed i suoi quadri al comune di Palmi, dove ha sede anche la Casa della cultura che porta il suo nome.
    Anche nella storia di Antonio Gramsci, oriundo albanese dalle antiche origini arbereshe, c’era la Calabria. Un pò di Calabria. i suoi antenati paterni erano originari della città albanese di Gramsh e giunsero con ogni probabilità in Italia nel XV secolo, durante l’invasione turca. Gramsci era figlio di Francesco Gramsci a sua volta figlio di Gennaro, nato nel comune cosentino di Plataci e poi dedito alla carriera militare nella gendarmeria del Regno di Napoli e che dal padre Nicola Gramsci (1769-1824), aveva ereditato alcune terre sempre a Plataci, comunità arbëreshë nel comune cosentino ricadente nel territorio di Castrovillari.
    *Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. (…). Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi (…) Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione (…) E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta, Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: – Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto.