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    Memorie | Ilaria e Miran, ancora una speranza per la Verità

    Memorie | Ilaria e Miran, ancora una speranza per la Verità

    di Anna Foti – Nessuna archiviazione, almeno per ora. L’udienza per decidere sull’archiviazione del caso Alpi – Hrovatin è stata aggiornata al prossimo 8 giugno. La procura di Roma ha infatti presentato nuovi documenti provenienti da un processo diverso e trasmessi dalla procura di Firenze. Si tratta di intercettazioni inedite di alcune conversazioni intercorse in Italia nel 2012 tra cittadini somali che parlavano proprio dell’agguato in cui, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, venivano uccisi la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin. Documento che potrebbero fornire elementi nuovi, utili a riaprire un caso piuttosto che ad archiviarlo. Per questi motivi il gip Andrea Fanelli ha aggiornato l’udienza per valutare il caso. Il nuovo incartamento sarà adesso esaminato dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal pm Mariarosaria Guglielmi.

    Accusa stanchezza e disillusione mamma Luciana che va avanti ma senza troppe aspettative, che continua a sperare che questa vicenda non sia archiviata pur essendo trascorsi 24 anni senza verità e giustizia, 24 anni carichi invece di omissioni, despistaggi, misteri. Rimasta sola dal 2010, quando il marito Giorgio con il quale aveva intrapreso la battaglia per la verità sulla morte della figlia che non potrà ormai conoscere se anche fosse portata alla luce, mamma Luciana ha dovuto assistere a tanta, troppa, retorica, a celebrazioni anche solenni, all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta ad hoc e alla desecretazione nel 2014 di atti giudicati importanti. Nonostante tutto questo, nessuna verità è ad oggi ancora data. Tra i documenti resi accessibili anche stralci di telefonate dell’imprenditore Giancarlo Marocchino che per primo accorse sul luogo del delitto quel 20 marzo 1994 che reperì, per poi mettere a disposizione della commissione d’inchiesta Taormina, il Toyota pick-up a bordo del quale Ilaria a Miran viaggiavano quando furono uccisi.

    Come annunciato, in piazzale Clodio, in questa nuova giornata di attesa, c’erano esponenti dei Comitati di redazione della Rai, della Fnsi, dell’Ordine dei Giornalisti, di Usigrai, della rete NoBavaglio, delle associazioni Art 21, Libera e Libera Informazione, ad animare la mobilitazione #noinonarchiviamo.
    La richiesta di archiviazione, preventivamente vistata dal procuratore Giuseppe Pignatone, era stata avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola per il decorso del tempo e “l’impossibilità di risalire al movente e agli autori degli omicidi”. Elisabetta Ceniccola era subentrata nella titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, aveva respinto un’analoga richiesta di archiviazione disponendo ulteriori accertamenti.

    Questa verità ancora negata aiuterebbe a svelarne anche altre, come ad esempio quella sui traffici di traffici tossici e radioattivi e sulle inchieste, anche condotte a Reggio ed in Calabria, sull’affondamento sospetto di navi nei nostri mari.

    Assolto dopo una condanna a ventisei anni di carcere di cui diciassette già scontati, il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, sempre proclamatosi innocente e a lungo ritenuto l’unico responsabile pur con mandanti mai individuati, per la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, era anche lui presente oggi in piazzale Clodio.

    E’ del mese scorso la decisione della corte d’appello di Perugia di risarcire con oltre tre milioni di euro i 17 anni (su una condanna di 26 anni) di ingiusta detenzione subita da Hashi Omar Hassan.

    Il processo di revisione era stato accordato in forza della ritrattazione delle dichiarazioni dell’unico testimone chiave, mai comparso in Italia, Ahmed Ali Rage, detto Jelle, rintracciato da “Chi l’ha visto” e che avrebbe mentito in cambio di un visto e di denaro, incolpando un innocente. È del 2016 la pronuncia di assoluzione per Omar Hassan che apriva la strada al dovere, non solo morale, di approfondire le attività di depistaggio di portata significativa di cui la corte di Perugia aveva esplicitamente riferito in sentenza.
    Questo è stato solo un altro dei capitoli di una storia scandita da omissioni, depistaggi, denegate giustizia e verità.
    Ilaria e Miran sono stati uccisi in Somalia mentre conducevano un’inchiesta giornalistica sui traffici di armi e scorie radioattive legate ai fondi stanziati per la cooperazione internazionale e forse deviati. Da tempo nota la possibilità che un filo rosso leghi la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a quella del capitano reggino Natale De Grazia stroncato il 13 dicembre 1995 da un malore che è stato accertato non avere avuto cause naturali. Anche questa è una morte rimasta senza volto e senza giustizia. Si stava recando alla Spezia, dove nel 2015 è naufragato con un’archiviazione il tentativo di tornare ad indagare sull’affondamento di navi utilizzate per lo smaltimento di scorie radioattive anche nei mari calabresi.

    Natale De Grazia coadiuvava il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, nelle indagini che riguardavano lo spiaggiamento della Motonave ex Jolly –Rosso avvenuto ad Amantea il 14 dicembre del 1990. Proprio in occasione di quell’indagine emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a largo di Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987 e con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Un mistero destinato a restare tale per tenere occulte complicità e connivenze tali da ritenere tollerabile che una verità così importante non venga mai conosciuta.

    *Dal sito www.ilariaalpi.it

    12 GENNAIO 1998 – Il somalo Hashi Omar Hassan, a Roma da due giorni per testimoniare alla commissione sulle presunte violenze dei soldati italiani in Somalia, viene arrestato per concorso nel duplice omicidio. Hassan era stato identificato dall’autista di Ilaria Alpi.

    18 GENNAIO 1999 – Comincia il processo ad Hashi Omar Hassan.

    9 LUGLIO 1999 – Hashi Omar Hassan viene assolto dal tribunale di Roma. Il pm aveva chiesto la condanna all’ergastolo.

    24 NOVEMBRE 2000 – La corte d’Assise d’Appello di Roma ribalta la sentenza di primo grado e condanna all’ergastolo Hashi Omar Hassan. Il somalo viene riconosciuto come uno dei sette componenti del commando che ha ucciso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

    10 OTTOBRE 2001 – La prima sezione penale della Cassazione annulla la sentenza impugnata “limitatamente all’aggravante della premeditazione e al diniego delle circostanze attenuanti generiche”.

    10 MAGGIO 2002 – Si apre il processo d’appello bis davanti alla corte d’Assise d’Appello di Roma presieduta da Enzo Rivellese.

    24 GIUGNO 2002 – Il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro chiede la conferma dell’ergastolo per Hassan. “È provato – afferma – che Hassan era uno dei sette componenti del commando che attese Ilaria e Miran per due ore”.

    10 LUGLIO 2007 – Il pm Franco Ionta, titolare del procedimento sul caso Alpi-Hrovatin presso la Procura di Roma, il 12 giugno 2007 chiede l’archiviazione del caso. Le motivazioni contenute nella richiesta del pm riguardano l’impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi di Alpi e Hrovatin al di fuori di Hashi Omar Hassan, il miliziano somalo condannato a 26 anni di reclusione per il duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo ‘94.