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    “Cantu da Passioni” dei Mattanza, la Crocifissione tramandata dal popolo calabrese

    di Anna Foti – In Calabria è la devozione alla Madre di Gesù a rappresentare la traccia peculiare che intreccia indissolubilmente storia, religiosità e sentimento popolare. Sono tante la apparizioni della Vergine Santa che hanno dato origine a svariati culti mariani diffusi in tutto il territorio di Reggio e della Calabria. La figura di Maria, madre e Vita che, ai piedi della Croce, assiste addolorata alla morte del Figlio Gesù sacrificatosi per l’Umanità intera è, per questa vocazione mariana che permea di sé il sentimento religioso in Calabria, anche la traccia viva che nella nostra Pasqua si ripropone come monito di riflessione e testimonianza di quell’Amore che vince la morte nella Resurrezione dello Spirito, di quel dolore che nella Croce sublima il nobile sacrificio di un Uomo solo per l’Umanità tutta.
    Una traccia intensa e straordinariamente poetica che non è sfuggita al compianto Mimmo Martino, spirito e poesia dei Mattanza, scomparso nel 2015 ma costantemente presente su e giù dal palco ogni qualvolta i Mattanza si esibiscono portando avanti quel progetto, così importante e così necessario, fatto di ricerca, scoperte e riscoperte di una identità popolare ricca e da non disperdere.
    “Un popolo senza storia è come un albero senza radici: è destinato a morire” diceva sempre Mimmo Martino che dell’identità del popolo del Sud ha cantato la grandezza come la miseria, che dalle tradizioni, dalla letteratura, dalla poesia e dalla storia di questa terra ha tratto il nutrimento principale per la sua arte e la sua musica. In particolare da alcuni di questi racconti popolari dedicati alla Pasqua e dal sentire palpitante di cui sono ancora custodi nasce “Cantu da passioni”, proposto al teatro della Girandola di Reggio Calabria alcuni giorni fa. Quel clima raccolto con cui il teatro della Girandola sempre si offre per ospitare teatro e musica, in questa occasione si è rivelato in modo particolare parte integrante di un momento di grande intensità.
    Gino Mattiani (tastiera, fisarmonica, fiati, voce), Fabio Moragas (chitarra battente, mandola, voce), Roberto Aricò (basso e contrabbasso elettrico), Mario Lo Cascio (chitarra, lira calabrese, voce), Giacomo Farina (percussioni e rumori), Emiliano Laganà (batteria, vibrafono, marimba, percussioni) e Rosamaria Scopelliti (voce, percussioni), nel ruolo di una Maria intensamente rapita dal mistero della Morte, del Sacrificio e del Dolore che schiude ai fedeli i misteri gioiosi della Resurrezione, della Vita e della Speranza, hanno saputo intarsiare emozioni, suoni, parole e note ed elevare una vibrante preghiera, intonando canti, intrecciando ad essi un umano sentire senza tempo. In pochi attimi, l’eternità di un messaggio universale.
    La voce di Lorenzo Praticò ha saputo estendere all’infinito quella stessa preghiera, rendendola corale e universale.
    E poi c’era anche lui, come sempre. C’era Mimmo Martino, poesia e spirito inossidabile dei Mattanza.
    Paroliere, autore, poeta e musicista, Mimmo Martino ha lasciato un’eredità che è ancora oggi orgoglio e ispirazione per il suo gruppo musicale, per i suoi conterranei, per coloro che ancora ne apprezzano e ne riconoscono lo spirito in momenti di intensità come questo. “Cantu da Passioni” nasce infatti dal recupero di un passato ancora vivo e attuale, dalla volontà di salvare la cultura orale custode di un’autentica identità di un popolo, sottraendola alla ‘mattanza’ (parola di origine spagnola che significa strage e che, da sempre e non a caso, è il nome del gruppo musicale) di cui l’oblio e la dimenticanza sono inesorabili artefici. “Cantu da passioni” in particolare recupera brani tramandati oralmente in cui sono descritti i momenti salienti della Passione di Gesù; un’opera pregnante attraverso la quale Mimmo Martino e i Mattanza proseguono nella loro denuncia di una Calabria e di un Sud pieni di Storia, di Bellezza e di Poesia, nonostante tutto.
    Ballata del silenzio
    Ora che dittu lu rivogghiu tuttu, mi perdunati se ‘ncesti difettu; chuddu chi dissi, lu dissi pi’ dittu, ca jeu no lu lejia, ca non è scrittu.
    Ora che raccontato l’intero orologio, mi perdonerete se manca qualcosa; quello che so è per sentito dire, ché io non l’ho mai letto, e non è scritto.
    “Dai racconti che, dal 1976 ad oggi, la signora Nannina, donna Lucrezia, Cicciu ’u barberi e tanti altri hanno narrato a Mimmo, che ha percorso il territorio calabrese al fine di incontrare la gente che ancora conserva nella propria memoria stupende pagine di letteratura popolare. L’ospitalità e la generosità innata della gente di Calabria hanno consentito il recupero di preziosi contenuti che, altrimenti, sarebbero andati irrimediabilmente perduti. (…)
    Nella rappresentazione, il dolore di Cristo si perpetua nell’attualità delle vittime innocenti che si continuano a piangere: donne e uomini morti di mafia, di mancanza di lavoro, di povertà, di viaggi della speranza, ma soprattutto di indifferenza e superficialità” (www.mattanza.org).
    Canzone dopo canzone scorreva al teatro della Girandola quella notte del mondo che languisce mentre un Uomo muore su una Croce di legno insanguinato a Gerusalemme, dopo avere attraversato la via dolorosa, con la Madre al seguito e il Padre ad attenderlo. Un lungo cammino verso la morte sulla croce, simbolo di un’umanità spaccata e attraversata da un dolore che conosce i diversi volti dell’ingiustizia, della miseria, della solitudine, dell’emarginazione, della persecuzione, simbolo di un’Umanità salvata, al di là di ogni umano giudizio. In quella morte e in quel dolore così feroce e così incomprensibile, rivive tutta la Passione di Cristo per l’Umanità, tutto il mistero delle lacrime del mondo dilaniato dalle guerre e dal conflitti, delle società schiacciate dalle mafie e della corruzione.
    Canzone dopo canzone, quella storia viene scritta di nuovo: il processo di fronte a Ponzio Pilato, la condanna a morte, la flagellazione e l’incoronazione di spine, la via crucis e il carico della croce. Le tre cadute. L’incontro con Maria, madre oltre ogni umano sacrificio. Simone il Cireneo capace di imbracciare la croce di colui che nemmeno conosce. Veronica spinta da umana compassione che asciuga il volto di Gesù. Il corpo del Nazareno tre volte inchiodato e poi morto sulla croce, deposto e risorto il terzo giorno. Nel tempo che scorre, un vincolo lega questi frammenti eterni di una vicenda umana che assurge a simbolo della Passione per l’umanità e che questo mondo sembra avere tradito quella notte. Quella croce è simbolo di una volontà che può tutto ma che, nonostante ciò, si rimette all’Umanità per cui si è fatta dono.
    Oggi si celebra la Resurrezione, la luce della Spirito che attesta la grandezza del Dono rifiutato che continua ad essere rivolto agli uomini di Buona Volontà che vorranno accoglierlo. Un messaggio che ancora potrebbe unire gli uomini e le donne del mondo, nonostante le persecuzioni e i fanatismi religiosi e politici.
    Un messaggio che anche in Calabria ha la dignità di patrimonio culturale popolare e che grazie al “Cantu da Passioni” di Mimmo Martino e dei Mattanza non si disperde, ma si rinnova.
    O padre nostro
    (…) Ora che fattu lu vuleri i’ Diu vi raccumandu: non faciti guerra. Non c’esti mai cu’ vinci o cu’ pirdiu, priati mi nc’è paci nti ‘sta terra.
    Amuri è la parola chi ‘nsignai: rispettu nc’av’a jessiri pi tutti, si non vuliti m’è inutili ‘u me’ sangu e d’a Parola mia faciti fangu (…)

    (…) Ora che il volere di Dio è compiuto vi raccomando: non fatevi più guerra. Non c’è mai un vincitore o un vinto, pregate per la pace in questa terra.
    Amore è la parola che ho insegnato: rispetto ci dev’essere per tutti, se non volete che sia inutile il mio sangue non gettate la mia Parola nel fango (…).

    A Mimmo Martino, alla sua Passione per la nostra Terra e al servizio alla Memoria e alla Speranza che ha reso con la sua Arte e la sua Musica