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    Memorie | La Giudecca di Reggio e il primo libro stampato in lingua ebraica nel 1475

    di Anna Foti – Tornerà in Calabria, anche se provvisoriamente perchè concessa in prestito, la stampa originale del Commentarius in Pentateuchum del rabbino ed esegeta francese di origini ebraiche Rashi (Rabbi Salomon ben Isaac), il più grande commentatore di Torah e Talmud. Il tomo fu dato ai caratteri nella Giudecca reggina dal tipografo Avraham ben Garton ben Yishaq nel febbraio del 1475. Questo il contenuto della missiva scritta in risposta alla richiesta formulata lo scorso anno dal presidente della Regione Calabria Mario Oliverio al ministro per i Beni culturali Dario Franceschini e recante la firma di Simone Verde, direttore del Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, che comprende la Biblioteca Palatina (dove è custodito il prezioso libro originale, fondo di Giovanni Battista De Rossi, collocazione 1178), la Galleria Nazionale, il Museo Archeologico Nazionale e il Museo Bodoniano. Positivo dunque l’esito della richiesta di esporre nella sua terra di origine il prezioso e antico Commentario dei primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), compresi nel Vecchio testamento, denominati Pentateuco e dagli ebrei chiamati Torah (‘legge’). Lo scorso gennaio il direttore Verde ha accordato l’esposizione del Commentario a patto che vengano rispettate, come è giusto che sia, “tutte le necessarie misure di tutela e conservazione durante l’imballaggio, il trasporto e l’esposizione del volume”. Primo libro stampato in lingua Ebraica recante data certa, ed anche uno dei libri in lingua ebraica più antichi al mondo, il Commentarius in Pentateuchum è opera di colui che è considerato il “padre” di tutti i commentari talmudici, il rabbino ed esegeta francese di origini ebraiche Rashi (acronimo di Rabbi Salomon ben Isaac, nome italianizzato Rabbi Salomone Jarco, nome latinizzato Rabbi Šelomoh ben Yişhah), il più grande commentatore medievale di Torah e Talmud, vissuto tra febbraio 1040 e luglio 1105 in Francia. Tranne la breve parentesi di studio in Germania, visse per tutta la vita nella città natale di Troyes, dedito alle sue viti e alla famiglia, come riporta Francesco Uccello nella “Ricerca breve sulle quattrocentine stampate in Calabria”.

    Fu il tipografo Avraham ben Garton ben Yishaq (Abramo figlio di Garton figlio di Isacco) a darlo alla luce a Reggio, grazie al contributo dei commercianti ebrei di seta della città. Ne danno notizia Domenico Spanò Bolani nella “Storia di Reggio Calabria dà tempi primitivi all’anno di Cristo 1797” (Napoli, Stamperie e Carterie del Fibreno, 1857) e Vito Capialbi nelle “Memorie delle Tipografie Calabresi” (Napoli, stamperia Porcelli, 1835), nelle quali in particolare Capialbi pone l’accento sull’antichità di questo volume stampato in lingua ebraica a Reggio: «In quest’antica e illustre città di Reggio posta all’estrema punta d’Italia di rimpetto alla Sicilia, vide la sua luce la prima edizione ebraica della Bibbia nel mese di Adar dell’anno 5235 della creazione del mondo, vale a dire tra il febbraio e il marzo dell’era cristiana anno 1475.

    Fu dessa il Commentario al Pentateuco di Rabbi Salomone Jarco impresso da un tale Abramo Garton figliuolo di Isacco, del quale niun’altra notizia mi è riuscito di raccogliere. E sebbene nell’istesso anno si fosse stampato in Pieve di Sacco, terra nel Padovano, il Rabbi Jacobi Ben Ascer Arba Jurim, ch’è la più antica delle altre edizioni ebraiche conosciute, pure dessa trovandosi impressa colla data del mese Jamuz, per quattro mesi posteriore devesi riputare».

    Il Commentario originale è stato in realtà già prestato alla Regione Calabria nel 2013, ricorda lo stesso Simone Verde sulla Gazzetta di Parma del 24 luglio dello stesso anno, quando la Calabria fu regione ospite d’onore alla fiera internazionale del Libro di Torino.

    L’incunabolo ebraico originale, scoperto da Giovanni Bernardo De Rossi (Sale Castelnuovo, Torino 1742 – Parma 1831), presbitero, orientalista, ebraista e bibliografo piemontese, studioso della letteratura giudaica medievale, curatore di una significativa collezione di scritti ebraici conservata nella Biblioteca Palatina di Parma, venne acquistato nel 1816 da Maria Luigia d’Austria, unitamente ad altri importanti documenti della cultura ebraica in Italia. Ella stessa poi ne fece dono alla Regia Bibliotheca Parmense, oggi biblioteca Palatina, dove il Commentario del Pentateuco di Rashi è custodito. “Il Complesso Monumentale della Pilotta, come già in passato la Biblioteca Palatina, è lieto di concedere in prestito l’incunabolo ebraico St. De Rossi 1178 per esporlo in Calabria, dove fu impresso nel febbraio del 1475”, dunque a Reggio Calabria, ha scritto nel mese di gennaio il direttore Simone Verde al governatore Oliverio che, nel comunicato che la Giunta regionale della Calabria ha diramato nel successivo mese di febbraio, ha dichiarato: “Finalmente, dopo 600 lunghi anni, è giunto il momento di esporre questo prezioso documento nella città e nella terra che gli diedero i natali, facendo in modo che questo evento possa diventare un’occasione per gli appassionati della cultura di tutto il mondo di venire in Calabria e a Reggio per scoprire ed apprezzare le bellezze e i tesori della nostra terra”.

    Anche Reggio Calabria si prepara all’evento e nei giorni scorsi il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, e l’assessorato alla Valorizzazione del patrimonio Culturale dello stesso Comune, Irene Calabrò, hanno scritto al presidente della Calabria, Mario Oliverio, per manifestare la piena disponibilità ad accogliere il prezioso Commentario ebraico del Pentateuco. “L’esposizione del volume in Calabria, ed in particolare a Reggio Calabria le cui trame leggendarie identificano in Aschenez il suo fondatore – si legge nella missiva indirizzata al presidente Oliverio – sarà un evento memorabile e di eccezionale valenza culturale che andrà a coronare le iniziative già programmate dall’Amministrazione comunale nell’ambito dell’Anno europeo del patrimonio 2018”.

    Si tratta di un traguardo raggiunto dopo un cammino iniziato già da tempo. A memoria di questo raro e prezioso tomo, simbolo della tradizione degli incunaboli, di cui anche Reggio fu fucina, una copia è, infatti, custodita presso la Biblioteca comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria, richiesta e ottenuta nel 2006 dall’allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti, su impulso del direttore della biblioteca reggina Domenico Romeo e dello storico reggino Francesco Arillotta. L’esposizione in Calabria dell’originale del Commentario stampato di Rashi ha avuto anche come fautore il giornalista di origini svizzere e studioso di Antisemitismo Klaus Davi, che lo scorso anno favorì l’incontro fra l’Ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs e il presidente Mario Oliverio, proprio per avviare un percorso di iniziative volte a valorizzare l’importante pagina della storia della Calabria legata alla presenza ebraica.
    Un’altra copia del Commentario, realizzata nel 1969, è custodita a Gerusalemme. Trecento sarebbero state in tutto le copie stampate del solo testo di Rashi da Avraham ben Garton ben Yishaq a Reggio, come riportato nella “Storia della Tipografia ebraica in Italia” di Fridberg. Di queste stampe originali sopravvive solo quella custodita a Parma, di cui vi è copia e Gerusalemme e a Reggio Calabria, che è anche l’unica opera sopravvissuta tra quelle stampate dallo stesso Avraham ben Garton ben Yishaq a Reggio. Rimane un’ipotesi la presenza di un altro commentario originale in Inghilterra, presso la Bodleain Library di Oxford.

    L’Ebraismo, la sua ricchezza del patrimonio storico e culturale e la sua storia millenaria lasciano, dunque, nella città calabrese dello Stretto la memoria di una storia di espansione commerciale ed industriale ed anche una preziosa eredità squisitamente culturale che si lega alla illustre tradizione delle prime stampe a caratteri mobili, di cui anche Reggio fu fucina.

    Il 18 febbraio 1475, infatti, nella Giudecca reggina fu stampato il primo libro in lingua ebraica, recante data certa, e realizzato neppure venti anni dopo la celebre bibbia di Gutenberg. A stamparlo fu Avraham ben Garton su una base di 37 linee, standard tecnico all’epoca ritenuto all’avanguardia (la Bibbia di Gutenberg, stampata solo qualche decennio prima a Magonza il 23 febbraio 1453, su 42 linee dal sesto foglio in poi, composta da 641 fogli, ovvero 1282 pagine, è inserita nel prestigioso elenco della Memoria del mondo dell’Unesco).

    Stampò il suo primo libro in Europa, il tipografo tedesco di origini ebraiche Avraham ben Garton ben Yishaq. Ciò avvenne proprio nel 1475 quando nell’antica Giudecca di Reggio Calabria lui stesso, nella sua tipografia sita tra Porta Mesa (attuale via Giulia) e la via Amalfitana (attuale via Felice Valentino), diede alla luce il primo libro ebraico stampato con data certa: il Commentarius in Pentateuchum di Rashi. Discendente da una famiglia ebreo tedesca, originaria della Spagna, poi emigrato in Calabria ed infine espulso, poco altro si conosce della vita di Avraham ben Garton ben Yishaq.

    Formato da 116 carte, rilegato in cuoio con titolo, dati editoriali e fregi impressi in oro, scritto con caratteri ebraici mobili (senza vocali) di foggia occidentale, secondo alcuni utilizzati dai Mauro-Spagnoli del XV secolo, il Commentario pare fosse destinato agli ebrei sefarditi di Spagna, come riferisce lo storico reggino Franco Arillotta nel primo          Quaderno di Storia reggina, ristampato nel 2017 dalla casa editrice di cultura calabrese Kaleidon. Non vi è prova che il carattere semicorsivo sefardita, noto come “stile Rashi”, in cui il commentario è stato stampato, fosse anche il carattere adottato da Rashi nella scrittura del testo.

    Il quaderno di Francesco Arillotta reca una accurata descrizione del ‘colofone’, posto alla fine del prezioso incunabolo ebraico e contenente i ‘dati tecnici’ dell’edizione, e si ispira allo studio condotto dallo stesso Bernardo De Rossi sul Commentario dopo il suo ritrovamento. “Dopo la frase di augurio per il completamento del lavoro, c’è un testo i cui versi terminano più volte con la parola ‘avraham’, cioè il nome del tipografo. Alla fine della poesia, nelle righe nove-undici, è indicato il luogo in cui il libro è stato stampato. Così apprendiamo che ciò avvenne (traduzione latina del colofone) ‘in regio urbe quae secus maris est sita, in fine calabriae [in Reggio città che è posta vicino il mare, nel territorio della Calabria], ubi peregrinatur [dove è emigrato/arrivato a seguito della peregrinazione] Abraham, anno O.C. [della creazione del mondo] quinque millesimo ducentesimo trigesimo quinto, die X adar postremi mensis [nell’anno 5235, giorno decimo del mese di adar] juxta supputationem abrahami [secondo il computo di Abraham]’. Ecco la preziosità dell’opera: la data! Il libro fu finito di stampare il decimo giorno del mese di Adar dell’anno 5325 dell’era ebraica, che corrisponde al 18 febbraio dell’anno cristiano 1475”, evidenzia lo storico Arillotta nel suo ‘quaderno’.

    Dalle informazioni riportate nel colophon dell’antico tomo si legge anche: “Nel luogo del mio studio ho scritto libri”. Si potrebbe dedurre che lo stesso Avraham ben Garton ben Yishaq abbia scritto, e forse anche stampato, a Reggio altre opere poi inviate in Spagna, dove lo stesso risiedeva, e poi andate perdute per via dell’espulsione degli Ebrei ad opera dell’Inquisizione. Delle trecento stampe originali destinate alle Spagna, pare sia sopravvissuta solo quella custodita a Parma, di cui vi è copia anche a Reggio Calabria.

    L’ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, intervistato da Roberta Nunnari per Calabria on Web nel 2013 commentò così l’importante documento: “Questa preziosa opera, unico esemplare sopravvissuto ai tribunali dell’Inquisizione, segna l’inizio di una nuova fase di diffusione dell’immenso patrimonio di valori custoditi dall’ebraismo. È commovente pensare al lavoro di Abraham ben Garton nella sua tipografia, alla soddisfazione e all’orgoglio che avrà provato una volta dato alle stampe il primo volume. Con questo Pentateuco si apre un capitolo fondamentale per tutti i popoli dell’unico Dio. Il fatto che ciò sia accaduto in Italia testimonia quanta ricchezza vi sia nella storia plurimillenaria dei vari insediamenti ebraici che popolano questo paese prima ancora dell’avvento del cristianesimo e che, tra alterne vicende, tra epoche di violenta persecuzione e momenti di pacifica coesistenza, ne hanno indelebilmente segnato i destini”.

    La biblioteca reggina “De Nava” non solo custodisce la copia del prezioso tomo in lingua Ebraica di Rashi stampato da Avraham ben Garton ben Yishaq a Reggio, richiesta e concessa dalla Biblioteca Palatina di Parma nel 2006, ma conserva anche altri libri in lingua ebraica alcuni dei quali esposti in occasione della celebrazione della Giornata della Memoria, nel 2016 al Museo di Reggio dove fu allestita una mostra.

    Tra questi, nel fondo Pergamene, la bolla della cancelleria Angioina, risalente al 25 settembre 1427, sul cui argine superiore è disegnata una Stella di David, ed anche l’atto privato datato 1422 di Alfonso D’Aragona. Diverse anche le pubblicazioni in lingua ebraica tra le quali: “Delle antichità e guerre Giudaiche” di Gioseffo Flavio Historico, Venezia Giacomo Cornetti, 1585 (fondo Sandicchi 86 A); “Storia de’ Giudei, e de’ popoli vicini, dalla decadenza de i reami d’Israele, e di Giuda fino alla morte di Gesù Cristo […], Venezia, Giambattista Pasquali, 1738 (fondo Antico Compattato 2219); Pianta di Gerusalemme, le ricostruzioni ideali del recinto del Tabernacolo con le dodici tribù del popolo d’Israele e del Monte del Tempio tratte da “Critici sacri: sive Annotata doctissimorum virorum in Vetus ac Novum Testamentum[…], Amstelaedomi 1698 (fondo Antico Compattato 840).

    A Reggio, dove la leggenda narra di Aschenez, pronipote di Noè citato nella Bibbia quale fondatore di Reggio Calabria, capostipite di uno dei principali ceppi ebraici attuali, gli Ashkenaziti, tante sono le vestigia di una gloriosa presenza ebraica: dai resti della seconda sinagoga più antica d’Europa dopo quella di Ostia, oggi custoditi nel parco archeologico ‘Archeo Deri’ di Bova Marina, fino all’eredità di riti e tradizioni che in determinati periodi dell’anno si ravvivano, come avviene tra fine estate e inizio autunno ogni anno sulla riviera dei Cedri con la Festa delle Capanne, passando per la sinagoga di Serrastretta nel catanzarese – paese che aveva dato i natali alla nonna della Rabbina Barbara Aiello, italo-americana e prima rabbina donna (e riformata) d’Italia – dove ogni anni vengono accolte famiglie americane di origini ebraiche in pellegrinaggio e per Cittanova nel reggino, dove nel marzo del 2011 furono anche accolti due dei cinque Libri del Pentateuco scritti a mano su pergamena in lingua ebraica.

    Nella terra in cui, in controtendenza rispetto a quanto avveniva in altri campi, ebbe luogo durante la seconda Guerra Mondiale l’internamento a Ferramonti di Tarsia, nel cosentino, di due mila persone tra cui anche ebrei, chi è rimasto in Calabria dopo l’internamento ha seminato memoria. E’ la storia di Gustav Brenner morto all’età di 58 anni dopo essere rimasto in Calabria ed avere offerto molto in termini di umanità e di valorizzazione della cultura attraverso i libri, ostinati custodi del sapere, avviando un’opera adesso portata avanti sempre a Cosenza dal figlio Walter Brenner, anche lui librario ed editore che dal padre ha ereditato la memoria della persecuzione di Ferramonti e il desiderio di rinascita in Calabria.

    Nella terra in cui ebbe luogo l’espulsione del 25 luglio 1511, ad opera di Ferdinando il Cattolico con un editto che riguardava tutto il Regno di Napoli – come ricordato sulla targa posta in via Giudecca – oggi la comunità ebraica in Calabria non si presenta numerosa, anche se comunque attiva e propositiva.

    Insomma una storia che prosegue e attraversa i secoli, nonostante le persecuzioni e le espulsioni e che ha già consegnato la città di Reggio e la Calabria alla Storia grazie a questa prima stampa che presto sarà esposta nel suo originale splendore nella città che quasi settecento anni fa la vide nascere in una laboriosa tipografia della Giudecca.