di Anna Foti – Siamo dentro la storia e quanto oggi facciamo o non facciamo è destinato a diventare Memoria se chi verrà dopo di noi avrà la responsabilità di conoscere, la volontà di capire e il coraggio di analizzare. Il premio Nobel per la Letteratura portoghese Josè Saramago ci ricorda che “Noi siamo la Memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza Memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.
Eppure esistiamo, spesso senza il minimo sussulto di coscienza o imbarazzo, mentre continuano a consumarsi silenziosamente il dramma del popolo africano in fuga via mare, l’epopea dei lavoratori stranieri stagionali costretti a vivere in condizioni disumane nel cuore della città metropolitana di Reggio Calabria.
Nel giorno della Memoria dell’orrore degli orrori, rispetto al quale il testimone rigoroso e prezioso quale è stato Primo Levi continua con le sue parole a metterci in guardia, condizioni precarie di esistenza degenerate in fiamme uccidono una giovane donna nigeriana Becky Moses. Senza voler azzardare paragoni eccessivi, tenendo ben a mente che la Memoria è un valore sacro che va difeso da ipocrisie e vuote retoriche, siamo tutti chiamati ad interrogarci su cosa vogliano dire, nelle giuste proporzioni, quelle parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. A suggello di questo insegnamento nato dall’esperienza e dalla responsabilità ad essa connessa di raccontare e di costruire con lucida consapevolezza un’etica della testimonianza, risuonano le dichiarazioni della neo senatrice a vita, nominata qualche settimana fa dal capo dello Stato Sergio Mattarella (la prima del suo settennato), Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz quando era solo una bambina. “La memoria è il vaccino contro l’indifferenza”.
L’indifferenza. Quella che fa il paio con le ingiustizie più reiterate, più impunite, più irrisolte, più incancellabili, più gravi.
I numeri hanno un peso nella Storia, certamente, ma ciò che ha un peso assoluto sulla coscienza di ciascuno è ogni singola vita umana spezzata per ragioni che, in un paese civile, democratico e con una illuminata Costituzione come l’Italia, non sono accettabili.
Cosa sarebbe stata la Shoah senza l’indifferenza e un livello di incomprensibile mancata conoscenza effettiva del livello di orrore perpetrato? Anche quella Memoria, nei decenni che sono seguiti, alla luce di quanto accaduto nella storia più recente, durante la guerra nella ex Jugoslavia e il genocidio rwandese degli anni Novanta, non è riuscita a generare pace e rispetto della dignità dell’essere umano.
La Memoria e’ etica del cambiamento, responsabilità, impegno; è quanto di più concreto possa esistere perchè, se avessimo il coraggio di consentirle di assolvere pienamente alla sua insostituibile missione, ci metterebbe di fronte a ciò che siamo. “Ho fatto questo – dice la mia memoria – non posso aver fatto questo – dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine, è la memoria a cedere” (Friedrich Nietzsche).
Le esperienze terribili che continuano ad accadere dimostrano come quella Memoria debba essere costantemente richiamata con azioni coerenti e conseguenti ai moniti e alle parole. Il rischio di oblio e di derive capaci di annidarsi in dittature come in forme di governo democratiche in cui il concetto di sicurezza non sia valore funzionale al rispetto universale della dignità umana, ma pretesto per escludere e discriminare, è quanto mai concreto e attuale. Il passo verso sentimenti di paura che inestricabilmente abitino il tessuto del nostro sentire e vivere comune è davvero breve. Forse già compiuto.
La domanda costante che, da momenti di Memoria come quello appena trascorso, dovrebbe riecheggiare e cosa mai abbiamo imparato da quella Storia, dentro la quale ogni nostra azione presente, come ogni nostra omissione, è immersa. Oggi il livello di consapevolezza potrebbe/dovrebbe essere superiore. Tutti sanno ma ancora si assiste alla morte di esseri umani, per il solo fatto di essere semplicemente quello che sono, in questo caso stranieri, migranti o braccianti agricoli in un territorio in cui questo non è più un lavoro ma solo una occasione per sfruttare e lucrare. Ad ucciderli sono le condizioni in cui si tollera che vivano, o meglio le condizioni in cui si consente che muoiano.
Persone invisibili. Ultimi di cui si perdono le tracce. L’opinione pubblica sa. Le istituzioni sanno e intervengono. Ma evidentemente non basta. Fino a quando si continuerà a morire, ciò non basterà. Fino a quando serviranno i roghi, le ceneri e il nulla che ad essi sopravvivono per rendere emergenziale una reiterata condizione di invivibilità, ciò non basterà. Fino a quando persone fuggiranno e moriranno in mare inseguendo il sogno di una vita libera, ciò non basterà. Fino a quando la morte sarà più in fretta tollerabile per il colore della pelle di chi ne resta vittima, ciò non basterà. Fino a quando l’immigrazione verrà registrata con un problema e non come un fenomeno, segno del tempo e con precise ragioni storiche, ciò non basterà.
Becky aveva appena compiuto ventisei anni e negli ultimi tempi aveva vissuto a Riace. Aveva chiesto asilo politico ma la sua domanda era stata respinta. Voleva essere protetta ma secondo le leggi del nostro paese non ne aveva diritto. Così, dovendo lasciare la cittadina ionica, alla ricerca di una soluzione aveva raggiunto nella piana di Gioia Tauro altri connazionali. Non voleva tornare indietro, nel suo paese di origine, la Nigeria, in cui i conflitti armati e la povertà imperversano, in cui le donne sono cittadine di serie B, discriminate e senza alcuna voce nonostante la ratifica della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw) delle Nazioni Unite.
Becky, però, non poteva neppure restare lì, nella cittadina amministrata di Mimmo Lucano dove era stata accolta e dove stava iniziando a costruire il suo nuovo presente.
Non voleva tornare in Nigeria ma non poteva restare in Italia dove le prospettive di permanenza regolare diventavano pressoché nulle. Una condizione esistenziale complessa, comune a tante storie di africani in cerca di una nuova vita fuori dal loro continente. Tuttavia, ciò potrà mai giustificare la morte terribile in cui è incorsa?
Questa può mai essere una buona ragione per ritrovarsi in una tendopoli in cui sopravvivere sia la più alta aspirazione possibile?
La sua storia fa già parte del passato, come le tante altre che dal gennaio 2010, dai tempi della rivolta di Rosarno ma anche da prima, si susseguono. C’era (e continua ad esserci nella piana di Gioia Tauro) un’umanità sofferente, in difficoltà, che vive nell’invisibilità. Lo scorso anno l’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu), in conferenza stampa presso il comune di San Ferdinando aveva fotografato con dei dati preoccupanti (solo il 21 % aveva un contratto di lavoro registrato e solo il 36 % aveva la tessera sanitaria) la situazione di precarietà in cui versavano i braccianti stranieri in quella zona. Impegnata per il quarto anno consecutivo nell’ambito del progetto Terragiusta con una clinica mobile per offrire assistenza medica e orientamento socio-sanitario ai braccianti agricoli stranieri provenienti soprattutto da Senegal, Mali, Ghana, Gambia, Marocco, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Nigeria l’organizzazione aveva denunciate condizioni di vita molto dure e difficili. Una precarietà non sinonimo di clandestinità, dal momento che trattavasi di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti che avrebbero avuto tutta una serie di diritti da esercitare (40% titolari di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, 31% con richiesta asilo pendente, 10% titolari di protezione sussidiaria e 2% rifugiati politici.
Le storie di chi non è sopravvissuto come Becky, di chi è già andato via e non si sa dove sia adesso, di chi ancora resta, sono già passato ma non sono affatto Memoria, non sono ancora patrimonio di questo paese al centro del Mediterraneo, destinato da millenni ad incontrare, volente o nolente, altri popoli, altre cultura e altre civiltà. Qui nessuno pare sentirsi responsabile. Nessuno lo è secondo il diritto che noi applichiamo, che noi (o chi per noi) abbiamo scritto, dietro il quale all’occorrenza ci trinceriamo come fosse una merce disponibile ad uso e consumo piuttosto che un bene supremo al servizio del benessere comune, quindi anche dei cittadini stranieri che vivono in Italia. Nessuna responsabilità mentre persone muoiono.
Pensiamo davvero di costruire benessere per la vita e le generazioni che verranno così facendo?
George Santayana, filosofo, scrittore, poeta e saggista spagnolo, scrisse se “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Sappiamo tutti fin troppo bene quanto abbia ragione.






