di Anna Foti – La storia degli ospedali psichiatrici in Calabria è antica e le complesse pagine dedicate al superamento di tali strutture, come anche in altre regioni d’Italia, raccontano di decenni di ritardo rispetto alla cosiddetta legge 180 del 1978 che, su intuizione dello psichiatra Franco Basaglia, impose la chiusura dei manicomi, disciplinando il trattamento sanitario obbligatorio di prerogativa esclusivamente pubblica, istituendo i servizi di igiene mentale, oggi centri di salute mentale allestiti in ogni azienda sanitaria provinciale – quali diramazioni territoriali del dipartimento della Salute mentale del ministero – prospettando l’integrazione dei servizi pubblici e privati e incentivando l’istituzione di servizi alternativi. Nonostante ad oggi si attenda ancora una piena attuazione delle legge Basaglia, le persone affette da patologie mentali non sono più condannate all’isolamento, alla coercizione e alla contenzione fisica (camice di forza) e l’approccio alla malattia mentale si propone di riguardare le persone effettivamente affette da queste patologie psichiatriche piuttosto che mostrarsi nutrito di ciechi pregiudizi ed ignoranza. Un tempo i manicomi divenivano i non luoghi in cui relegare non solo chi aveva bisogno di cure ma anche persone con disagi, persone affette da dipendenze, gli ultimi, i soli al mondo, le mogli adultere o presunte tali, giovani donne criminalizzate per una loro fuga d’amore, persone con gravi forme di disabilità non solo mentale che le famiglie, spesso per vergogna, preferivano abbandonare quasi completamente. Vi era la categoria dei “folli” le cui maglie erano assolutamente larghe e gravide del rischio di ingurgitare persone per nulla ammalate ma solo emarginate o portatrici di un qualche stigma. Il manicomio era un luogo nato per essere un non luogo in cui dimenticare di essere vivi e di essere persone, come fosse una periferia vocata a custodire storie dolorose e difficili, vite interrotte, sogni sospesi al di là di quelle mura, esistenze segnate dalla solitudine, dalla disperazione, dall’esclusione. Una condizione che, nonostante alcune eccezioni, ha segnato anche la storia della malattia mentale nel nostro paese, purtroppo non solo prima della legge Basaglia ma anche dopo. I tempi del superamento dei manicomi furono molto lunghi e complicati. Furono necessari oltre venti anni per l’avvio effettivo di questo delicato processo; nonostante la legge, i manicomi continuarono a restare aperti, spesso in strutture obsolete e senza che fosse chiaro come bisognasse procedere.
La legge Basaglia, riformando l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, ha reso l’Italia l’unico paese ad avere compiuto questo passo di civiltà, ad aver abolito i manicomi di fatto luoghi di confine in cui rinchiudere senza possibilità altra. Il fine della riforma fu quello di difendere la dignità e i diritti delle persone malate, lasciandosi alle spalle logiche esclusivamente custodiali e reclusive. Il cammino di reale applicazione dei principi della legge e di effettiva integrazione tra assistenza pubblica e privata per il trattamento delle acuzie e la riabilitazione (il trattamento sanitario obbligatorio è di esclusiva prerogativa pubblica) è tuttavia ancora in corso, complici i lenti, tardivi e ancora incompiuti, in termini di effettivo miglioramento delle condizioni, passaggi dai manicomi ai reparti ospedalieri di psichiatria, alle strutture private convenzionate e a quelle pubbliche riabilitative.
Anche in Calabria i ritardi sono stati notevoli; nonostante la nostra Regione si fosse già dotata di una legge ad hoc (numero 20) nel 1981, i manicomi di Girifalco, nel catanzarese, e quello di Reggio Calabria furono chiusi svariati anni dopo. L’articolo 1 della citata legge sanciva proprio lo scatto di dignità nel fronteggiare la malattia mentale ponendo al centro la persone, definendo “le funzioni e le attività relative alla tutela della salute mentale nella Regione tendenti a: privilegiare l’intervento diretto a prevenire lo stato di disagio psichico e l’insorgenza di ogni forma di patologia psichiatrica; eliminare ogni forma di discriminazione, di emarginazione e di segregazione pur nella specificità delle misure terapeutiche; favorire il recupero e il reinserimento sociale dei disturbati psichici”.
La storia dei manicomi calabresi comincia a Catanzaro nel 1878. Per l’esattezza inizia a Girifalco*, scelta per ospitare il manicomio provinciale che avrebbe potuto accogliere fino a 50 “folli” e che nel 1881 iniziò la sua attività con le 21 anime sofferenti censite nella provincia di Catanzaro.
Per questo Girifalco è stata definita dallo scrittore di lì originario, Domenico Dara, “archivio della follia calabrese per oltre un secolo”. A Reggio Calabria, ospite del circolo culturale Calarco alcune settimane fa, lo scrittore ha presentato l’ultimo suo libro “Appunti di meccanica celeste” con il quale ha vinto il premio Stresa e il premio letterario Vincenzo Padula 2017. Ambientato a Girifalco, il romanzo rende anche omaggio alla memoria del paese ancora strettamente legata a ciò che il manicomio ha rappresentato.
La sede del manicomio provinciale di Girfalco fu l’antico convento dei Riformati che all’epoca il Comune, in competizione con le altre amministrazioni, aveva messo a disposizione per l’istituzione manicomiale in Calabria. Arrivato nel lungo arco della sua vita anche ad ospitare oltre 1000 degenti, il manicomio girifalcese ebbe nel corso di oltre un secolo oltre ventimila degenti prevalentemente uomini. Domenico Marcello, nel suo volume “Storia del Manicomio di Girifalco” edito da Vincenzo Ursini, medico per lungo tempo del manicomio, riferisce delle anime che popolarono il manicomio calabrese provenienti non solo da tutta la provincia ma anche dall’estero, dalla Grecia, dalle Isole Egee e, addirittura, dai Paesi dell’Africa settentrionale.
Il manicomio provinciale di Girifalco mutò denominazione nel 1927 in ospedale psichiatrico provinciale di Catanzaro e in Nuovo complesso monumentale dagli anni 2000 in poi, dopo la sua ristrutturazione e l’avvenuto (finalmente) superamento, con Mario Nicotera direttore sanitario, della dimensione di ospedale psichiatrico (op) e il transito verso la dimensione attuale di sede di Residenza sanitaria assistita (Rsa), Comunità terapeutica riabilitativa (Ctr), Centro di salute mentale (Csm) diretto da Salvatore Ritrovato e Unità di valutazione per la malattia di Alzheimer (http://www.spazidellafollia.eu).
La storia di questo comune catanzarese è legata profondamente alla presenza del manicomio fin dalla fine del 1800. Non a caso il comune di Girifalco è stato a lungo noto come “il paese dei pazzi”. E’ una memoria forte e ancora viva nel borgo catanzarese adagiato ai piedi del monte Covello, a poco più di trenta chilometri dal capoluogo di regione. Qui molti ancora si definiscono con orgoglio figli del manicomio perchè nipoti e figli di persone che, a diverso titolo, lavorarono all’interno della struttura. Questo ancora oggi attesta l’opportunità di sviluppo e il volano economico che il manicomio rappresentò per Girifalco.
La sua lunga vita è stata scandita dalle grandi trasformazioni che riguardarono la psichiatria in Italia; tra i cambiamenti significativi, il passaggio dai sorveglianti agli infermieri, la contaminazione con la psichiatria sociale e il ricorso ad interventi terapeutici e riabilitativi in luogo dell’esclusiva modalità della contenzione fisica. Una storia lunga quella del manicomio di Girifalco che riflette in Calabria le luci e le ombre, le sfide e le difficoltà di un cammino nazionale accidentato e faticoso verso il superamento dei manicomi e di una condizione di degenza degradante, verso la liberazione dal pregiudizio che pervadeva e, ancora oggi seppure in misura diversa, pervade la malattia mentale. Tra i punti luce va ricordata l’esperienza open door di cui il manicomio di Girifalco fu antesignano. Le persone ricoverate, infatti, uscivano ed entravano dal manicomio intessendo anche relazioni con la comunità. In tanti oggi, tra i ricordi di infanzia, rammentano di averli avuti ospiti nelle occasioni di festa, nella propria casa. Esperienza comune anche ad altri manicomi in Italia è stata quella del lavoro all’interno del manicomio; in tanti ricordano una sorta di autogestione – all’interno si faceva il pane, si rilegavano libri, si lavorava la ginestra, si sfornavano mattoni, si allevavano animali. Ciò consentiva di offrire anche servizi all’esterno. Di tutto questo oggi resta solo la memoria di chi, pur se in tenera età, c’era e lo ricorda.
Girifalco è destinata ad avere ancora un ruolo nella storia della psichiatria in Italia dal momento che ospiterà anche una Residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza (Rems), già in corso di realizzazione, unitamente ad un centro clinico aperto al pubblico e che fungerà da ambulatorio cardiologico, radiologico e odontoiatrico, con una spesa finanziata nella misura di 5 milioni di euro di fondi ministeriali. Nelle settimane scorse è stato eseguito un sopralluogo alla presenza del commissario nazionale per il superamento degli Opg, Franco Corleone. Le Rems sono strutture gestite dal dipartimento Salute Mentale e dall’Asp territorialmente competente, istituite per il superamento delle strutture di contenzione sociale destinate ai cosiddetti “folli rei”, persone macchiatesi di un reato ed anche affette da patologie psichiatriche, e per porre fine al cosiddetto ergastolo bianco che condannava queste persone a rimanere internate per periodi superiori alla pena comminata. I cosiddetti Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) o manicomi criminali, aboliti nel 2013 con due proroghe per la chiusura slittate al 2014 e al 2015, ad oggi sono sostituiti da queste strutture denominate Rems. In Calabria anche questo cammino ha richiesto tempo. Non essendoci mai stato in Calabria un opg, i pazienti calabresi, autori di reato ritenuti socialmente pericolosi, afferivano in massima parte all’opg di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, ultimo manicomio criminale ad essere stato chiuso dopo quelli di Reggio Emilia, Firenze, Mantova, Napoli e Aversa, struttura nel casertano che per prima fu istituita in Italia nel 1876). Appena la residenza di Girifalco sarà aperta, sarà possibile fa rientrare in regione i pazienti che adesso sono stati collocati fuori regione.
Esiste poi, un’altra struttura imponente che potrebbe essere sfruttata a Girifalco: si tratta del complesso di Contrada Serre che era stata realizzata negli anni ’70 , prima della legge Basaglia, affinchè lì fosse allocato il nuovo manicomio, dal momento che lo storico complesso monumentale, oggi ristrutturato ed in parte adibito a Rsa, aperto da quasi un secolo versava ormai in condizione fatiscenti.
La storia del manicomio è adesso raccontata nel documentario uscito quest’anno e che nel suo titolo richiama le parole che si leggevano all’ingresso del manicomio: “Sanus egredieris”, “Uscirai sano”. Diretto dalla girifalcese Barbara Rosanò e da Valentina Pellegrino, il documentario, prodotto dall’associazione culturale “Kinema” con la partecipazione di un cast di attori calabresi, è stato già proiettato in diverse località. Esso ha partecipato allo “Sguardi Altrove Film Festival” di Milano e alla selezione dei David di Donatello.
Un progetto promosso dall’amministrazione comunale girifalcese, guidata oggi dal sindaco Pietrantonio Cristofaro e prima dal sindaco Mario Deonofrio, impegnata a preservare la memoria storica del legame del manicomio con il territorio. Tra i sostenitori anche la Calabria film commissione che ha dato un contributo per la distribuzione.
Simone Cristicchi, vincitore tra le giovani proposte a Sanremo 2007 con il brano “Ti regalerò una rosa”**, si è ispirato agli ospedali psichiatrici italiani per il testo della canzone, dopo avere visitato la struttura del comune di Girifalco che nel 2013 gli conferito la cittadinanza onoraria. In Calabria sarebbe, dunque, nata la sua ispirazione sociale per questa esperienza artistica.
La storia manicomiale approdò nel 1914 anche a Reggio Calabria con l’istituzione di un altro manicomio provinciale che nel 1932 divenne Ospedale psichiatrico provinciale e nel 1967 ospedale neuropsichiatrico. Inizialmente la struttura prevista con decreto nel 1906 avrebbe dovuto sorgere a via Borrace. Poi il sisma del 1908 travolse anche questo progetto e la nuova collocazione fu la zona panoramica dei piani di Modena. Il manicomio entrò in funzione nel 1932 e venne chiuso agli inizi degli anni Novanta dopo circa sessanta anni di attività. Sei decenni in cui, tuttavia, il progetto iniziale di colonia agricola per la rieducazione delle persone ricoverate lasciò il posto ad un lager dove ad essere rinchiusi non furono solo malati mentali ma anche persone disabili, abbandonate ed emarginate. Un’umanità sofferente di cui si prese cura anche don Italo Calabrò, l’amico degli ultimi e dei poveri, con i giovani volontari ai quali faceva da guida. Dal 1994, laddove sorgeva il manicomio, ha sede la scuola allievi carabinieri “Fava – Garofalo” di Reggio Calabria.
Attraverso la documentazione presente presso l’archivio di stato di Reggio Calabria è possibile ricostruire la storia del manicomio reggino. Le corrispondenze custodite testimoniano anche come il disagio psichico dei congiunti era vissuto dai familiari fino al secolo scorso. Interessanti sono le carte relative al progetto del manicomio, nato per accogliere e rieducare e non per internare ed isolare. Degne di nota anche documentazione processuale e le perizie.
Tutti tasselli di un cammino di civiltà che ancora è in corso, nel nostro paese come nei nostri territori, e il cui traguardo di accoglienza e umanizzazione è una irrinunciabile conquista di dignità.
*Girifalco, comune dal decennio francese (1806 – 1815), Girifalco ancora oggi fa discutere circa la sua etimologa.
Su “La tribuna illustrata”(7 Febbraio del 1937), si legge che “Girifalco deve la sua nascita alla morte di due paesi, Toco e Caria, distrutti dai Saraceni nell’836. Gli scampati all’incendio e al macello si rifugiarono sopra una rupe chiamata “Pietra dei Monaci”, sita in località Pioppi, e respinsero ogni assalto lanciando, in disperata difesa, le pietre strappate alla montagna. Furono chiamati, quei prodi, una “Sacra Falange”, e, da quel loro nome, detto in greco, venne il nome del loro nuovo nido: Girifalco”.
L’opinione più accreditata, per altro ispirazione dello stemma del Comune, è quella secondo cui il nome deriva da storie o leggende legate al falco.
Il sito del comune di Girifalco alla voce storia del territorio ricostruisce così la vicenda etimologica:
Lo studioso Giovanni Alessio, nel suo “Saggio di toponomastica calabrese”, rimanda ad un “Kurios-Falcos, Dominus Falcus”, ma il suo Kurios-Falcos è un presbitero in agro civitatisNohae, parte contraente di un rogito del 1118. (…)
Uno scrittore e viaggiatore inglese, tale Lear, percorse a piedi il sud Italia, e così scrive nel suo “Diario di un viaggio a piedi”: “Arrivai ad una città di montagna chiamata col delizioso nome di Girifalco… probabilmente se uno potesse scavare nella sua storia, potrebbe trovare che il nome arrivi ai Normanni o probabilmente al più grande dei falconieri, Federico II”.
**Ti Regalerò Una Rosa www.youtube.com/watch?v=x8RiA5ZRKMs
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perché non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un’emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare
Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?
Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita sono vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione?
Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare.






