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Memorie | Il “Natale in Calabria” di Saverio Strati

27 Dicembre 2017
in Memorie, Primo piano, RUBRICHE
Tempo di lettura: 5 minuti
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Memorie | Il “Natale in Calabria” di Saverio Strati

di Anna Foti – Una riflessione sul dono di Gesù che facendosi Uomo ha scelto la povertà di una grotta per nascere e una famiglia umile per crescere. Una storia universale soprattutto in quel Sud Italia che nel volume “Il Natale in Calabria”, dato alle stampe nel 2006 con i caratteri della casa editrice vibonese Qualecultura nella collana Granelli di Sapienza, Saverio Strati descrive come scrigno di tradizioni da tramandare, come luogo in cui il Natale si incarna nel presepe che i ricchi fanno a casa e che i contadini ammirano dopo aver fatto il pellegrinaggio fino alla chiesa. Tra i brani da lui scritti e pubblicati su ‘Le vie d’Italia’, rivista mensile illustrata di geografia, viaggi, fotografia che il Touring Club Italiano curò dal 1917 al 1968, nel 1961 Strati propose anche questo tratto da quella che sarebbe diventata una fiaba moderna, capace di emozionare e tramandare della Calabria la bellezza e l’intensa carica emotiva.

“Per un ragazzo del nord il Natale corrisponde certamente a vetrine illuminate e zeppe di giocattoli e di robe di ogni genere, all’albero dove sono appesi dei regali; e forse non avverte la preoccupa­zione dei genitori per la mancanza di soldi o di lavoro o addirittura del pane quotidiano. Per un ragazzo del sud, al contrario, il Natale prende un altro aspetto, gli si presenta con altra faccia. C’è il presepe, che ripete pari pari la storia della nascita del figlio di Dio. Ma il presepe in casa è segno di ricchezza: cioè vien fatto nelle case dei ricchi. Nelle case dei contadini o degli operai e artigiani non si fa il presepe. Lo si prepara in chiesa. Ed è opera popolare, costruito, messo su dall’abilità e spesso dalla genialità dei più bravi ragazzi; e concesso al godimento dei poveri attraverso la Chiesa, sempre mediatrice tra Dio e popolo. Certo anche Gesù Bambino sarà andato a piedi nudi per le vie del suo paese, e anche lui avrà avuto i calzoni a brandelli, visto che anche lui era figlio di gente povera. Suo padre era un povero falegname. Cosa poteva guadagnare? Ma certo Gesù era scalzo perché voleva”.

Avrebbe compiuto 90 anni il 16 agosto, Saverio Strati, lo scrittore calabrese tra i più grandi del novecento spentosi a Scandicci, in provincia di Firenze dove viveva da cinquanta anni, il 9 aprile 2014. Già da qualche anno la sua vita era molto ritirata in quella casa sul viale silenzioso della cittadina in provincia di Firenze che lo aveva accolto nel 1964. Si diceva stanco. Nato a Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, Saverio Strati, insignito del premio Campiello nel 1977 con “Il Selvaggio di Santa Venere”, non ha conosciuto i tributi e gli onori che invece avrebbe meritato la sua penna ma soprattutto non ha goduto mai di un’adeguata conoscenza da parte degli stessi calabresi. Oggi la piazzetta davanti alla sua casa, nel comune calabrese, la stessa descritta nel romanzo Tibi e Tascia, porta il nome dei protagonisti del romanzo con cui Strati si aggiudicò il Premio Internazionale Veillon nel 1960. Solo nel 2014, una manifestazione in suo onore nel comune natio promossa in collaborazione con la regione Calabria, ha goduto del riconoscimento per l’alto valore culturale da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Viveva ormai da tempo a Scandicci, alle porte di Firenze in condizioni di indigenza tali da godere, non senza mortificazione, del sussidio della legge Bacchelli. Dopo la significativa campagna di sensibilizzazione del Quotidiano della Calabria e una lunga trafila burocratica, il beneficio della legge Bacchelli, che dispone l’erogazione di un vitalizio straordinario per quei cittadini che si siano distinti in un ambito del sapere o del fare, dunque delle eccellenze, che versino in condizioni di difficoltà economiche, infatti gli era stato concesso, nel dicembre del 2009. La sua regione, la Calabria, lo aveva conosciuto poco ma quella parte che lo aveva conosciuto non lo ha mai dimenticato e, prima che la legge Bacchelli nazionale fosse operativa anche per lui, il Consiglio regionale aveva approvato la cosiddetta Bacchelli calabrese che riconosceva a Saverio Strati un assegno vitalizio annuo, in quanto calabrese illustre in condizione di difficoltà. Inoltre la stessa Regione aveva deciso di investire sulla cultura e sulle eccellenze calabresi acquistando i diritti di “Cari parenti’’ per darlo alla ristampa affinchè le biblioteche delle scuole calabresi ne avessero una copia e divulgassero la conoscenza di questo illustre conterraneo, troppo a lungo ingiustamente dimenticato e colpevolmente ignorato.

Alcuni suoi romanzi hanno fatto il giro del mondo e sono stati tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, in slovacco e in spagnolo e alcuni suoi racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicata alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina.

Strati iniziò a riordinare i primi racconti, che avrebbero formato il suo primo volume pubblicato nel 1956, La Marchesina; il suo primo libro sulla ndrangheta in cui di essa raccontava riti, formule, pensieri e azioni dei clan calabresi, in tempi in cui non solo non si conosceva il fenomeno mafioso calabrese al di là dei confini regionali, ma neppure lo si nominava. Furono i personaggi dei romanzi di Saverio Strati come Leo ne “Il Selvaggio di Santa Venere” (Mondatori, Milano) e prima ancora quelli de “La Marchesina” ad introdurla, poco dopo la pubblicazione dell’articolo del poeta-scrittore e giornalista di San Luca Corrado Alvaro, sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955. Fu allora che si parlò per la prima volta di ‘ndrangheta fuori dai confini della Calabria. “Per la confusione di idee che regnava fra noi a proposito di giustizia e d’ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale, per gli abusi veri e presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghitista”. Solo nel mese di ottobre 1955 la parola ‘ndrangheta finì in Parlamento. Solo nel 2010 sarebbe stata introdotta, con indicazione specifica, nel codice di procedura penale.

Ma torniamo alla ‘Marchesina’ la cui pubblicazione fu molto caldeggiata dal suo docente presso l’Università di Messina, il critico letterario Giacomo Debenedetti che in persona presentò ad Alberto Mondadori, a Milano, il suo lavoro. Siamo appunto nel 1956, quando cominciò a lavorare anche alla stesura del suo primo romanzo La Teda che avrebbe visto la luce con gli stessi caratteri nel 1957 e che sarebbe stato seguito da Tibi e Tascia nel 1959. Al seguito della moglie Hildegard Fleig, si recò in Svizzera dove scrisse gli altri due romanzi Mani Vuote e Il Nodo pubblicati rispettivamente nel 1960 e nel 1966. Sempre qui venne concepito e prese forma “Noi Lazzaroni” pubblicato nel 1972.
“Settembre con le sue belle giornate sen’era andato e s’era presentato ottobre con tanti colori diversi e anche tanta frescura e mille profumi di uva, pere e fichi.
Negli ultimi giorni di questo mese piovve parecchio. La terra s’imbrosacò, o inzuppò, s’ammollò parecchio e zappare era assai più pesante che trascinare la croce la sera del venerdì santo. Lavoravamo con piccone per poter pulire perbene la terra dalle erbacce. Non avevamo più unghie, dato che ad ogni colpo ci toccava levare manate di gramigna, di radici di pulicarie, di menta selvatica, di ortiche e di tante altre schifezzerie che divorano le sostanze della terra. Dietro di noi c’erano mucchi di zavorra. Montagne. La terra coltivata ne era letteralmente coperta” (da “Il selvaggio di Venere” – premio Campiello 1977).
La vita anche familiare di Saverio Strati è stata raccontata dalla nipote Palma Comandè nel volume “Prima di tutto l’uomo” (Pellegrini editore 2017). L’opera di Saverio Strati è stata e rimane un continuo tributo alla sua terra, alla fatica necessaria per lavorarla, pur dovendola un giorno lasciare. Un racconto che si dipana attraversando l’Italia sul filo di una riconciliazione con la cultura di origine che non solo ha dato i natali al suo talento, ispirandolo e rendendolo fervido nel tempo, al contempo lo ha anche lasciato ai margini, sospingendolo al nord. La solitudine, l’isolamento, le rinunce, la dimenticanza e poi il distacco dalla Calabria, l’emigrazione, specchio oggi più di ieri dell’identità di una società in continuo movimento, è metafora di quello sradicamento la cui portata si scopre solo passo dopo passo, e mai al momento della partenza, nella sua reale dimensione.

 

 

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