di Anna Foti – “Io sono Salvatore Lupo, da sempre abito a Porto Palo e facevo il pescatore… da un po’ di anni ho smesso. Mi ricordo bene, dieci anni fa, quello che era successo: era la sera di natale e c’era aria di tempesta e vento forte, e io e i miei uomini, quella notte, siamo andati al porto per rinforzare gli ormeggi delle barche e metterle in sicurezza. Poi, il 2 gennaio, per raccontare l’inizio della vicenda, quando siamo tornati in pesca dopo le vacanze di natale, si sono cominciate a pescare delle cose strane…”
Inizia così il racconto dell’ex pescatore siciliano al quale si deve la conoscenza e la memoria di fatti che, altrimenti, sarebbero rimasti sepolti negli abissi del mare, celati nelle pieghe dell’oblio, nascosti dalla paura di chi aveva scelto di negare la realtà e di ributtare quei “tonni”e quei relitti in mare. La testimonianza di Salvo Lupo è quella resa in occasione dell’intervista realizzata nel 2006 da Alessandra Sciurba ed integralmente disponibile, nella versione audio, sul sito Melting Pot Europa (http://www.meltingpot.org/Intervista-con-Salvo-Lupo-il-pescatore-che-ha-fatto.html#.WkJ42FXibct).
Si riferisce alla notte di Natale più buia della Piccola Storia, quella più dimenticata, quella più scomoda, quella più mistificata e divorata dall’indifferenza dimostrata a tutti i livelli.
La notte della sciagura che si consumò di fronte a Portopalo di Capo Passero, il comune più a Sud dell’Isola siciliana in provincia di Siracusa, quando il mare in tempesta inghiottì 283 uomini asiatici che tentavano di attraversare il Canale di Sicilia. Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 1996 il battello F174 affondò inesorabilmente; ancora oggi un relitto giace a 19 miglia al largo della località siracusana ed è noto come la Nave fantasma.
Qualcuno li ha chiamati i clandestini della coscienza, quasi trecento uomini, provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka, che non sopravvissero alle acque tra l’isola di Malta e la Sicilia. Uno dei tanti viaggi disperati finiti in tragedia. La più grande tragedia consumatasi nel mar Mediterraneo dopo la Seconda guerra mondiale. Non più l’unica dal 2013, quando il 3 ottobre (dal 2015 giornata in memorie della vittime dell’immigrazione), durante il naufragio di Lampedusa, morirono 386 migranti africani.
Quella pagina di storia fu raccontata poco e conosciuta soltanto qualche tempo dopo. Memorabile resta l’articolo che Dino Frisullo firmò sul Manifesto il 20 giugno 2001. “Loro malgrado, quei miseri naufraghi hanno scritto una pagina di storia. Storia minore, scomoda e rimossa.
Storia che rischia di scivolare via sull’onda dello scoop giornalistico, che rivestirà quei corpi di effimera carta nella doppia sepoltura del mare e del cinismo.
Vorrei raccontarla, quella storia, per chi non considera la memoria un lusso”.
Nel 1996 erano in 470 a viaggiare sull’imbarcazione honduregna Yiohan, con al comando il libanese Youssef El Hallal. Quella notte del 1996, in mezzo ad un mare particolarmente agitato, avvenne il trasbordo nel ferry boat maltese F 174, guidato dal comandante greco Eftychios Zebourdakis. I migranti, estenuati dall’attesa e da giorni di viaggio, si affannarono a passare sull’altra imbarcazione. La nave maltese, complice un mare burrascoso, tuttavia, non reggeva il carico, cominciando ad imbarcare acqua ed inducendo il comandante a richiamare in soccorso la Yiohan che con quel mare in tempesta tornò indietro e, durante il nuovo trasbordo si scontrò con la F174. Questa, danneggiatasi, affondò. In questo frangente affogarono 283 persone. La Yiohan ripartì alla volta della Grecia con i 170 migranti sopravvissuti, poi a terra rinchiusi in un casolare. La fuga di alcuni di loro consentì alla storia di essere raccontata ma non fu creduta dalle autorità. La Yiohan continuò ad essere strumento di traffici fino a quando non venne sequestrata il 28 febbraio 1997 a Reggio Calabria in occasione di un altro sbarco di migranti.
Per anni non si credé alla “strage di Natale” raccontata dai testimoni e dai superstiti, fino al ritrovamento a opera del pescatore Salvo Lupo della carta di identità del diciassettenne dello Srilanka, di nome Ampalagan Ganeshu. Chi era? Perchè quel documento era in fondo al mare? Quale segreto nascondeva quella traccia di vita e probabilmente anche di morte? Come avrebbe dovuto essere interpretato quel segno che rendeva, dopo tante mistificazioni e numerose bugie, finalmente più concreta ed evidente una storia a lungo ignorata? Fu allora che la determinazione di Salvatore “Salvo” Lupo consentì di voltare pagina. Egli ha pagato un alto prezzo per la sua scelta di denunciare e di cercare la verità: ha lasciato il mestiere di pescatore e la Sicilia per fare il rimorchiatore tra la Toscana, la Tunisia e la Libia. Determinante fu il suo contatto con il giornalista di Repubblica Giovanni Maria Bellu che condusse un’inchiesta internazionale e, noleggiando un robot per la ricerca sottomarina, chiamato Rov (Remotely Operated Vehicle), nel 2001 individuò il relitto della F174. Quel naufragio adesso aveva una prova tangibile. Dal suo libro è stata tratta la miniserie televisiva in onda su Rai Uno dal titolo “I fantasmi di Portopalo” con Beppe Fiorello nel ruolo del pescatore Saro Ferro (Salvo Lupo) e con Giuseppe Battiston nel ruolo di Giacomo Sanna (Giovanni Maria Bellu). Anche il Teatro della Cooperativa di Milano, con la regia di Renato Sarti, si occupò della Nave Fantasma. Pure Carlo Lucarelli lo fece nei suoi Misteri Italiani.
Quella che oggi si ricorda come la Strage di Natale, rimasta sconosciuta per cinque lunghi anni, portò alla luce non solo il dramma della migrazione del nostro tempo ma anche i risvolti gravi della pratica del traffico di esseri umani, della abietta speculazione e del bieco sfruttamento della disperazione di intere comunità, dell’ignobile mercificazione del diritto delle persone ad una vita che, proprio perchè tale, deve essere dignitosa anche se al di fuori del proprio paese di origine.
Dopo l’azione di Giovanni Maria Bellu, i quattro premi Nobel, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco, Carlo Rubbia e Dario Fo lanciarono una petizione per il recupero dei corpi. Brandelli di verità strappati da un manto di indifferenza e deplorevole indolenza. Un naufragio di serie b perché a naufragare erano stati cittadini stranieri e poveri che ben si prestavano a restare invisibili se qualcuno non si fosse ricordato dei doveri di uomo prima di tutto. Un naufragio tollerato e coperto dai governi. Il comandante libanese avrebbe dichiarato anni dopo di essere ripartito dal luogo dell’affondamento verso il Peloponneso a bordo della Yiohan, con oltre un centinaio di immigrati sopravvissuti, e di avere ricevuto delle coperture per giungere poi con l’equipaggio fino in Turchia. Dopo oltre un decennio di impunità e l’assoluzione in primo grado nel processo a Siracusa nel 2007, nel marzo del 2009, la corte d’assise di appello di Catania condannò per omicidio volontario plurimo aggravato a trent’anni di reclusione due imputati l’armatore pakistano Sheik Thourab e il comandante greco della nave F174 Eftychios Zebourdakis, contumace perchè non estradato dalla Francia dove intanto era scappato. Nonostante il relitto si trovasse al di fuori delle acque internazionali, la procura siracusana riuscì ad indagare e ad incardinare un processo perseguendo un crimine qualificato di eccezionale gravità. Nel 2008 la condanna a trent’anni di reclusione era stata già emessa, sempre dalla corte d’assise d’appello di Catania, anche per il comandante libanese Youssef El Hallal. In entrambi i processi fu disposta anche una provvisionale di 20 mila euro per le famiglie di ciascuna vittima.
Ostinata fu la resistenza delle famiglie, guidate dall’anziano padre di una vittima, Zabiullah, che favorirono l’emersione di un meccanismo imprenditoriale criminale, di una catena del traffico di esseri umani con testa turca e armatori greci, con punti logistici in Egitto, Siria e Turchia, che dai villaggi del Kurdistan, del Pakistan e dell’India fino all’Italia “organizzava i viaggi”, approfittando della disperazione e della necessità di fuga dalla miseria di esseri umani in cerca di sopravvivenza e di diritti. Un dramma umano già annunciato ma ancora colpevolmente latente, silente, ignorato. Erano gli anni dello storico sbarco di Curdi a Riace; qui nel 1998 quei migranti furono accolti e, nel tempo, hanno ripopolato un borgo suggestivo e risollevato l’economia di una comunità.
Tra le azioni di sensibilizzazione più recenti e significative legate a questa drammatica vicenda ricordiamo quella di Gaia Ferrara, appassionata di due ruote, fondatrice dell’associazione Viandando, nominata nel 2015 Cittadina Europea dalla vicepresidente del Parlamento Europeo, Sylvie Guillaume, per “il lavoro quotidiano di questa cittadina essenziale per la coesione sociale dei nostri Paesi“. Nel 2014 Gaia Ferrara percorse in sella alla sua bici 1200 kilometri per ricordare i migranti annegati la notte del Natale del 1996 al largo di Portopalo.
Sono, tuttavia, ancora pochi quelli che rivendicano il diritto alla verità per questa e per altre storie non solo italiane; questa vicenda è un monito contro l’indifferenza e l’invisibilità alla quale impunemente vengono condannate intere comunità solo perchè deboli, non poste nelle condizioni di testimoniare le loro ragioni, di esercitare i loro diritti e di difenderli. Ad oggi le leggi italiane in materia sono state implementate ma restano, purtroppo, poca cosa se la loro rigorosa applicazione non ne segna la strada maestra. Gli invisibili vivi e le vittime invisibili. Anche il porto di Reggio Calabria ha accolto salme di fratelli e sorelle, anche giovani, la cui vita è stata interrotta in mare. Oltre venti anni sono trascorsi da quella strage di Natale, eppure quel dolore infinito, con dirompenza disarmante, ancora interroga la coscienza pur restando spesso inascoltato.





