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Memorie | Le parole di D’Annunzio e la rivolta della brigata Catanzaro

15 Novembre 2017
in Memorie, Primo piano
Tempo di lettura: 7 minuti
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Memorie | Le parole di D’Annunzio e la rivolta della brigata Catanzaro

di Anna Foti – 1917 – 2017 un centenario che sollecita la memoria a richiamare avvenimenti verificatisi in piena Prima guerra mondiale. Un conflitto particolarmente sanguinoso che costò la vita di oltre 20 milioni di militari e civili e durante il quale milioni furono i feriti e quasi otto milioni i soldati dispersi. Nel 1917, si combatteva in trincea già da tre anni. L’Italia era in guerra da due, essendo scesa in campo il 24 maggio 1915 al fianco dell’Intesa e contro l’impero Asburgico, dopo una iniziale dichiarazione di neutralità. Dello sfinimento in trincea e del sempre più emergente rifiuto per la guerra, che costrinse alle armi e alla morte tantissimi ventenni, divennero simbolo la rivolta e la decimazione della Brigata Catanzaro consumatesi tra il 15 e il 16 luglio del 1917, a Santa Maria La Longa in provincia di Udine. Estenuante era già stato l’impiego della brigata in trincea perchè scandito dalle perdite della metà degli effettivi durante la terza battaglia dell’Isonzo, sul monte San Michele tra il 17 ed il 26 ottobre 1915, e dalla morte di oltre trecento soldati in un solo giorno sul Carso (dove rimase impegnata dal luglio 1915 al settembre 1917) il 3 giugno 1916. Le perdite della Brigata Catanzaro tra il 1915 ed il 1916 furono di 1.062 morti, i feriti furono 10.203 ed i dispersi 2.078, riferisce nel suo approfondito lavoro di ricerca Giulia Sattolo, originaria proprio di Santa Maria la Longa e assegnista si ricerca presso il dipartimento di Lingue Letterature, Comunicazione, Formazione e Società (DILL) dell’Università degli Studi di Udine.

“Dissanguata dai troppi combattimenti; stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori, (…) l’eroica brigata Catanzaro, una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione, si ammutinò (…)«O notte vergognosa, che nessuno ti conti tra i giorni dell’anno mio! » Era in me l’implorazione del dolore d’Italia, prima dell’ottobre di Caporetto… Quella estate del 1917 lasciava cadere troppe foglie arsicce, come un autunno di perfidia precoce. Già nell’afa pareva passassero a quando a quando zaffate di pestilenza. Già, nelle casse d’abeto, con carname di bestie era rifatto il peso dei nostri morti squartati dal frodatore.

La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: «La decimazione! La decimazione!» L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura, simile a quell’empietà che arde nei libri dei Profeti (…)”.

Prezioso e intenso fu il racconto di quella drammatica e così emblematica pagina di Storia reso da Gabriele D’Annunzio nel brano “Cantano i morti con la terra in bocca e le carene valicano i monti” del “Libro Ascetico della Giovane Italia”, anche richiamata nella pubblicazione “Percorsi di ricerca nella Grande Guerra. Il fronte marittimo dell’Italia meridionale” a firma dello storico reggino Agazio Trombetta (Falzea 2015).

Lo scrittore interventista, noto come il Vate, talvolta – ma non quella notte – risiedeva nella villa Colloredo che con il palazzo Bearzi, sede del comando della brigata, divennero obiettivi del conflitto a fuoco scaturito dalla rivolta; per questo motivo il capitano D’Annunzio, che operava nel comando del 1° gruppo Aeroplani nel campo di aviazione vicino, assistette alle esecuzioni ed ebbe quelle parole di dolore e strazio. Il conflitto a fuoco seguì l’ammutinamento dei soldati agli ufficiali e alla polizia militare e precedette la repressione della ribellione perpetrata, con l’ausilio di rinforzi giunti da presidi vicini, attraverso uccisioni, ferimenti e arresti. Tutto culminò drammaticamente nella fucilazione in massa di sedici fanti arrestati ai quali si aggiunsero altri dodici soldati estratti a sorte nella 6ª compagnia del 142° reggimento. Il numero delle vittime della decimazione, eseguita tramite fucilazione da parte del plotone d’esecuzione composto dai soldati della stessa brigata, pare sia stato dunque di 28 e tra questi Saverio Gratteri, classe 1888 di Gerace Superiore e Antonio Cassalia, classe 1890 di Cataforio.

Quattro soldati furono condannati a morte e le esecuzioni ebbero luogo nel settembre successivo. Altri soldati furono processati e condannati, altri morirono in ospedali da campo e altri furono inviati a combattere fino alla fine della guerra.

Ci fu Caporetto dopo quella decimazione che in sè racchiudeva tutto il disagio di un esercito italiano divenuto insofferente, all’interno del quale per questo si verificavano sbandamenti dei soldati e diserzioni; fenomeni che portarono il generale Cadorna ad adottare metodi di giustizia sommaria per comminare fucilazioni esemplari e a ricorrere alla decimazione (fenomeno tutto italiano consacrato in una circolare che lo stesso Cadorna firmò nel novembre 1916) in caso di reati gravi con difficile accertamento dei responsabili. Dunque la corrispondenza tra accuse generiche e massima pena non fu rara all’interno del Regio esercito.

La brigata Catanzaro, costituita due anni prima, nel marzo 1915 a Catanzaro Marina, si componeva del 141° Reggimento, formatosi dal deposito del 48° reggimento di Catanzaro marina, e del 142° Reggimento, formatosi dal deposito del 19° reggimento di Monteleone (attuale Vibo Valentia). Le prime quattro unità del 141° reggimento erano composte da catanzaresi mentre soldati reggini componevano le unità comprese tra l’ottava e la dodicesima. Le altre unità erano composte da altri militari non solo calabresi ma anche siciliani e provenienti dalle altre regioni del Sud. La brigata Catanzaro fu tra le grandi unità del Regio esercito italiano, la più impiegata in trincea, impegnata come brigata d’assalto sul Carso dal luglio 1915 al settembre 1917. In prima linea a Castelnuovo, a Bosco Cappuccio, a Oslavia e, durante la Strafexpedition, sul monte Mosciagh e sul monte Cengio; poi fu impegnata sul monte San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log, Lucatic, sul Monte Ermada, a Caporetto ed infine a San Giovanni di Duino.

Nella Fanteria, che rappresentò l’arma con il maggior numero di componenti per i compiti strategici dalla stessa assolti, nel primo gruppo di 25 Brigate create nel 1915 – e che fino al 1918 sarebbero diventate 40 – si annoverò, dunque, anche la ‘Catanzaro’ costituita da 6000 soldati soprattutto calabresi, quasi subito inviata in Friuli e inquadrata nella 3^ armata agli ordini del Duca D’Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia.

Una brigata che segnò molte pagine della storia della Grande Guerra tra cui quella che lo stesso generale del Regio esercito, nonchè senatore dello stesso regno, Luigi Cadorna stigmatizzò come un brillante contrattacco delle valorose fanterie del 141°reggimento in località monte Mosciagh, sull’altopiano di Asiago, il 27 maggio 1916. Episodio ripreso dalla stampa nazionale che gli dedicò la prima pagina su La Domenica del Corriere, con una indimenticata illustrazione di Achille Beltrame. Dallo stesso episodio derivarono il motto del 141º Reggimento: «Su Monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone» e la decisione del Re di concedere motu proprio alla bandiera dello stesso reggimento la medaglia d’oro al valore militare con questa motivazione: «Per l’altissimo valore spiegato nei molti combattimenti intorno al San Michele, ad Oslavia, sull’Altopiano di Asiago, al Nad Logem, per l’audacia mai smentita, per l’impeto aggressivo senza pari, sempre e ovunque fu di esempio ai valorosi (luglio 1915 – agosto 1916)». Il 142º reggimento ebbe la medaglia d’argento.

In Calabria furono presenti anche reparti di esercito permanente come il 19° reggimento fanteria “Brescia” a Cosenza, il 20° “Brescia” a Reggio ed il 48° “Ferrara” a Catanzaro. Poi ancora altre milizie mobili si formarono dal deposito di Catanzaro (96° reggimento “Udine”, 221° “Jonio”), dal deposito di Cosenza (142° “Catanzaro” e 243° “Cosenza”), dal deposito di Reggio (246° reggimento “Siracusa”).

La brigata Catanzaro fu sciolta nel 1920 e ricostituita nel giugno 1940 in Libia con il nome di Divisione di Fanteria Catanzaro, ovviamente in vista dell’entrata in guerra nel Secondo Conflitto mondiale.

Quanto accaduto a Santa Maria la Longa fu antesignano della disgregazione cui stavano andando incontro tutte le forze belligeranti impegnando nel primo Conflitto mondiale, non solo quella italiana. L’enorme stanchezza, il notevole disagio, quella dimensione umanamente usurante della guerra e la conseguente reazione, per i tratti più violenti e autoritari tipicamente italiana, con quella decimazione della brigata Catanzaro si imposero in tutta la loro evidenza come fenomeni che in realtà stavano attraversando anche agli altri eserciti europei. Gli episodi di ammutinamento e di diserzione non mancarono in Francia e in Russia dove la Rivoluzione della minoranza Bolscevica e il crollo del sistema zarista erano alle porte.

La disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) e la rivoluzione di Ottobre compongono il quadro con l’uscita della Russia dall’Intesa e con Francia e Gran Bretagna impegnate a chiedere e ottenere l’aiuto di Stati Uniti e Giappone per vincere la guerra.

In questo 2017 infatti ricorre anche il centenario della Rivoluzione d’Ottobre (iniziata nel febbraio 1917 e culminata nell’insurrezione nell’attuale San Pietroburgo il 6 – 7 novembre 1917 ossia il 24 – 25 ottobre 1917 secondo il calendario giuliano) celebrata, anche a Reggio Calabria, nel segno del cinema con la riproposizione nella sale del maestoso e poco conosciuto – complice anche la celebre battuta fantozziana – capolavoro sovietico dal titolo “La corazzata Potëmkin” di Sergej Michajlovic Ejzenstejn. Proposto nella versione restaurata da Deutsche Kinemathek con Bundesarchiv-Filmarchiv, Bfi-National Archive e Russian State Archive of Literature and Arts, distribuito dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto Cinema ritrovato, la sua prima versione era stata proiettata a Mosca nel 1925. Il circolo del cinema Cesare Zavattini di Reggio Calabria, presieduto da Tonino De Pace, ha deciso di celebrare i suoi 25 anni di attività nel solco di questo centenario proponendo nell’ambito della sua rassegna, in corso al cine teatro Odeon, la proiezione del film con cui il regista sovietico Ejzenstejn raccontò i fermenti rivoluzionari nella Russia che ancora per poco più di un decennio sarebbe rimasta assoggettata al dominio dello zar. Tutti i prodromi della rivoluzione d’Ottobre contro lo Zar Nicola II cui seguirono prima la nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, dopo la guerra civile russa, la nascita dell’Unione Sovietica, in quella pagina di storia scritta nel 1905, oggi più che mai attuale per la sua forza dirompente e sempre attuale dei binomi potere e libertà di scelta, ingiustizia e ribellione, repressione e riscatto. L’ammutinamento dell’equipaggio dell’incrociatore corazzato Kniaz Potemkin, la protesta per i vermi nel cibo, la condanna senza processo e la mancata esecuzione (per il rifiuto del plotone di sparare); la rivolta, l’approdo a Odessa il 27 giugno 1905 e la successiva sanguinaria repressione dei cosacchi dello zar; l’uscita dal porto per affrontare la flotta dello zar i cui marinai non fecero fuoco e quindi il finale con la bandiera rossa: ecco i tasselli di un racconto scandito da immagini e ritmo sapientemente intarsiati. Un racconto affidato alla musica e al movimento dei protagonisti, ai loro volti, alle loro emozioni, Un montaggio impeccabile in cinque atti (Uomini e vermi; Dramma sul ponte; Il sangue grida vendetta; La scalinata di Odessa; Una contro tutte), lungo settanta minuti, per immortalare una storia che assurge ad universale, che coinvolge ed emoziona, dove i dialoghi non sono assenti ma sublimati nelle musiche straordinarie di Edmund Meisel. Un inno alla rivoluzione, alla solidarietà, al coraggio per la conquista della libertà, nonostante l’orrore della guerra, della violenza e della repressione.

 

 

 

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