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Memorie | 1917, soldati calabresi in trincea

8 Novembre 2017
in Memorie, Primo piano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Memorie | 1917, soldati calabresi in trincea

di Anna Foti – Vite brevi e timidi sogni già infranti in trincea. Tantissimi, prevalentemente ventenni o poco più, furono i soldati anche calabresi che combatterono e morirono durante la Prima guerra mondiale (1914 – 1918 con ingresso in guerra del Regio esercito d’Italia nel 1915 dopo il patto di Londra). Un tributo di vite umane inestimabile, il sacrificio immenso di una generazione scandito da un’infinità di nomi riportati nell’Albo d’oro dei militari caduti nella guerra nazionale 1915 – 1918 curato dall’allora ministero della Guerra del Regno d’Italia, oggi confluito nel ministero della Difesa, anche custodito presso la biblioteca dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria; nel suo quarto volume contiene i nomi dei giovani calabresi sacrificatisi in nome della Patria, il Regno d’Italia. Per ogni nome si immaginano il volto, i sentimenti, le paure e in questi giorni di commemorazioni la memoria svolge, o almeno così dovrebbe essere, il compito di spingere ciascuno di noi a riscoprire, conoscere o a riconoscere la Storia da cui discende la nostra contemporaneità. Esattamente cento anni fa (24 ottobre 1917) la disfatta di Caporetto (dodicesima battaglia dell’Isonzo), ad opera delle truppe tedesche guidate dal giovane tenente Erwin Rommel (poi generale dell’esercito nella Seconda Guerra mondiale), assurta a battaglia dopo la quale l’Intesa e gli Alleati vinsero la Guerra, e l’anniversario dell’armistizio di Compiègne firmato l’11 novembre 1918 nella città francese e che sancì la fine degli scontri tra impero Tedesco e gli Alleati e di fatto la fine della prima Guerra mondiale; ciò avvenne alcuni giorni dopo l’armistizio di villa Giusti firmato a Padova dall’impero Austroungarico e dal fronte Italia – Intesa, il 3 novembre 1918 ed entrato in vigore il 4 novembre dello stesso anno. In terra slovena solo nell’agosto precedente il regio esercito aveva inflitto alle truppe austroungariche una sconfitta solo tattica e non strategica sotto la guida del generale Luigi Cadorna, poi sostituito dopo la sconfitta a Caporetto da Armando Diaz, sull’altopiano di Bainsizza. Il 25 ottobre 1917 perse lì la vita il giovane soldato originario di Serra San Bruno, Azaria Tedeschi di appena trent’anni. Lui come dei cosentini, Vincenzo Forte, classe 1886, nato a Spezzano Albanese e morto il 12 gennaio 1939, e Luigi Settino, originario di San Pietro in Guarano, classe 1897, morto in combattimento sul Carso il 15 maggio 1917, e del reggino Antonio Panella, classe 1895, morto a Sella di Dol in Slovenia il 27 agosto 1917, ricevette la medaglia d’oro al valore militare, come riportato sul volume “Le medaglie d’oro al valore militare 1917” a cura dell’omonimo gruppo, pubblicazione edita a Roma nel 1968 e custodita anche presso la biblioteca dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, dove è possibile consultare anche l’annuario del liceo ginnasio “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria (Biblioteca Archivio di Stato), presidio culturale in prima linea nel riscatto dopo la disfatta di Caporetto, grazie all’impegno profuso da professori e alunni nell’opera di rinnovamento spirituale.
In quei giorni, cento anni fa, tanti giovani calabresi dei distretti militari di Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza risultarono dispersi, morti in combattimento o negli ospedali da campo per le ferite riportate o in stato di prigionia per malattia. Tra loro i reggini Nicodemo Agostino di Mammola (classe 1880), Domenico Belcastro di San Giorgio Morgeto (classe 1893), i catanzaresi Raffaello Andreaggi di Pianopoli (classe 1885), Pasquale Borelli di Sersale (classe 1887), i cosentini Francesco Bilotto (classe 1887) di di Torano Castello e Raffaele Caligiuri (classe 1898) di Bocchigliero. Tra i soldati calabresi caduti a Caporetto si ha notizia del giovanissimo Pasquale Anania (classe 1896) del distretto militare di Cosenza e originario di San Marco Argentano, soldato del 4°reggimento artiglieria da campagna.
Su quella trincea d’acqua che fu l’Isonzo, al confine tra la Slovenia e Gorizia, morirono anche tanti calabresi tra cui il cosentino Cesare Arsenio classe 1839 di Carolei e il reggino Carmelo Domenico Barillà, classe 1886 di Calanna.
Sul Piave, fiume nell’omonima valle ribattezzato come sacro della Patria, nella prima battaglia e della successiva Offensiva dell’esercito regio contro le truppe tedesche e austroungariche, nel 1917, persero la vita anche il reggino Francesco Albanese (classe 1881) originario di Siderno e il cosentino Salvatore Bartella (classe 1897) originario di Marano Marchesato.
Sono solo alcuni nomi. Nessuna pretesa di esaurire in queste poche righe la memoria del sacrificio di tanti soldati calabresi morti in quei giorni.
Nello stesso albo anche tanti giovanissimi classe 1900 come il cosentino Umberto Calvoso, il reggino Giuseppe Cambareri, il catanzarese Giuseppe Campisano che persero la vita un anno dopo, nel 1918.
Siamo tutti figli di coloro che sacrificarono il loro bene più prezioso perchè ci fosse un futuro o forse perchè da un certo punto in poi non ci fu via d’uscita diversa dal combattimento nel regio esercito e dalla morte. Non si tratta solo degli elenchi delle vittime della carneficina che fu la Prima Guerra mondiale ma di un prezioso patrimonio di valori, moniti e speranza.
Definita la Quarta Guerra di Indipendenza perché ad essa si deve il compimento del disegno risorgimentale di Unificazione dell’Italia, la Prima guerra mondiale si distinse drammaticamente per una perdita umana di oltre 20 milioni di vite spezzate tra militari e civili, di altrettanti militari feriti e di quasi otto milioni di soldati dispersi.
Oltre 70 milioni di uomini mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa). I giovani italiani furono 650 mila, il 13% dei chiamati, non hanno fecero ritorno a casa, un sacrificio senza precedenti anche per i milioni di feriti, mutilati ed invalidi. 500 mila morti in combattimento, 50 mila per ferite riportate o malattie contratte e 100 mila in stato di prigionia. Il 48,7% dei chiamati alle armi appartenevano all’Italia settentrionale, al centro il 23,2%; al sud il 17,4% ed alle isole il 10,7%. Prima la Lombardia su scala nazionale ed ultima la Basilicata. Prima al Sud la Sicilia. Drammatiche furono le percentuali dei mancati ritorni soprattutto al Sud, in Basilicata (21%), in Sardegna (13%) ed in Calabria (11%).
Nella Fanteria, che rappresentò l’arma con il maggior numero di componenti per i compiti strategici dalla stessa assolti, nel primo gruppo di 25 Brigate create nel 1915 – e che fino al 1918 sarebbero diventate 40 – si annovera anche la ‘Catanzaro’ costituita dal 141° Reggimento, formatosi dal deposito del 48° reggimento di Catanzaro marina, e dal 142° Reggimento, formatosi dal deposito del 19° reggimento di Monteleone (attuale Vibo Valentia). Essa fu tra le grandi unità del Regio esercito italiano, la più impiegata in trincea, impegnata come brigata d’assalto sul Carso dal luglio 1915 al settembre 1917.
Non vi fu borgata o città nello stivale che non contribuì alla Prima Guerra Mondiale: tutti gli italiani, di tutte le regioni, si trovarono in trincea per combattere per il loro Paese. Ma fu una carneficina per un intera generazione.

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