di Anna Foti – E’ una società in cui le scolaresche anche della provincia reggina, come accaduto a Palmi e Cittanova, scesero in piazza per quanto accadeva nel cuore dell’Europa in un momento delicato, neppure breve, in cui gli equilibri derivati dalla Seconda guerra mondiale venivano messi in discussione sulla base delle stesse istanze di libertà a presidio delle quali erano stati posti; una società in cui la Chiesa, partiti e movimenti politici (dal partito Liberale al partito Socialista Democratico, dalla Democrazia Cristiana al partito Comunista) e sindacati, non senza tentativi di strumentalizzazione, condannavano il regime Sovietico per la dura repressione attuata in Ungheria oppure giudicavano debole solo la classe dirigente contingente per non aver saputo gestire la deriva antisovietica animata dai nostalgici dell’ammiraglio Miklos Horthy, sfociata nella rivolta del 1956. Unanime, seppure con delle sfumature sostanziali, fu stata la solidarietà al popolo ungherese che così platealmente faceva resistenza in un sistema che già si poneva come resistenza alle derive totalitarie di Destra, da poco meno di decennio neutralizzate dalla Storia. Questo è lo spaccato che restituiscono i documenti del fondo prefettizio (Faldone B102) consultabile presso l’archivio di Stato di Reggio Calabria dove sono conservati corrispondenze, manifesti, giornali d’epoca e altri documenti che consentono di ricostruire, a distanza di sessant’anni, cosa avvenne nel reggino nei giorni immediatamente successivi a quel 23 ottobre del 1956, quando il popolo ungherese insorse contro il regime sovietico rivendicando libertà. In tanti dovettero fuggire in altri paesi dell’Europa tra cui anche l’Italia.
L’Avvenire di Calabria, in edizione straordinaria, titolò in prima pagina il 4 novembre 1956 “Uniti nella preghiera col popolo ungherese che resiste ancora alla barbarie sovietica”; questa la presa di posizione della Chiesa reggina che in quei giorni di dura repressione organizzò una processione. In archivio presente la comunicazione rivolta alla Questura di Reggio Calabria datata 6 novembre 1956, in cui si annuncia proprio la “processione di penitenza per le vittime ungheresi con la partecipazione di S.E. monsignor Giovanni Ferro, del Capitolo metropolitano, di numerosa rappresentanza del clero e di 5000 persone”. Per il popolo ungherese quella data è oggi festa nazionale in memoria del momento in cui davanti al Politecnico di Budapest, al Parlamento e alla Radio di Stato, quella drammatica ribellione contro l’oppressione ungherese fu proclamata come Rivoluzione d’Ungheria per i diritti umani e per l’indipendenza di tutto il Paese. Un evento che risuonò fino in Calabria e che dimostra come nulla mai si fermi: anche dopo il ristabilimento dell’ordine a far la Storia sono i popoli con il loro impeto di libertà, il loro anelito di giustizia che non conosce confini geografici ed è capace di scardinare ogni ideologia inducendo, come avvenuto in Ungheria, a ribellarsi al cospetto di chi, di quella Libertà poi negata, si era reso paladino. Una pagina di Storia la cui portata non fu solo ungherese ma che dagli ungheresi fu scritta. Gli stessi ungheresi compatrioti di Ferenc Molnár, scrittore, drammaturgo e giornalista di origini ebraiche, autore del celebre romanzo per l’infanzia “I ragazzi della via Pal” pubblicato nel 1906, per la prima volta su una rivista in capitoli, con lo scopo di denunciare la mancanza di spazi per il gioco, origine di uno scontro tra bande. Anche quella battaglia non ha confini geografici nella Letteratura come nella Storia.
Nel sessantesimo anniversario di quella marcia che all’indomani della Seconda guerra mondiale incarnava la ribellione di interi popoli all’assoggettamento all’Unione sovietica, quello che oggi resta di quella storia è da ricercare nelle pieghe di un’Europa in larga parte colpevolmente incapace di guardare oltre i suoi confini, confini che pretendono di essere in larga parte limiti invalicabili. L’influenza sovietica, che la resistenza dei popoli dell’Est fece diventare anche armata, fu il preludio dello storico muro che per 28 anni /1961 – 1989) divise Berlino, nel cuore dell’Europa. Quella città spaccata incarnava l’emblema del mondo diviso tra l’Unione Sovietica e il blocco Occidentale, di quella geografia di poteri disegnata dopo la Seconda Guerra Mondiale alla conferenza di Yalta (1945): da una parte l’influenza statunitense e dall’altra quella sovietica comunista. Una barriera antifascista, una rete di fortificazioni che avrebbe dovuto proteggere e che invece ostacolò diritti e libertà, che divise un popolo e generò ferite dolorose.
Sono i tempi della sottoscrizione del patto di Varsavia nel 1955. I paesi del blocco sovietico stringono l’alleanza che si pone come contraltare rispetto al trattato atlantico (ancora in vigore) della Nato siglato a Washington nel 1949. L’alleanza militare dell’Est Europa filosovietica venne sciolto con l’Unione Sovietica nel 1991.
In piena guerra fredda, si registrava la necessità di compattezza all’interno degli alleati del Patto di Varsavia. Qualcosa, però, stava cambiando nella sinistra europea e la sanguinosa repressione sovietica proprio della rivolta ungherese del 1956 e della rivolta in Germania nel 1953 segnavano il destino di un socialismo democratico per niente gradito dalla potenza sovietica di Breznev. Per arginare questa spinte si applicò, infatti, la cosiddetta dottrina Breznev, la quale prevedeva anche l’uso della forza per imporre ai diversi stati satellite dell’Unione Sovietica un comune sistema. Una repressione che normalizzò drammaticamente la situazione entro le due settimane successive. Ma molto accadde, tuttavia, in questo frangente. Molti raggiunsero il Sud America, soprattutto in Argentina, senza poter fare ritorno in patria fino all’abbattimento del muro di Berlino. Migliaia furono le persone deportate e molte di più quelle uccise. Si parla di 1.200 esecuzioni, per non parlare del bilancio del triennio che và dal 1960 al 1963 dove risultano migliaia di ungheresi deportati in Unione Sovietica. Duecento mila coloro che si rifugiarono in Occidente, anche in Italia, anche in Calabria, ma soprattutto negli Stati Uniti. Chi rimase in Ungheria rischiò e subì torture per aver criticato il sistema politico sovietico. Tracce di questa violenza sono custodite presso il “Museo della tortura” di Budapest allestito proprio all’interno del palazzo della vecchia polizia segreta. Ci sono tracce dell’accoglienza della Calabria nello stesso fondo prefettizio (B102) già prima citato e consultabile presso l’Archivio di Reggio Calabria. Citiamo la comunicazione del prefetto di Reggio dell’epoca, Alfredo Correra, in cui si parla dell’accoglienza dei profughi ungheresi e altra documentazione relativa all’attività della Croce Rossa e alla maratone di solidarietà avviata anche dai Comuni, tra cui quello reggino di Motta San Giovanni nel gennaio del 1957.
La storia della Calabria e dell’Ungheria si intrecciano anche in epoche più remote. Antica terra dominata da Árpád d’Ungheria, potente capo magiaro (quella dei Magiari fu la principale tribù ungara) e fondatore della dinastia degli Arpadi che regnò in Ungheria dal periodo a cavallo tra l’800 e il 900 e fino al 1300, l’attuale Ungheria fu conquista degli Angiò prima e degli Asburgo dopo. Carlo d’Angiò fu, infatti, duca di Calabria, vicario generale e principe ereditario del Regno di Napoli che dal Medioevo al 1800 comprese i territori delle attuali regioni d’Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria e alcune aree del Lazio. La grande famiglia imperiale europea degli Asburgo regnò poi anche in Ungheria e, nella seconda metà del 1800, stringendo un’alleanza con la storica monarchia diede vita all’impero Austro- ungarico che tuttavia, unitamente a quello Ottomano, governò fino alla fine della Prima guerra mondiale (1918).






