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Memorie – Gioacchino Murat, a Pizzo la fine della sua marcia

19 Ottobre 2016
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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Memorie – Gioacchino Murat, a Pizzo la fine della sua marcia

di Anna Foti – Di origini umili, ultimo di undici figli nati da una coppia di albergatori, Pierre Murat Jordy e Jeanne Loubières, nella Francia della seconda metà del Settecento, divenne impavido soldato e coraggioso maresciallo dell’Impero. Non era uno stratega eccellente, non brillava nell’arte militare ma divenne, per il sua temerarietà, comandante della prima divisione militare (a capo di 60 mila uomini) e governatore di Parigi e infine re di Napoli. Per lui fu creato il titolo di granduca di Berg e Cleves. Gioacchino Murat fu in realtà, in soli 48 anni di vita, tante persone: improbabile noviziato sacerdotale, audace cacciatore delle Ardenne espulso per insubordinazione, promettente guardia costituzionale di Luigi XVI e giovane ufficiale dell’esercito rivoluzionario. Nella campagna d’Italia, d’Egitto e di Russia al seguito di Napoleone Bonaparte, imperatore che gli era anche cognato avendone sposato la sorella minore Carolina da cui ebbe quattro figli, Murat fu determinante al momento del colpo di Stato del 18 brumaio 1799.

Fu emblema del riscatto sociale di persone di umili origini, istruito ma anche ribelle. Da albergatore divenne re. La sua vita finì in Calabria, a Pizzo, dove morì giustiziato nell’ottobre del 1815.

Tante battaglie da quella indimenticata di Abukir passando per Heilsberg, Ulma e Austerlitz durante la quale fece infuriare Napoleone che definì il suo operato inqualificabile per avere, senza averne i poteri, firmato una tregua con il generale russo Wintzingerode. Re di Napoli divenne nel 1808, succedendo ai Borboni. Avviò nella attuali regioni del Meridione opere pubbliche di grande importanza come il Ponte della Sanità e quello di Posillipo a Napoli, i nuovi scavi ad Ercolano, l’illuminazione pubblica a Reggio Calabria, il progetto del Borgo Nuovo a Bari e il porto di Brindisi, l’ospedale San Carlo a Potenza. Con la vigenza del codice napoleonico, istituti come il divorzio e il matrimonio civile lo resero inviso al clero ma invece apprezzato dalla nobiltà. Plausi arrivarono anche dal mondo culturale e scientifico per la riapertura dell’Accademia Pontiniana e l’istituzione della nuova Accademia Reale. Fu particolarmente crudele nella repressione del brigantaggio e tollerò il contrabbando, anche conseguenza dell’embargo imposto al regno dagli Inglesi. Il destino di Murat si incrociò con quello della Calabria anche prima della sua morte. Nel 1810 trascorse tre mesi sulle alture di Piale, a Villa San Giovanni, dopo aver trascorso un breve periodo a Scilla. Si trattava di punti strategici per muoversi alla conquista della Sicilia, rifugio di re Ferdinando I accampato a Punta Faro, Messina. A Piale Murat fece costruire i forti (Cavallo, Altafiumara e Piale) ma presto abbandonò la punta dello Stivale come anche il progetto di espugnare la Sicilia. Nel 1813 iniziò la genesi del tradimento di Napoleone che si realizzò nel giugno 1814 quando Murat, re di Napoli, firmò un trattato d’alleanza con l’Austria che con il tempo non gli garantirono la sicurezza del suo regno e del suo trono come inizialmente auspicato. Tentò l’invasione e ricevette una dichiarazione di guerra dal ministro Metternich dal quale fu sconfitto. Esiliato in Francia, Murat tentò di riavvicinare Napoleone ma, sbarcato in Calabria nel porto di Pizzo, venne catturato dalla polizia borbonica e fucilato. Una copia originale della condanna a morte è conservata presso l’archivio storico di Napoli. Una lapide lo ricorda nel cimitero parigino del Père Lachaise. Le sue reliquie sono avvolte in un mistero che arriva fino in Calabria. Una lapide sul pavimento al centro della navata della Chiesa di San Giorgio ne ricorda la sepoltura. Lo scorso febbraio è stata aperta la cripta dove il re di Napoli sarebbe stato sepolto. La posizione della cassa in abete legata da una corda, come riportano da alcune cronache dell’epoca, in cui sarebbe stato sepolto Murat, fu individuata alla metà degli anni ‘70, in occasione dei lavori per il rifacimento del pavimento della chiesa durante i quali fu calata una macchina fotografica. Si narra che dopo la fucilazione, durante il trasporto verso il Duomo, la cassa cadde sul selciato, rompendosi. Fu necessario l’avvolgimento della stessa con una lunga corda. Certezza su questa paternità si avrà solo dopo la comparazione del Dna con quello dei discendenti che vivono oggi in Francia.

 

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