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    Memorie – Bruno Misefari, l’anarchico filosofo di Palizzi

    di Anna Foti – “Schiaffi e carezze” (Roma, Morara, 1969) e “Diario di un disertore” (La Nuova Italia, 1973) furono le due opere che compose con alcune poesie (Falco Ribelle e i suoi Frammenti tra cui il suo epitaffio*). Lui è Furio Sbarnemi, pseudonimo anagrammatico di Bruno (Vincenzo Francesco) Misefari (Palizzi 17 gennaio 1892 – Roma, 12 giugno 1936), anarchico calabrese, poeta, ingegnere e anche disertore (nel 1915 quando si rifiutò di partecipare al corso allievi ufficiali a Benevento e fu condannato a quattro mesi di carcere militare, nel settembre 1919 e nel 1917 quando fu esiliato in Svizzera dove fu ospite della famiglia Zanolli e dove conobbe la sua compagna Pia).
    La sua indignazione per i soprusi dei signorotti dei feudi maturò già nel borgo natio di Palizzi dove i contadini erano costretti ad una condizione di subalternità. Lì si accese il primo desiderio di riportare un ordine sociale in cui nessuno avesse il predominio sull’altro, in cui non vi fossero oppressori e oppressi ma persone con uguale dignità. Al fianco di questi si schierò sempre nel suo socialismo libertario. Per lui la religione imprigionava le energie morali dell’uomo e la guerra, solo al fianco dei deboli e non contro altri Stati, era una pura barbarie ed una speculazione capitalistica dei governi. Che la donna nobilitasse e abbellisse la condizione di vita umana era un suo profondo conoscimento e la condizione di inferiorità in cui era relegata era da Bruno Misefari definita un delitto sociale. Le sue idee non furono mai rinnegate anche al costo del carcere e del confino.
    Conosce, infatti, la prigione già giovanissimo. Fu accusato e imprigionato la prima volta all’età di vent’anni per istigazione alla pubblica disobbedienza per un’attività antimilitarista contro la Guerra italo-turca esercitata nel 1912. Non rimase un’azione isolata. Nel marzo 1916 fece un’irruzione in occasione di una manifestazione interventista nella centrale Piazza Garibaldi con un discorso antimilitarista dopo la quale fu arrestato innescando una rocambolesca avventura scandita da fughe e nuove incarcerazioni fino al 1917. Fu perseguitato durante il regime fascista, impedito nell’esercizio della sua professione con la cancellazione dall’albo, accusato di voler uccidere Mussolini. Ancora arrestato nel 1931 (in carcere sposò la sua Pia) e poi confinato a Ponza. Strinse amicizia con Domizio Torrigiani, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, che lo affiliò alla Massoneria. Forse alla base del suo nuovo allontanamento anche la sua attività di ingegnere minerario impegnato nello sfruttamento di giacimenti di quarzo, materia prima per l’industria vetraria che da pionieri progettò in Calabria – fondò nel 1926 a Villa S.Giovanni la prima vetreria in Calabria (Società Vetraria Calabrese) – e che fino a quell’epoca dipendeva, in gran parte, dai silicati stranieri. Nel 1935 riuscì ad allestire uno stabilimento per lo sfruttamento della silice a Davoli (in provincia di Catanzaro).
    Fratello di Enzo (politico, storico e poeta), di Ottavio (calciatore della Reggina e del Messina) e di Florindo (biologo, attivista della Lega Sovversiva Studentesca e del gruppo “Bruno Filippi”) , Bruno è ricordato a Palizzi (Superiore) dove una via del borgo ha ancora il suo nome come una sgangherata targa testimonia.
    Nacque nell’antico borgo della cittadina jonica ma già all’età di 11 anni si trasferì a Reggio Calabria dove subì il fascino del socialismo e dell’anarchia. Collaborò al giornale Il Lavoratore, organo della Camera del Lavoro di Reggio Calabria, a Il Riscatto, periodico socialista-anarchico stampato a Messina, con Il Libertario, stampato a La Spezia e diretto da Pasquale Binazzi. Durante l’esilio in Svizzera collaborò con il giornale “Il Risveglio Comunista Anarchico”, tra il 1920 e il 1921 fu corrispondente di Umanità Nova, settimanale anarchico diretto da Errico Malatesta e fu collaboratore al periodico L’Avvenire Anarchico di Pisa. In pieno regime fascista, nel 1924 fondò un giornale libertario, L’Amico del popolo, soppresso dalle autorità dopo quattro numeri. Noto rimase l’editoriale del primo numero a sua firma “Chi sono e cosa vogliono gli anarchici”, ancora oggi un suo testamento ideale: « L’anarchismo è una tendenza naturale, che si trova nella critica delle organizzazioni gerarchiche e delle concezioni autoritarie, e nel movimento progressivo dell’umanità e perciò non può essere una utopia».
    Dopo Reggio Calabria, Napoli fu la città dove proseguì gli studi iscrivendosi al Politecnico e diventando un ingegnere (si laureò nel 1923), tanto per assecondare il padre quanto per la sopravvenuta convenienza in ragione della necessità di ricostruzione la città di Reggio post sisma datato 1908. Ma i suoi studi spaziarono dalla matematica e dalla fisica fino alla politica, filosofia, letteratura (nel 1923 la laurea in ingegneria presso il Politecnico di Napoli e dopo l’iscrizione alla facoltà di filosofia). A Napoli si consolidò la sua identità anarchica. Poi la diserzione, l’esilio in Svizzera. A Zurigo frequentò la Cooperativa socialista di Militaerstrasse 36 e la libreria internazionale di Zwinglistrasse gestita dai disertori Giuseppe Monnanni, Francesco Ghezzi e Enrico Arrigoni; in questi ambienti conobbe anche Angelica Balabanoff, attivista russa.
    Nel maggio 1918 un nuovo arresto – con Francesco Misiano poi rilasciato perché socialista e non anarchico come Misefari – con l’accusa, a suo dire infondata, di avere fomentato una rivolta nella città e di «aver fabbricato bombe a scopo rivoluzionario». L’espulsione dalla Svizzera nel 1919 fu il suo lasciapassare per la Germania dove conobbe e intervistò Clara Zetkin, esponente tedesca socialista e combattente per i diritti delle donne, e Vincenzo Ferrer, prima di rientrare, grazie all’amnistia del governo Nitti, in Italia, a Napoli e poi a Reggio Calabria.
    La sua attività pubblica fu molto intensa. Con il dentista anarchico Giuseppe Imondi, stampò alcuni numeri del giornale L’Anarchia. Tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921 strinse contatti con Errico Malatesta, Camillo Berneri, Pasquale Binazzi, Armando Borghi, Giuseppe Di Vittorio e nel 1921 si impegnò su più fronti per la campagna a favore degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti condannati a Morte negli Stati Uniti. Dopo un processo su cui vi furono molti dubbi furono giustiziati sulla sedia elettrica nell’agosto del 1927. Accusati di omicidio, si proclamarono sempre innocenti.
    Con una nuova amnistia rientrò in Calabria ma tutto era cambiato. E intanto scoprì di un avere un male alla testa. Nel 1936, dopo tre anni di viaggi verso Zurigo per le cure, la sua morte avvenne presso la clinica romana del Senatore Giuseppe Bastianelli. Aveva 44 anni.
    *« M’è questa notte eterna assai men grave del dì che mi mostrò viltà dei forti e pecorilità di plebi schiave. Lungi da quì il pianto: sto ben coi morti! »
    (epitaffio)