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    Memorie – Strage ferroviaria di Gioia Tauro, la storia di Reggio e dell’Italia

    di Anna Foti –  “Si fa seguito alla segnalazione n. 2377 del 22 luglio 1970. Il 22 luglio decorso, alle ore 17:10 circa, sulla linea ferroviaria Battipaglia Reggio Calabria, e precisamente tra il ponte di ferro del binario pari, soprastante le ferrovie Calabro-Lucane e la stazione di Gioia Tauro, il treno direttissimo viaggiatori proveniente dalla Sicilia e diretto a Torino (…)” comincia così il resoconto del deragliamento del direttissimo Palermo-Torino, detto Treno del Sole, una delle stragi rimaste avvolte nel mistero nonostante sia rientrata tra le otto sulle quali il governo Renzi nel 2014 ha rimosso il segreto di Stato. Una desecretazione – ‘Totale disclosure’ – che, complice la mole di documentazione e criteri disomogenei di declassificazioni adottati dalle varie amministrazioni interessate – non ha prodotto il risultato sperato, ossia quello di aumentare il livello di conoscenza su quanto avvenuto a Milano (Piazza Fontana 12 dicembre 1969, questura 17 maggio 1973), Gioia Tauro (stazione 22 luglio 1970), Peteano di Sagrado in provincia di Gorizia (31 maggio 1972), Brescia (Piazza della Loggia 28 maggio 1974), Bologna (stazione 2 agosto 1980, San Benedetto Val di Sambro, Grande galleria dell’Appennino attentati dinamitardi ai treno Rapido 904 il 23 dicembre 1984, e all’Italicus la notte tra il 3 e il 4 agosto 1974).

    Dodici carrozze su diciotto deragliarono in Calabria il 22 luglio del 1970 e tra le duecento persone trasportate da Palermo a Torino, sei morirono e settantasette rimasero ferite, molte delle quali subito ricoverate negli ospedali civili di Palmi e Taurianova. Andrea Gangemi (Napoli 1910, residente a Palermo), Adrianna Vassallo (Catania 1903), Rosa Fassari (Catania 1903), Rita Cacicia (Bagheria 1932), Palumbo Letizia (Casteltermini in provincia di Agrigento, 48 anni circa), Nicolina Mazzocchio  (Casteltermini in provincia di Agrigento, 70 anni circa). Furono loro le sei vittime della strage di Gioia Tauro, come riportato sul primo rapporto giudiziario redatto dal commissariato di Pubblica Sicurezza di Reggio Calabria, relativo alle indagini svolte subito dopo il deragliamento. Il rapporto è datato 28 agosto 1970. Si tratta del primo dei quattro documenti consegnati nel novembre del 2014 alla direttrice dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, Mirella Marra, dal questore aggiunto Mario Lucisano in osservanza alla richiesta di invio di documentazione inoltrata del dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno (prot.225/CRC/2014/7178/U) avente ad oggetto il riferimento alla direttiva del presidente del Consiglio dei Ministri relativa alla declassificazione versamento degli atti relativi alla strage di Gioia Tauro del 22 luglio del 1970.

    Con il rapporto giudiziario del 28 agosto 1970, conferiti all’Archivio anche il carteggio immediatamente successivo, con la procura di Palmi come destinataria, il carteggio del 9 luglio del 1971 relativo alle ulteriori indagini e la sentenza della corte di Assise di Palmi Calabria che il 27 febbraio 2001 assolse il collaboratore di giustizia, originario di Brancaleone, Giacomo Ubaldo Lauro, perché il fatto non costituiva reato per assenza dell’elemento soggettivo; l’imputato era stato ritenuto attendibile nel riferire di aver consegnato l’esplosivo pensando che sarebbe stato utilizzato per mero danneggiamento e non per strage. Il pentito era stato accusato di avere fornito l’esplosivo per l’attentato alla sicurezza dello Stato lungo la tratta ferroviaria Salerno – Villa San Giovanni al momento del passaggio del Treno del Sole (nella carte chiamato anche Freccia del Sud). Tutti gli atti sono dal 2014 consultabili presso la sede reggina dell’Archivio di Stato unitamente alla busta 38 del fondo La Tella in cui sono conservate le edizioni da luglio a settembre del 1970 del quotidiano “Il tempo”. Proprio nell’edizione del 23 luglio l’articolo a firma di Francobaldo Chiocci riportava il titolo “Dieci morti per il deragliamento del Treno del Sole”. Il sottotitolo escludeva in quel momento un collegamento, anche indiretto, con i moti di Reggio. I successivi sviluppi sarebbero approdati a conclusioni diverse. L’articolo riportava anche l’appello alla donazione del sangue che proprio nei giorni scorsi abbiamo visto lanciare dai binari della Puglia insanguinati dalle 23 vittime del terribile incidente ferroviario, lo scontro frontale tra due treni tra Andria e Corato a cui nessuna matrice terroristica è stata attribuita. Sei persone sono indagate per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose plurime.

    Erano passati dieci minuti dopo le diciassette, quando la violenza del deragliamento destabilizzò le carrozze del treno direttissimo Palermo-Torino, detto Treno del Sole. La frenata del macchinista Giovanni Billardi e dell’aiuto macchinista Antonio Romeo, fu conseguenza di un sobbalzo avvertito tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all’ingresso nella stazione di Gioia Tauro.

    Mentre importanti quotidiani nazionali parlarono subito di attentato, tra questi il Corriere della Sera con Mario Righetti, il questore Emilio Santillo stemperò i toni invitando a non diffamare la Calabria. La prima indagine giudiziaria concluse che si trattò di un cedimento strutturale, per un difetto tecnico nel materiale rotabile o nel materiale di armamento, dunque non causato da esplosivo. Una rotaia risultava, infatti, divelta e con la suola deformata. Eppure era stato accertato che i binari erano stati più volte ispezionati quello stesso giorno, solo poche ore prima, e che non erano state registrate anomalie, disallineamenti o manomissioni. In seguito emerse, altresì, che nessun termometro era stato tuttavia utilizzato in sede di ispezione per il controllo dell’effettiva temperatura delle rotaie. Eppure si era in piena estate, a luglio, in località caratterizzate da temperature alte. Si pensò a gravi negligenze e furono formulate le accuse di disastro e omicidio colposo, anche perché nessuna traccia di esplosivo venne mai trovata e i passeggeri riferirono di non avere sentito alcuna deflagrazione conseguente allo scoppio di un ordigno.

    Vennero iscritti nel registro degli indagati quattro dipendenti delle Ferrovie accusati di disastro e omicidio colposo plurimo: il caposquadra Emilio Carrera, il sorvegliante Giuseppe Iannelli, il capostazione Emanuele Guido, e l’addetto alla verifica dell’armamento ferroviario Francesco Crea. L’esito della perizia tecnica, che escludeva le ipotesi di errore o di guasto, consentì di dichiarare plausibile l’impiego di esplosivo che, deflagrato all’aperto, avrebbe potuto non lasciare traccia nella immediate vicinanza. La perizia venne successivamente integrata con un’altra che confermava tale ipotesi. I dipendenti di Ferrovie dello Stato furono così assolti nel 1974 e l’indagine si concluse senza poter accertare altre responsabilità (di macchinisti, altri dipendenti delle Ferrovie e altri potenziali soggetti coinvolti). Nessuna negligenza, dunque, ma neanche prove che si fosse trattato di un attentato dinamitardo. Caso chiuso ma mai chiarito. Un mistero o forse un segreto. A distanza di decenni fu accertato, pur senza individuazione di mandanti, che si trattò di un attentato dinamitardo maturato negli ambienti della destra eversiva che cavalcava la protesta di Reggio trasformandola in rivolta e che all’epoca iniziava a stringere alleanze con la criminalità mafiosa, fino ad allora legata alla DC.

    Quel deragliamento tornò, infatti, alla ribalta nel febbraio del 1993 quando rientrò nell’inchiesta giudiziaria che il Gip del tribunale di Milano, Guido Salvini, stava conducendo sulle stragi degli anni Settanta e sul coinvolgimento dell’estrema destra eversiva nella Strategia della Tensione che lo stesso giudice Salvini definisce «guerra civile a bassa intensità condotta tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta con trecento morti, tutti cittadini innocenti, centinaia di feriti e decine di stragi mancate». Non un manipolo di fanatici, dunque, ma gruppi strutturati e sostenuti da Servizi di Sicurezza italiani e stranieri. In quella occasione alcune testimonianze raccontarono un’altra verità su Gioia Tauro, quella di un attentato dinamitardo eseguito da gruppi vicini a chi stava fomentando in quel momento i moti a Reggio Calabria.

    Negli anni Novanta, proprio a Reggio Calabria, era in corso anche il processo Olimpia I contro decine di affiliati alla Ndrangheta e, in quella sede, le dichiarazioni di due pentiti gettarono luce sui legami all’epoca nascenti tra la criminalità organizzata e l’eversione nera, imponendo la riapertura del caso su Gioia Tauro. Erano Giacomo Ubaldo Lauro e Carmine Dominici.

    Giacomo Ubaldo Lauro riferì all’allora sostituto procuratore di Reggio Calabria, Bruno Giordano, e al sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Enzo Macrì, il nome di Vito Silverini (detto Ciccio il Biondo), fascista che aveva posizionato l’ordigno su commissione del comitato d’Azione che animava a Reggio i moti. Lauro dichiarò di avere personalmente consegnato a Silverini, dietro pagamento del Comitato, l’esplosivo estratto da una cava di Bagnara. Quindi subentrava il racconto postumo di Silverini a Lauro, quanto erano stati detenuti nello stesso carcere. Silverini aveva raccontato a Lauro di aver agito unitamente Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo e che l’esplosivo da lui consegnato era servito per la bomba fatta esplodere prima del passaggio del treno, in modo da generare la voragine e causare il deragliamento. Ciò spiegherebbe il motivo per cui nessuno sul treno avesse sentito alcuna esplosione. Silverini e Caracciolo, però, al momento di queste rivelazioni di Lauro erano già morti. Nessun riscontro in merito fu quindi possibile.

    A confermare il quadro, pochi mesi dopo le prime dichiarazioni di Lauro, fu l’altro pentito Carmine Dominici, uomo di punta di Avanguardia Nazionale e uomo di fiducia  di Felice Genoese Zerbi, dirigente della stessa organizzazione fascista e golpista, che confermò gli esecutori e inquadrò i mandanti dell’attentato dinamitardo di Gioia Tauro all’interno degli ambienti reggini di Avanguardia Nazionale; tali ambienti, a suo dire, facevano riferimento al leader romano Stefano delle Chiaie, spesso in Calabria. Tuttavia l’inchiesta si concluse, tuttavia con una serie di proscioglimenti.

    Dunque una bomba fornita dalla ndrangheta ma finanziata, posizionata e fatta esplodere da gruppi neofascisti. Perché? Perché in quel momento? Chi erano i mandanti?

    Solo nel 2001 la Corte di assise di Palmi stigmatizzò l’insufficienze della indagini condotte nei venti anni precedenti, in cui non venne mai approfondita l’ipotesi di atto doloso alla base della strage. Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella vennero condannati come esecutori della strage compiuta con esplosivo ma erano già tutti deceduti. Giacomo Ubaldo Lauro, che aveva fornito l’esplosivo, fu assolto per mancanza di dolo. Da fare le indagini per mandanti e finanziatori. Mai eseguite. Nel marzo del 2003 fu confermata la sentenza dalla corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria.

    Nessuna condanna per i mandanti che restano ad oggi ignoti, nonostante qualche stralcio di inchiesta successiva. Dubbi e perplessità sussistono, inoltre, anche su un altro evento drammatico, successivo di soli due mesi e frettolosamente archiviato come incidente stradale. Si tratta dell’impatto mortale tra un’auto e un autotreno con rimorchio, sulla Napoli-Roma in cui, il 26 settembre 1970, morirono i reggini Angelo Casile, 20 anni, Franco Scordo, 18 anni, Gianni Aricò, 22 anni, la moglie tedesca neppure diciottenne di Gianni, Anneliese Borth che tutti chiamavano “Muki”, e il cosentino Luigi Lo Celso, 26 anni.

    Facevano parte dei cosiddetti anarchici reggini della Baracca (come veniva denominato il loro luogo di ritrovo a Reggio Calabria negli anni Sessanta, nell’attuale zona del cineteatro Odeon), e la loro storia fu raccontata nel libro “Cinque anarchici del Sud” (Città del Sole edizioni 2001) dello scrittore e professore reggino Fabio Cuzzola, recentemente ripubblicato con i caratteri di Castelvecchi.

    Poco più di sessanta giorni dopo la strage, dunque, morirono tutti insieme Angelo, Franco, Luigi, Gianni e la moglie Anneliese. Tutti  giovani, tutti  anarchici, tutti appassionati partecipi di un cambiamento che generasse giustizia sociale e ristabilisse la verità, tutti arguti animatori di una controinformazione, documentale e fotografica, su quanto stava avvenendo nel reggino ed in Calabria in quegli anni così caldi. Una lungimiranza nata dallo studio, dalla sensibilità e dal desiderio di vivere il proprio tempo, senza temerne le contraddizioni e le ombre per affrontare le quali avevano scelto di fare la loro parte e di farla con convinzione, passione e coraggio.

    Erano da poco trascorse le ore 23 del 26 settembre del 1970, quando al chilometro 58 dell’autostrada A1 Napoli-Roma, l’impatto tra la mini minor e l’autotreno era stato fatale per tutti. Angelo Franco, Luigi, Gianni e la moglie AnneLiese non sopravvissero. Un incidente mortale misterioso, segnato da ricostruzioni della dinamica contrastanti, da documenti mai trovati, evidentemente troppo importanti e della cui esistenza fu fin troppo facile dubitare vista l’immediata scomparsa. Tante, troppe stranezze. L’episodio ancora rivendica, a distanza di oltre 40 anni, la dignità di fatto storico tutt’altro che minore, di fatto che avrebbe meritato indagini più approfondite. Ad oggi molti sono i vuoti, numerosi i dubbi rimasti da chiarire, perplessità fortemente stridenti con la conclusione alla quale frettolosamente si pervenne dell’incidente stradale ed invece potenziali varchi per ipotesi diverse, non da ultima quella di un agguato mortale.

    Il giornale Lotta Continua, allora diretto dalla reggina Adele Cambria, fu il primo ad insinuare dei dubbi relativamente a quella versione ufficiale, già così granitica. Un altro articolo su l’Espresso, a firma di Paolo Mieli, poi riservò il titolo di impatto  “Investiti dal camion Borghese” che certamente apriva scenari ben diversi, molto complessi e tutti da approfondire. Approfondimento che, all’epoca, non fu espletato.

    Secondo le testimonianze di chi conosceva i ragazzi, il viaggio nella capitale, dove proprio il 27 settembre 1970 si svolse una marcia di protesta per la visita del presidente americano Richard Nixon, aveva il principale scopo di recapitare direttamente – visto che via posta i documenti non erano giunti a destinazione – un rapporto riservato riguardante gli accadimenti di quel frangente così delicato e complesso. Informazioni sulla strage ferroviaria di Gioia Tauro? Soltanto questo o anche altro? Gianni Aricò, prima di partire, aveva parlato di informazioni che «avrebbero fatto tremare l’Italia». L’importanza dei documenti aveva reso necessario il viaggio improvviso e una consegna brevi manu. Tali documenti che non furono mai trovati sul veicolo. Ciò alimentò l’ipotesi che tali documenti in realtà non esistessero. Sono state tuttavia, numerose, le testimonianze di chi ha ricordato di averne sentito parlare, di sapere che la loro consegna (di persona questa volta sarebbero stati certi del raggiungimento del destinatario) era il reale scopo della trasferta a Roma e di avere sentito i ragazzi parlare dell’esistenza di importanti prove in esito alla preziosa e attenta attività di controinformazione che conducevano da anni e che in quel frangente si era intensificata. La notte dell’incidente, tuttavia, nessuna traccia di queste carte. Le aveva già prese qualcuno? Chi, come, quando e perché? Cosa avrebbero rivelato? Cosa avevano scoperto i ragazzi? Quali prove possedevano: quelle dell’attentato dinamitardo di matrice nera a Gioia Tauro? Quelle delle connessioni tra la Strategia della Tensione e la destra eversiva? Quelle del Golpe Borghese in preparazione per il dicembre di quello stesso anno? Sono domande, queste, che ancora cercano una risposta.

    Nel gennaio del 1971 la procura di Roma restituì il procedimento di indagine alla procura di Frosinone che, con decreto del giudice istruttore, scrisse la parola fine e archiviò il caso come incidente autostradale nello stesso anno. Nel 2001 Salvo Boemi – dal 1993 a capo della Direzione Distrettuale Antimafia e che in quegli anni lavorò per processare capi e affiliati di sessantaquattro cosche malavitose e operanti nella provincia reggina – sollevò un dubbio sulla qualificazione di incidente del fatto. Non ci fu alcun seguito. Eppure era tutt’altro che trascurabile la mole di documenti ufficiali non rientrata nello specchio ufficiale delle indagini.

    Nonostante i 46 anni trascorsi dal quel 22 luglio 1970, le declassificazioni, le indagini e i processi, il frangente caldo in cui maturarono i moti di Reggio Calabria, la strage di Gioia Tauro e la morte dei giovani anarchici appare ancora pieno di segreti.

    A Reggio capoluogo di provincia in quel frangente storico bruciava la sconfitta per il capoluogo di Regione assicurato a Catanzaro. Solo una settimana prima dell’attentato a Gioia Tauro, i fatti di Reggio, la protesta guidata dal sindaco democristiano Pietro Battaglia e poi gli scontri, le barricate, la rabbia, la repressione, la città assediata. Anche la stazione ferroviaria fu occupata e si verificarono alcuni sabotaggi. Un contesto che ebbe ad avere non pochi riflessi sui tentativi di ricostruire la vicenda di Gioia Tauro. La dimensione di attentato, dopo indagini e processi, è oggi assodata, pur essendo rimasta senza mandanti; resta, inoltre, fitta l’ombra dell’eversione neofascista. L’attentato al Treno del Sole allora si collocava poco prima della costituzione del Comitato d’Azione per Reggio capoluogo guidato dal dirigente missino Ciccio Franco e quasi cinque mesi prima della data in cui era stato programmato, salvo poi essere improvvisamente annullato, il colpo di Stato in Italia, noto come Golpe Borghese. I moti a Reggio sarebbero andati avanti, non senza vittime, fino al febbraio 1971 e all’annuncio del pacchetto Colombo (a Catanzaro il capoluogo e a Reggio la sede del Consiglio regionale, la creazione del “quinto centro siderurgico dell’Iri a Gioia Tauro e investimenti nel settore chimico con la Liquichimica a Saline Ioniche).

    Ma torniamo al 1970. Con la guida del principe nero, Julio Valerio Borghese, già comandante della X flottiglia Mas durante la Repubblica di Salò, e sotto l’egida del Fronte nazionale e di Avanguardia Nazionale, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 il golpe programmato – tutt’altro che un golpe da operetta – fu misteriosamente annullato. Quella marcia su Roma, per la quale Borghese si era assicurato l’apporto di militari, fedelissimi, mafiosi calabresi e siciliani e il supporto di pezzi di massoneria deviata, pare fosse inizialmente programmata per l’anno prima (Julio Valerio Borghese aveva preso parte al summit di ndrangheta a Montalto nell’ottobre 1969) e poi rinviata al 1970. Perché? C’era un legame tra questo rinvio e la strage di piazza Fontana, in cui il 12 dicembre 1969 saltò in aria la banca nazionale dell’Agricoltura di Milano e 17 persone morirono e 88 furono ferite? Reggio Calabria fu laboratorio della Strategia della Tensione in atto nel Paese? Che legami c’erano con i moti di Reggio Calabria del luglio 1970? Laddove la Storia non ha contorni chiari, lì che è necessario continuare a interrogarsi.

    Fu la strage di piazza Fontana una dichiarazione di guerra celata (più manifesta con la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, durante un comizio sindacale), frutto di quella Strategia della Tensione di cui aveva parlato per primo nel suo articolo dal titolo “Greek advice for a coup in Italy”, pubblicato il 6 dicembre 1969 sulle colonne dell’Observer, il giornalista britannico Leslie Finer, all’epoca corrispondente in Grecia del settimanale inglese, rivelando al mondo di un golpe di Stato in preparazione in Italia, di cui gli italiani perbene nulla sapevano e di cui un laboratorio era stata la Grecia della dittatura dei colonnelli (1967 – 1974).

    Quando ci si chiede che ruolo abbia avuto anche Reggio Calabria, è davvero il caso di ricordare che il 9 dicembre di quel 1969, una bomba era stata fatta esplodere proprio davanti alla questura di Reggio Calabria (il comizio di Julio Valerio Borghese programmato a Reggio qualche mese prima era stato già vietato). Gli anarchici erano stati subito accusati ma invece si sarebbe scoperto che a porre quella bomba erano stati Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, due fascisti di Avanguardia nazionale.

    In Grecia il 21 aprile 1967 un colpo di Stato guidato dai colonnelli Geōrgios Papadopoulos, Nikolaos Makarezos e Ioannis Ladas aveva preso il potere con la forza e lo aveva mantenuto con regimi militari anticomunisti fino al 24 luglio 1974. Fu Angelo Casile, il giovane anarchico della Baracca di Reggio Calabria, a portare alla luce una lista (poi pubblicata su l’Espresso) di estremisti neri in contatto con quella dittatura e che in Grecia avevano fatto dei “viaggi di formazione” per imparare tecniche e metodi di infiltrazione e destabilizzazione che in Italia (e con ogni probabilità anche a Reggio Calabria) furono utilizzate da parte di estremisti di destra per controllare i gruppi anarchici. Ad uno di questi viaggi avevano partecipato proprio Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi che nel dicembre del 1969 misero la bomba alla questura di Reggio Calabria.

    Ma non è solo questo il legame con Reggio Calabria che svelano i fatti del 12 dicembre 1969 a Milano, antesignani del quadro oscuro che da lì a poco si sarebbe manifestato anche sulla riva calabrese dello Stretto. Il 12 dicembre, successivo a quel 9 dicembre, gli anarchici reggini Gianni Aricò e Angelo Casile videro Schirinzi a Roma. Sempre nella Capitale, tra il 13 e il 14 dicembre 1969, in un clima fortemente ostile verso gli anarchici dopo la strage a Milano, Angelo e Gianni furono fermati con altri militanti dei circoli 22 marzo e Bakunin di Roma, per gli attentati dinamitardi in danno all’Altare della Patria e dello stabile della Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio consumatisi nello stesso giorno della strage di Piazza Fontana. Con loro furono trattenuti per essere interrogati anche Mario Merlino (già fermato il 12 dicembre), Stefania Grignani, Roberto Mander, Emilio Borghese, Domenico Pesce anche lui reggino, e AnneLiese Borth che, minorenne, dopo un periodo nel carcere di Rebibbia, fu rimpatriata in Germania.

    In sede di interrogatorio, nell’ambito delle indagini disposte dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio, Gianni e Angelo ebbero modo di proclamare l’estraneità degli anarchici alla strage e di riferire di aver visto Pardo e Schirinzi a Roma tre giorni dopo l’attentato dinamitardo alla questura di Reggio Calabria. Giovanni Aricò e Angelo Casile, considerati importanti testi a discarico di Pietro Valpreda, detenuto e solo dopo un calvario di quasi venti anni assolto, furono interrogati da Ernesto Cudillo, giudice istruttore del processo. I giovani anarchici reggini non si limitarono a perorare l’estraneità ai fatti di Pietro Valpreda e degli anarchici ma riferirono anche del tentativo nell’estate del 1968 di alcuni fascisti di Ordine Nuovo, di costituire anche a Reggio un circolo anarchico 22 Marzo nel quale avrebbero voluto infiltrarsi, come aveva già fatto a Roma Mario Merlino, indagato e poi assolto per la stessa strage di Piazza Fontana e tra gli accusatori di Pietro Valpreda. Gianni e Angelo avevano fornito elementi preziosi su cui indagare se ci fossero state le intenzioni di farlo. Avevano letto il loro tempo, capito molte cose e scelto di divulgarle e, forse per questo, erano diventati scomodi.

    Da una storia se ne dipanano tante altre; ma la Storia è in realtà solo una, anche se si vorrebbe far credere il contrario. Trama complessa e variegata che non può prescindere dall’ordito per compiersi e viceversa, la Storia è fatta di Storie e tentare di negarne alcune equivale a snaturarla, a renderla una macchinazione priva di coscienza che nulla insegna e semina, generando solo confusione, smarrimento, mediocrità, incapacità di agire secondo una visione ispirata al bene comune. E’ doveroso, pertanto, tenere a mente che la Storia resta una, pur se frammentata da depistaggi, deviazioni e sviamenti dell’attenzione, occultamenti e sottrazioni di documenti e prove, da verità negate, da volti che si intendono cancellare, da voci che si vogliono silenziare e ammassare in un passato con cui ci si ostina a non voler fare i conti.

    La memoria è esercizio vitale e necessario di Libertà soprattutto se sono la negazione, la banalizzazione e l’approssimazione a fare tendenza. Ne sarebbe valsa, ne vale e ne varrà sempre la pena. Anche se non potesse contribuire alla Giustizia, perché il tempo e le persone con il loro operato sanno essere impietose, la Memoria insegnerebbe comunque a resistere, a contrastare l’oblio e l’indifferenza, a tenere vivi quei dubbi finanche se quei dubbi stessi, tramutati in impegno e in voci e storie strappate alle tenebre della dimenticanza e dell’ignoranza, di piccoli barlumi di verità, vita e speranza dovessero restare gli unici custodi.