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    Memorie – Il Castello Aragonese di Reggio Calabria e le due torri sopravvissute

    di Anna Foti – Dallo scorso anno il maniero di antiche origini (già rimaneggiato nei secoli fino a dopo il sisma del 1908), dopo il crollo recente avvenuto nella seconda metà degli anni Ottanta (7 maggio 1986), le parziali riaperture, la lentezza delle procedure e le criticità finanziarie che ne hanno segnato il percorso di ripristino e messa in sicurezza, dopo gli ultimi lavori consegnati nel 2010 (la progettazione risale al 2007) e ad oggi completati, è stato aperto e, con quel che ne resta, si offre alla cittadinanza per raccontare la sua storia. Salendo dal mare verso le alture ritroviamo oggi gli antichi resti della più importante fortificazione di Reggio, oggi nota come Castello Aragonese, ma in realtà molto più antica di esso ed anche molto più piccola di quella originaria. Sono sopravvissute solo due torri. La sua odierna collocazione non rivela l’originaria posizione di preminenza che ha avuto nei secoli, prima dell’espansione della città di Reggio verso il mare. Lungo il percorso verso i piani del castello, le sculture a tema realizzate durante il simposio della scultura svoltosi dal 17 e al 27 ottobre scorso alla pineta Zerbi di Reggio Calabria, la quale hanno partecipato la tedesca Maria Rucker, il barese Pietro De Scisciolo, il villese Maurizio Carnevali, e il carrarese Luca Marovino.
    Fino alla prossima domenica, prorogata la manifestazione “Arte, Musica & Vita” promossa dalla cooperativa sociale “Turismo per Tutti” afferente al Sistema ACU (Azione Cristiana Umanitaria) fondato dal missionario cristiano Gilberto Perri, rientrante nell’ambito del progetto ‘L’antico Tesoro nel Cuore di Reggio’ con la mostra dal titolo “Il Castello e la Città tra l’800 e il 900: documenti e immagini” realizzata in collaborazione con l’archivio di Stato di Reggio Calabria. Visitabili con la mostra documentale, le prigioni, la gendarmeria, con le riproduzioni di armi d’epoca  e l’esposizione di abiti d’epoca, e il pianterreno sotto una delle torri.
    Il Castello Aragonese di Reggio Calabria, con la Cittadella (o Castelnuovo) a mare nei pressi della foce del Calopinace, la Batteria San Francesco e la Batteria San Filippo, era tra le principali fortificazioni erette per la difesa di Reggio Calabria. Un sistema antico e variegato di costruzioni architettoniche (rocche, castelli, torri e bastioni) risalenti ad epoche diverse, segni di una strategia di difesa del territorio esposto al mare e alle incursioni, custodi di capitoli importanti della storia cittadina.
    Della fortificazione vi è traccia documentata già dal 500, quando con l’arrivo dei Bizantini per volere del generale Belisario, nell’ottica di valorizzare i collegamenti con Costantinopoli, fu restaurato il bastione angolare della cinta muraria assaltato dai Visigoti, consolidando così, su quella che allora era la zona collinare della città, un vero e proprio ‘kastron’. Segno questo che la fortificazione primitiva risale ad epoche ancora anteriori al 500. E’ appena il caso di ricordare che nell’area dello Stretto fu attiva la Legio X Fretensis ( detta proprio “dello Stretto”),legione romana creata da Augusto nel 41/40 a.C. per combattere contro Sesto Pompeo, ed esistette almeno fino agli inizi del V secolo.
    Si ritiene che la struttura originaria del castello scandisca la storia di Reggio fin dall’età greca e che già in età romana esso abbia necessitato di rimaneggiamenti per via dei variati confini della città. Dopo i Bizantini, fu la volta dei Normanni con Reggio capitale del Ducato di Calabria, con il trasferimento della corte in quella che divenne una torre-fortezza sulle mura della città, con l’espansione di quest’ultima. Fase questa protrattasi fino a quando il Regno di Sicilia passò agli Svevi nel 1196, epoca a cui alcuni fanno risalire la costruzione del castello, quale imponente edificio a pianta quadrata, con lati di 60 metri di lunghezza e con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata. I successivi scontri tra Angioini e Aragonesi per il dominio nel Regno di Sicilia ebbero anche Reggio come teatro e i danni al castello furono importanti e ricorrenti. Al termine di questa fase si procedette al restauro nel 1327 e all’opera di fortificazione (con sei torri) nel 1381, sotto il regno di Giovanna I di Napoli. La forma che oggi a noi perviene con le due torri aragonesi (da qui il nome) è il frutto del lungo e articolato intervento di implementazione eseguito da Ferdinando I d’Aragona nelle seconda metà del XV secolo, nell’ambito del quale furono aggiunti il fossato e un rivellino avanzato posto sul lato orientale della struttura; si trattava di un corpo avanzato appuntito che terminava in un torrione, atto a difendere il castello dal fuoco delle armi a lunga gittata e sede delle artiglierie.
    Tra il 1480 ed il 1494 l’ingegnere militare Baccio Pontelli realizzò proprio le due torri cilindriche che nei secoli successivi furono sopraelevate dagli spagnoli, iniziando da Carlo V, per far fronte alle incursioni turche. Ma già prima nel corso del XVI e XVII secolo, furono eseguiti interventi di restauro a causa delle incursioni dei Saraceni. Nel 1539 Pietro da Toledo, vicerè di Francesco I ne aumentò la capienza interna. Ciò agevolò il rifugio di quasi mille reggini, poi fatti prigionieri, nel 1543, dai Turchi di Barbarossa.
    Il ruolo militare della città si rafforzò anche sotto gli austriaci. Pur essendo sopravvissuto al sisma del 1783, il castello era già stato danneggiato seriamente dai cannoni della flotta inglese in ausilio ai Borboni nell’Ottocento (nel 1712 con Carlo III di Borbone adattato a caserma) e adibito a carcere almeno fino all’insurrezione del 2 settembre 1847.
    Altri danni si registrarono quando esso fu teatro dello scontri preunitari, dopo lo sbarco dei garibaldini del 21 agosto del 1860. Con L’Italia Unita il castello ha rischiato di essere demolito ma i vincoli posti dalla Commissione provinciale dei Beni Archeologici sulle due torri ed sul tratto di cortina realizzati nel periodo aragonese ne favorirono il riconoscimento come monumento nazionale (1897). Intanto la fortezza nel 1874 era già stata acquistata dal Comune che ne aveva chiesto la demolizione. Fu raggiunto un compromesso con il Ministero dell’Istruzione che non si opponeva al progetto con la esplicita riserva di conservare i due torrioni circolari, che oggi conosciamo, e la cortina intermedia ritenuti di interesse storico e architettonico. Nel corso dell’Ottocento si colloca il declino del maniero per il quale si rivelò decisivo l’uso militare dal 1833,  e l’abbattimento del rivellino nel 1880. Le sue fondamenta sono state ritrovate dopo il crollo del 1986. A seguito dei danni causati dal sisma del 1908, il Genio civile lo aveva classificato inutilizzabile. Nel nuovo piano regolatore, ne fu contemplata la demolizione (eseguita nel 1922) per consentire il prolungamento di via Aschenez. Furono lasciate solo le due torri circolari. I lavori di consolidamento aprirono la stagione del castello quale sede dell’osservatorio geofisico (nato nel 1875 come stazione meteorologica con sede alla villa comunale e dopo il sisma del 1908, nel 1952,  trasferito al Castello) fino al progetto di restauro e integrazione degli architetti Minissi e Terranova del 1984. Progetto approvato e appaltato ma la cui realizzazione fu interrotta dal crollo del fronte occidentale del castello nel 1986. Con in fondi del Decreto Reggio seguirono i lavori di restauro statico (1998-2000) su progetto degli ingegneri Arena, Calzona e Laganà, fino agli ultimi invece relativi alla sistemazione della piazza (2007) e alla valorizzazione dinamica (2010-2015), degli ingegneri Dito e degli architetti Renato e Giuseppe Laganà.