di Anna Foti – La storia antica di Reggio scritta nelle sue fortificazioni e in ciò che oggi resta di esse. Diverse epoche si intrecciano in quella geografia di rocche, castelli e fortezze necessari per la difesa di una comunità, e per questo poste sulle alture, emblema di una vera e propria strategia di protezione. Fuori dalla città il castello Ruffo di Scilla e il castello normanno di Calanna; dentro la città il castello aragonese e, alla foce del torrente Calopinace, le batteria San Francesco e San Filippo. Successivamente furono edificate anche le batterie di Pentimele, Modena, Gullì (Arghillà), San Leonardo (Catona). Strategico fu il territorio dell’attuale Campo Calabro con le batterie Matiniti e Siacci e la batteria Beleno a Piale di Villa San Giovanni. Intorno alla città invece sorsero i forti di Catona, citato anche da Dante nel suo Paradiso « e quel corno d’Ausonia che s’imborga/di Bari, di Gaeta e di Catona/da ove Tronto e Verde in mare sgorga » e Altafiumara, le torri Castiglia (Pellaro), San Gregorio e Cavallo (Cannitello) e le motte: Rossa (Sambatello), Anòmeri (Ortì) dal greco anomeris, “dalla parte di sopra”, San Cirillo (Terreti) e Sant’Aniceto (tra Motta San Giovanni e Paterriti) e Sant’Agata (tra Cataforio e San Salvatore), costruita secondo il modello insediativo del Kastron, le cui mura di cinta crollarono con il terremoto del 1783. Il termine appartiene alla lingua latina medioevale e italiana antica ed indica un rialzo del terreno, una collinetta, (da cui deriva anche il termine smottamento, cioè frana). In età feudale esso fu utilizzato anche per indicare un castello costruito su un’altura.
Costruite dai Bizantini, le motte furono poi potenziate dai Normanni, dagli Angioini e dagli Aragonesi, fino ai primi decenni del Quattrocento, quando furono quasi completamente distrutte. Di motta Rossa restano oggi dei ruderi sotto l’abitato della frazione di Sambatello e di motta San Cirillo tracce sono state trovate sul monte Gonì, nella frazione di Terreti. La rupe dell’antica città di Motta Sant’Agata (Agatholithos) ancora oggi domina non solo le frazioni reggine di San Salvatore, Cataforio e Mosorrofa, ma anche quelle di Vinco, Pavigliana ed Armo. Tra queste pieghe vi sono anche i ruderi, le “pietre buone” o “pietre Agatine” della antica città, nel cuore dell’evocativa vallata, suggestiva finestra reggina sullo Stretto che Virgilio, già nel primo secolo A.C., descriveva così:‘…questi or due tra lor disgiunti lochi, eran di prima un solo….’ . Questa rupe si è arricchita di un monumento alla memoria, proprio il 5 febbraio (Sant’Agata) del 1983, duecento anni dopo il terremoto che il 5 febbraio 1783 devastò la Calabria e rase al suolo anche le chiese e i manufatti presenti sulla guglia costeggiata dall’omonimo torrente (la cosiddetta ‘fiumara della preistoria’), un tempo pescosissimo di trote e anguille. Il monumento è stato posto in prossimità del rudere più significativo dell’antica motta e tra i primi ad essere indagato, ossia quello della Chiesa proto papale di San Nicola. Accanto ad esso, la cosiddetta rinascita Agatense, scandita negli anni scorsi da diverse iniziative della Pro Loco di San Salvatore, anche con la collaborazione dell’associazione l’”Antro di Thelema”, ha favorito il cammino sulle tracce di ciò che è rimasto nella lingua di terra a picco sulle sponde calabro-sicule e compresa tra l’antica porta di marina e l’antica porta di terra. Avviato un approfondimento della conoscenza della Chiesa di San Basilio, di età medievale, delle stratificazioni nelle aree adiacenti, dell’affresco del Santo sulla parete. Fonti archivistiche riportano la presenza di due cripte, identificate come una cisterna di età romana.
Fascino e storia da riscoprire tra questi ruderi che oggi occupano la zona collinare del monte Suso e che un tempo contava oltre duemila abitanti; uno scrigno di tesori e ricchezza archeologica, vestigia di una Reggio e di una Calabria tutte da riscoprire.
A distanza di quasi trent’anni dall’ultimo intervento eseguito nel 1983, nel 2012 una campagna di scavi sull’apogeo agatino è stata allestita, nell’ambito della XIV settimana della Cultura del Mibac, da Italia Nostra, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e la Pro Loco di San Salvatore. Nei giorni scorsi, inoltre, è stato eseguito il sopralluogo sul cantiere dei lavori per il ripristino del percorso archeologico dell’antica città di Motta Sant’Agata promosso dalla Pro Loco di San Salvatore, da Italia Nostra e dal Comune di Reggio Calabria.
L’unica motta che conserva gran parte della sua struttura è quella di Sant’Aniceto (Motta San Giovanni), nota anche come castello e prestigiosa vestigia dell’architettura medievale calabrese; anch’essa, come motta Sant’Agata, fu costruita in età bizantina. Un panorama suggestivo si estende davanti a questa fortezza dalla pianta irregolare di cui restano visibili parti delle mura di cinta, in alcuni tratti quasi intatte, la porta d’ingresso con le due torri quadrate, resti di altre torri ed alcuni ruderi all’interno delle cinta, come quelli di un’imponente cisterna per la raccolta dell’acqua. Ampliata sotto il dominio normanno, nel XIII secolo, il castello fu il cuore pulsante del feudo di Sant’Aniceto, tormentato dalle guerre tra Aragonesi ed Angioin. Distrutto nel 1459 dal duca Alfonso di Calabria, il castello di Sant’Aniceto cadde poi in mano agli Aragonesi, definitivi vincitori della secolare battaglia contro gli Angioini. Nel 1604 il castello, da documentazione, è risultato appartenere alla Baronia di Motta San Giovanni.





