• Home / RUBRICHE / Memorie / Memorie – I canti, la fatica, il coraggio, e gli scioperi delle Gelsominaie

    Memorie – I canti, la fatica, il coraggio, e gli scioperi delle Gelsominaie

    di Anna Foti – “Alle 3 del mattino lascio la mia casa e vi ritorno alle ore 3 del pomeriggio e dopo 12 ore di duro lavoro ritorno ai miei cinque figli con nemmeno 500 lire e con la schiena rotta”. Questa testimonianza, riportata su un volantino (vedi foto) della Federazione provinciale reggina del Partito socialista italiano, di una raccoglitrice di gelsomini di Bruzzano Zeffirio, in provincia di Reggio Calabria, fotografa lo spaccato di un’epoca in cui le donne raccoglitrici di gelsomini, ma anche di olive nella Piana, nei campi sparsi nella provincia jonica di Reggio Calabria, avviarono una lotta fondamentale per i diritti sociali ed economici essenziali. Un vero e proprio manifesto delle condizioni di sfruttamento delle braccianti e delle lavoratrici agricole in questo lembo di terra e delle lotte necessarie per migliorare la loro condizione di lavoro e di vita. Un testamento di coraggio che le donne della Riviera dei gelsomini (Bruzzano Zeffirio, Caulonia, Brancaleone, Palizzi Marina, Bova Marina) lasciarono a testimonianza del ruolo fondamentale che esse ebbero, e ancora hanno, nella costruzione di progresso sociale e umano delle loro comunità. Ha il loro volto quella lotta per il lavoro ma il patrimonio lasciato ai posteri è assolutamente collettivo. I diritti e la giustizia non hanno genere perché  sono valori universali della razza umana. Questo è opportuno ricordarlo soprattutto adesso. Ieri era l’otto marzo, giornata internazionale delle donne in memoria delle 123 donne morte nel più grave incidente industriale statunitense nella fabbrica di camice Triangle di New York del marzo 1911, di tutte le donne che non ci sono più e di quelle che ancora combattono, sole o insieme ad altre donne e agli uomini, per il cambiamento vero, non solo reclamato a parole. Serve il contributo di tutti, nessuno escluso.

    La Calabria, oggi terra affossata dalla disoccupazione, è stata nel Novecento al centro di importanti lotte per il diritto al lavoro, segno di un popolo laborioso fatto anche di donne, pure madri di tanti figli, che hanno conosciuto la fatica e il sacrificio nei campi, prima dei diritti essenziali che avrebbero dovuto esserne alla base e ai quali sono coraggiosamente arrivate con la lotta, la resistenza e gli scioperi. Le donne gelsominaie, tra la gente laboriosa calabrese, scrissero una pagina fondamentale nella storia di queste lotte. La provincia di Reggio Calabria fu così centro di uno storico sciopero nell’agosto del 1959 perché costituì una miniera di forza lavoro preziosa per il florido mercato dell’estratto di questo fiore bianco Jasminum L. (specie multiflorum e officinalis), assai profumato, giunto in Calabria dall’oriente a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Di età compresa tra i quindici e cinquant’anni, spesso scalze anche con la pioggia, queste donne erano capaci di raccogliere anche più di dieci chili di fiori al giorno ma per ogni chilo di essenza era necessario raccogliere oltre settemila fiori. Il loro lavoro, scandito da canti, consisteva nell’accumulare, nella grande tasca davanti del grembiule, fiori colti dalle piante per porli nelle ceste di canna o vimini prima della pesatura; tra le attività vi era anche quelle della preparazione di talee per nuovi innesti nella terra. Intanto, spesso, piccoli neonati ancora da allattare e da accudire, figli delle raccoglitrici senza alcuna assistenza o aiuto in famiglia, dormivano nei meandri della piantagione dentro delle ceste, e altri più grandi aspettavano che le madri finissero.

    Alla fine degli anni Trenta, in piena epoca fascista, le straordinarie condizioni climatiche della provincia di Reggio Calabria diedero decisivo impulso alla coltivazione di questo e di altri fiori a scopo industriale, su una distesa di terreno di circa trecento ettari. Il primato del gelsomino non tardò ad affermarsi al punto che dell’ingente mole di estratto prodotto ogni anno, gran parte proveniva dalla provincia reggina (cfr. “Opere Pubbliche, Reggio di Calabria nelle realizzazioni fasciste, Roma 1939 – biblioteca Archivio di Stato RC I 3811). Le essenze esportate venivano impiegate con successo in profumeria, farmacia, gastronomia e artigianato dolciario.

    Erano i tempi in cui la provincia reggina era anche tra le maggiori esportatrici di bergamotto, olive, olio e agrumi in genere tra cui cedri, limoni, arance. Una ricchezza naturale e anche occupazionale che, evidentemente, tuttavia non produsse risultati di lungo periodo. Purtroppo.

    Quegli stessi campi di coltivazione e di raccolta, scandita dai canti delle gelsominaie, divennero nei decenni successivi teatri di scioperi e rivolte a causa delle dure e ingiuste condizioni di lavoro.

    Nel 1959 la questura di Reggio Calabria comunicava alla prefettura della vertenza intrapresa da Cisl e Cgil per l’indennità di caropane non corrisposta alle gelsominaie dai rispettivi datori di lavoro. Nel fondo documentale della Prefettura consultabile presso l’archivio di Stato reggino, sono conservati i carteggi tra la prefettura e il ministero dell’Interno relativi agli accadimenti durante quella settimana di sciopero sui campi della costa jonica reggina, alle accuse rivolte alle forze dell’ordine di aver posto in essere comportamenti intimidatori o abusi, alle ragioni che spinsero il commissario di Siderno a convocare in ufficio tre sindacalisti della Cgil che, con propaganda amplifonica da un’autovettura, invitavano le gelsominaie a non andare nei campi a lavorare per la possibile presenza di bombe tra i fiori. Vi è menzione della presenza di tre parlamentari Misefari, Fiumanò e Minasi. Nella documentazione si legge delle riunioni delle gelsominaie in costanza di sciopero (come quella svoltasi nella sala della camera del Lavoro di Gioiosa Jonica il 10 agosto 1959), della presenza avvertita come disturbante dei sindacalisti al loro fianco. Di ‘agitatori sindacali’ riferisce una nota inviata dall’Unione provinciale reggina degli Agricoltori a prefetto, questore e carabinieri per sollecitare un ‘energico intervento per questo attentato a libertà e lavoro’. La reazione di Francesco Catanzariti, segretario della camera confederale del Lavoro della provincia reggina fu stigmatizzata dalla forze dell’ordine al punto che si tentò di ipotizzare, senza successo, a suo carico il reato di oltraggio. Il clima è ben descritto anche dalla storia del sottocapostazione delle Ferrovie dello Stato in servizio a Caulonia, Giuseppe Virgilio Condarcuri, la cui condotta, per aver fiancheggiato l’agitatore comunista Giuseppe Fragomeni e aver sollecitato le gelsominaie a non recarsi sul luogo di lavoro, in una comunicazione della prefettura (prefetto Torrisi) al ministero dell’Interno, veniva stigmatizzata come inadeguata e non confacente alla sua qualità di impiegato dello Stato, motivo per cui se ne chiedeva il trasferimento.

    Consultabile nello stesso fondo anche una rassegna stampa con gli articoli dell’epoca che ponevano in evidenza la compattezza delle gelsominaie in protesta.

    Tra gli atti vi è anche la ricostruzione dei fatti dell’Unione sindacale provinciale, federazione salariati e braccianti agricoli della Cisl che riferisce pure di gravissime intimidazioni rivolte alle gelsominaie, per interposta persona, dai baroni di turno, proprietari terrieri, affinchè si recassero sul luogo di lavoro, pena la mancata successiva chiamata per lavorare. Una moderna minaccia di licenziamento, come atto ritorsivo per la legittima richiesta di tutela di diritti.

    Una lotta coraggiosa sospesa l’11 agosto 1959 e in realtà terminata il 13 agosto 1959 con gli accordi raggiunti tra i sindacati, l’associazione degli Agricoltori e l’ufficio regionale del Lavoro e della Massima Occupazione di Reggio Calabria e con la stipula del nuovo contratto collettivo provinciale di cui si legge nel verbale sottoscritto dal tenente comandante della legione territoriale dei carabinieri di Catanzaro, tenenza di Roccella Jonica, Vincenzo Di Luca, datato 17 agosto 1959. Il corpus del contratto integralmente riportato reca la retribuzione per kg di gelsomino raccolto (195 lire), l’indennità di chilometraggio in caso di mancato trasporto a cura del datore sul luogo di lavoro, l’indennità di caropane alle lavoratrici riconosciute come capofamiglia, le tutele in materia di maternità e gravidanza e per l’assunzione di fanciulli. Sono di questo frangente storico anche l’istituzione della registro anagrafico e dell’ufficio di collocamento. Dei comizi successivi e della fervida attività di divulgazione degli esiti positivi della lotta delle gelsominaie della provincia reggina vi è ampia traccia nello stesso fondo con manifesti e volantini.

    Anche a Bovalino e Benestare le raccoglitrici di gelsomino furono in fermento degli anni 60. Nell’agosto del 1963 scioperarono per il rinnovo del contratto, unitamente agli uomini.

    Una ricchezza quella dei proprietari terrieri che all’epoca portava il peso dello sfruttamento dei braccianti, delle donne e della madri, nei campi. Una ricchezza che, tuttavia, ha lasciato quelle zone in balia di poteri oscuri che ne hanno dissipato il futuro e che oggi sono emblema di depressione economica e disoccupazione. L’agricoltura, specie nella piana di Gioia Tauro dove all’epoca delle gelsominaie della jonica in fermento e in lotta vi erano le raccoglitrici di olive, è solo una risorsa reclamata a parole e i frutti della terra che raggiungono il mercato per produrre ricchezza non sono quelli calabresi. Quelle lotte delle gelsominaie, non scolarizzate eppure interpreti coraggiose e indomite di una Costituzione già in vigore con i suoi principi fondamentali e il suo corpus dedicato ai rapporti economici da oltre dieci anni, hanno una eco lontana come ancora forte è il profumo dei gelsomini; oggi ci sono nuovi fenomeni di sfruttamento che avanzano e che costringono le cronache quotidiane a parlare, esattamente come negli anni Sessanta, di caporalato e sopraffazione delle fasce deboli, oggi con il viso di uomini africani piuttosto che di donne. E’ uno dei volti della miseria moderna. Anche loro si alzano al buio per aspettare che la persona di fiducia di chi possiede la terra vada a prelevarli affinchè possano lavorarla. Anche loro hanno lasciato a casa i figli. Ma quella casa è molto più lontana. C’è un mare di disperazione, spesso di morte, in mezzo. Si avvicina allora di nuovo quella eco che sembrava tanto lontana. Il sudore e il sacrificio non sono diversi come invece è il profumo che questa volta sa di arance.