di Anna Foti – Il destino drammatico diviso tra esuli e infoibati di tanti italiani in terra d’Istria, Dalmazia, Gorizia, Trieste e Fiume tra il 1943 e il 1945. Fosse scavate nel Carso, regione comune ad Italia, Slovenia e Croazia, e altre gole ricavate in territorio istriano, le foibe erano inghiottitoi naturali, dove vennero gettati ventimila italiani (il dato preciso è di difficile ricostruzione), molti dei quali ancora vivi, torturati, massacrati e fucilati dai partigiani di Tito negli anni tra il 1943 e il 1945. La pagina di storia legata alle foibe a lungo avvolta nell’oblio, è in realtà complessa e affonda le radici in un contesto politico denso di contaminazioni etniche in terra italiana, istriana e dalmata ad una tratto esacerbato dalle mire di Tito e dai nuovi equilibri seguiti alla seconda guerra mondiale.
Mentre l’Italia si accingeva a vivere un nuovo capitolo, liberata per mano degli Alleati dall’occupazione nazista, mentre finiva la Seconda Guerra Mondiale a Trieste a Gorizia e a Fiume si consumava una tragedia che ebbe i contorni netti e drammatici di una pulizia etnica per mano dell’Armata Popolare di Liberazione della Yugoslavia con chiare mire espansionistiche. Dissidenti, intellettuali, antifascisti, ed italiani furono i principali bersagli di persecuzioni, annegamenti, deportazioni, omicidi di massa. L’immagine più drammatica di questo accanimento furono appunto le foibe.
In questo clima, in migliaia divennero esuli per sfuggire alla repressione. Il 90% della popolazione italiana si ritrovò condannata all’esilio per sopravvivere.
Molti furono anche i calabresi, come si evince dall’elenco delle 1048 anime tradotte forzatamente in Slovenia nel maggio del 1945; vite strappate nella Gorizia occupata da Tito. Le anime che non fecero mai ritorno a casa furono quelle dei carabinieri Pasquale Pellegrino ed Umberto Abate, rispettivamente di Falerna (Catanzaro) di San Lucido (Cosenza), del civile Gregorio Malena di Rossano (Cosenza), dei fratelli Mario e Oscar D’Atri di Castrovillari (Cosenza), rispettivamente esercente e sergente maggiore dell’Esercito. In quella lista nera come la tenebra ci sono anche i nomi dell’agente di pubblica sicurezza Giuseppe Crea di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), Michele Lubrano di Radicena (Reggio Calabria), portato via dal carcere di Monfalcone prima di scomparire, Severino Quartuccio, nato a Chorio (Reggio Calabria).
La violenza e la morte non hanno, inoltre, risparmiato il caporale bersagliere Antonio Muraca (o Muracca), ucciso a Tolmino (Slovenia), Giacomo Spezzano, guardia di pubblica sicurezza scomparso da Gorizia il 10 settembre 1944, entrambi di Reggio Calabria, l’appuntato dei carabinieri Gaetano Mirenzi di Vazzano (Vibo Valentia), arrestato il 5 maggio 1945.
Solo dal 2004 alla memoria è stato consentito di far riemergere quella storia vissuta ma troppo poco raccontata, del dramma delle Foibe. Una legge ha infatti istituito “Il giorno del Ricordo”, che ogni anno cade 10 febbraio, giorno in cui venne firmato il Trattato di pace nel 1947 Parigi e fu sancita la cessione di quelle terre alla Jugoslavia. Terre costate il sangue di tanti italiani.





