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Memorie – Ferramonti di Tarsia e il viaggio di Mario La Cava dalla Calabria fino in Israele

20 Gennaio 2016
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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Memorie – Ferramonti di Tarsia e il viaggio di Mario La Cava dalla Calabria fino in Israele

di Anna Foti – E’ tempo di memoria. Si avvicina la giornata che anche in Italia ricorda le vittime dell’Olocausto: il 27 gennaio scelto perché nel 1945 fu questo il giorno in cui il campo di sterminio per antonomasia Auschwitz fu liberato dalle forze armate russe. Era la fine della guerra dopo la guerra. Il secondo conflitto mondiale era finito già nel 1943 con l’avanzare delle Forze Alleate ma gli orrori che esso aveva generato non avevano ancora toccato il culmine in Europa. Fuori da questi orrori fu il campo di internamento realizzato in Calabria, a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza. Nonostante la sua genesi fosse espressione di quel progetto di isolamento, discriminazione e offesa della dignità umana, questa esperienza fu straordinaria per il coraggio di alcuni uomini lungimiranti che lo governarono e per la presenza di spirito di una comunità capace di accogliere e andare in aiuto. Al delirio di onnipotenza, alla follia distruttiva imperante in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale si oppose senza scalpore ma con grande concretezza il coraggio e la nobiltà di animo di uomini, ufficiali ma anche cittadini calabresi che illuminarono il cammino di uomini, donne e bambini che in altri campi di internamento avrebbero avuto un altro destino.
Il cammino di memoria si nutre in Calabria delle storie dei 2200 internati ( il campo ne avrebbe potuti ospitare fino a 2700) liberati dagli Alleati nel 1943 nel campo di Ferramonti, una volta vicino alla vecchia stazione ferroviaria della linea Cosenza – Sibari dove sostavano i convogli, nella valle del fiume Crati oggi accanto allo svincolo di Tarsia in provincia di Cosenza; il più grande campo di internamento fascista (che sorse in Calabria rispetto ad altra località individuata in Basilicata), non dotato di camere a gas, costruito dalla ditta Parrini di Roma. Entrò in funzione nel giugno del 1940 e fu il primo campo ad essere liberato, il 14 settembre 1943 e l’ultimo ad essere chiuso l’11 dicembre 1945. Furono internati ebrei, antifascisti ed oppositori politici comunisti non solo italiani ma anche greci e slavi, apolidi. Molti furono i profughi in fuga da altri campi di concentramento in Germania ed in Polonia che furono trasferiti a Ferramonti come i tanti ungheresi, polacchi, tedeschi, apolidi partiti da Bratislava e sbarcati sul piroscafo Pentcho a Rodi il 16 maggio del 1940. Gente comune, etichettata come sovversiva, arrestata senza processo, derubata di ogni avere, sradicata dai luoghi quotidiani ed internata, costretta ad una condizione di prigionia che fu più sopportabile rispetto ad altre di cui si ha testimonianza, ma che fu pur sempre una condizione di prigionia.
Molti degli internati, non avendo un posto a cui tornare dopo la deportazione, restarono dentro il campo anche dopo la sua liberazione del ’43 e fino alla sua chiusura avvenuta nel 1945.
La Relazione militare del 1°ottobre 1943 dalle autorità inglesi di liberazione segnalava la presenza di 1854 prigionieri nel campo, di cui 1296 donne, 338 uomini, 140 bambini e 80 anziani. Secondo le ricostruzioni in atto, nessuno fu deportato da Ferramonti e non vi furono decessi dovuti alle violenza del personale addetto alla sorveglianza. Le uniche morti violente travolsero una donna e tre uomini uccisi da una raffica di mitragliatrice di un caccia Alleato durante un combattimento aereo contro i tedeschi. Molti internati in età avanzata morirono per problemi cardiaci o alla tubercolosi. Tutti godettero di sepoltura all’interno del piccolo cimitero cattolico di Tarsia (sedici sepolture registrate, ma solo quattro ancora presenti) e del cimitero di Cosenza con ventuno sepolture registrate e tutte presenti ad oggi.
Una delle testimonianze di Ferramonti di Tarsia si trae dal carteggio tra Ernst Bernhard, originario di Berlino, psicoterapeuta attivo a Roma fra il 1945 e il 1965, e la moglie Dora, curata dalla scrittrice Luciana Marinangeli che si è anche occupata del suo libro “I Ching”, una lettura psicologica dell’antico libro divinatorio cinese.
Venne a conoscenza del campo calabrese, ma solo dopo aver raccontato il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme a partire dal 10 aprile 1961, lo scrittore originario di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, Mario La Cava. Poi volle visitarlo, ascoltarne le storie e immaginarne i volti e condividere questa esperienza nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera nel 1984 e riproposto nel 2011 dal Quotidiano della Calabria.
Mario La Cava scoprì del campo dopo la guerra quando scoprì altresì che la stessa scrittrice di origine ebrea Natalia Ginzburg sapeva della vita che vinse sulla morte e sull’orrore in questo lembo di terra. A Mario La Cava si deve, nel suo reportage, anche il racconto dell’uomo che fu dentro il campo il maresciallo reggino Gaetano Marrari “Anche i servizi più ingrati ai quali si fosse costretti, potevano essere ingentiliti dall’umanità di che li avesse compiuti. Ed il maresciallo Marrari, uomo semplice, fu all’altezza dei suoi umani ideali. Le testimonianze degli internati parlano chiaro(…)”. La figlia Maria Cristina Marrari, residente a Reggio Calabria, ancora fa dono del racconto di suo padre. La Cava, rimase molto legato alla sua Calabria ma al contempo fu capace di un profondo sguardo sul mondo. Guardando all’impegno civile della sua scrittura (si pensi alla storia di Slavoj Slavik, giovane attivista antifascista, narrata nel romanzo “Una stagione a Siena” in cui racconta del suo periodo universitario e della sua amicizia con lui) e alla sua attenzione all’Olocausto ciò emerge chiaramente.
La storia travagliata dello stato di Israele non impedì d assicurare giustizia per il dramma della Shoah. Così Israele fu al centro del mondo al momento del processo ad Adolf Eichmann, catturato a Buenos Aires. Negli anni Sessanta, infatti, Gerusalemme fu meta per tanti giornalisti che raccontarono le udienze dello storico processo che si concluse con la condanna a morte eseguita per impiccagione il 31 maggio del 1962.
Tra loro Mario La Cava, inviato del Corriere Meridionale di Matera, che poi avrebbe raccontato l’esperienza nel volume ‘Viaggio in Israele’, diario – saggio pubblicato per la prima volta nel 1967 con i caratteri di Fazzi di Lucca ed oggi arrivato a tre ristampe, ed anche Hannah Arendt che seguì le 120 sedute del processo come inviata del settimanale New Yorker a Gerusalemme. Furono entrambi colpiti dall’impassibilità agghiacciante di Eichmann uomo accecato dall’obbedienza, per il quale la fedeltà al regime significò abdicare alla facoltà di pensare e di discernere il bene dal male. Una normalità terribile che era emersa anche a Norimberga. Otto Adolf Eichmann fu responsabile della sezione IV-B-4, competente sugli affari concernenti gli ebrei dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich (RSHA).
Hannah Arendt, il cui resoconto ed i cui commenti furono pubblicati nel 1963 nel libro “La banalità del male” (Eichmann a Gerusalemme), scrive che “le sue azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso”.
Mario La Cava non seguì solo il processo ma visitò la terra di Israele sicchè il suo diario narra della situazione di un popolo e del suo destino dentro la Grande Storia.

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