di Anna Foti – Le città perdute per la prima donna italiana fondatrice e direttrice di un giornale (Il Mattino) Matilde Serao*, luogo sacro per il poeta emiliano Giovanni Pascoli**, le città distrutte per il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio, fondatore del Corriere di Roma e de Il Mattino. Così furono descritte Reggio Calabria e Messina dopo il funesto sisma del 1908. L’eco della sciagura naturale più grave della storia italiana ed europea per numero di vittime, il cui dato è ancora oggi sospeso tra le 90 mila e le 120 mila, nota come il terremoto di Messina, in cui le perdite furono certamente più numerose ma non anche più drammatiche di quelle che vi furono a Reggio, scosse gli intellettuali del tempo. Con ogni probabilità si tratta della catastrofe naturale italiana più grave dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che, narrata da Plinio, distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.
Trentasette lunghissimi secondi stravolsero all’alba del 28 dicembre 1908 la vita delle comunità calabrese e siciliana dello Stretto. L’alba di un inferno. Pochi attimi per distruggere il litorale calabro e quello siciliano. Migliaia di morti e di case distrutte. Un sisma violento, causa di un disastroso maremoto.
Nel reggino la terra tremò da Palmi a Melito Porto Salvo ed il mare investì la costa da Punta Pezzo a Capo D’Armi, violentemente colpito anche l’entroterra. Un terremoto di 7,2 gradi della scala Richter ed 11° della scala Mercalli, epicentro in pieno Stretto.
Il Corriere della Sera, il giorno 30 dicembre, titolò: “ORA DI STRAZIO E DI MORTE. Due città d’Italia distrutte. I nostri fratelli uccisi a decine di migliaia a Reggio e Messina”. A Napoli, il Giorno di Matilde Serao, che già aveva riservato parole poetiche alla Calabria conosciuta attraverso la Ferdinandea nelle Serre Calabresi, dove fu ospite nel 1886, titolò: «Lo spaventoso terremoto in Calabria e tutta la Sicilia” mentre Il Mattino di Edoardo Scarfoglio titolava: «La catastrofe di Messina: la città distrutta, migliaia di vittime”.
Tante le testimonianze apparse su giornali e pubblicazioni su entrambe le rive dello Stretto, anche postume.
“Ricordi d’un dissepolto. La tragedia famigliare di un poeta nel terremoto di Reggio e Messina” (Rubbettino 2008) è il racconto struggente del poeta sidernese Michele Calàuti (1861-1935), curato nella sua pubblicazione postuma da Enzo Romeo, arricchito dai contributi di Benedetto Croce, Antonio Fogazzaro, Grazia Deledda, Giulio Salvadori, Bonaventura Zumbini e altri esponenti della cultura italiana del primo Novecento. All’età di 47 anni, dopo quell’alba funesta, il poeta sopravvisse alla madre e a tre figli. Ripresa in mano la penna scrisse, qualche mese dopo la tragedia e dopo anni di silenzio, un breve e straziante resoconto della propria tragedia familiare, con il titolo Lacrymae ovvero Ricordi d’un dissepolto. Giunto, all’epoca della stesura, tra le mani dei maggiori uomini di cultura dell’epoca, il racconto ispirò in tutti una parola, un pensiero, una poesia, una dedica. «Chi sa fare qualche cosa del suo dolore, quello solo merita di esser consolato», scrisse al Calàuti Matilde Serao. Tale pubblicazione, unitamente a “Le baracche” di Fortunato Seminara, ha ispirato il lungometraggio del regista Laszlo Barbo, intitolato “Quel che resta”, uscito nel 2012.
Gaetano Salvemini, docente all’Università di Messina, sopravvisse alla moglie, ai 5 figli e alla sorella, affidando la sua testimonianza alle colonne dell’Avanti: «Ero in letto allorquando senti che tutto barcollava intorno a me e un rumore di sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva: Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversata come da rumori di valanga e da urla di gente che precipitando moriva».
Riccardo Vadalà, direttore dell’epoca della Gazzetta di Messina ebbe a scrivere: «Nelle acque del porto galleggiava di tutto: cadaveri, carretti, mobili, carcasse d’animali, travi, botti, bastimenti affondati… tale era l’intensità della scossa e la violenza con cui le pareti venivano smosse e il sottosuolo si agitava, che non solo le pareti si piegavano come fogli di carta, ma io stesso, che quel mattino mi trovavo in redazione, mi senti sbalzare due o tre volte all’altezza di un metro dal pavimento. Uscito da sotto le macerie, tenendomi lungo il muro tentai di camminare per le strade. Il rumore delle case crollanti mi assordava… non vi era che un lungo, lugubre, immenso strillo da tutti i punti della città: Aiuto, Aiuto! ».
Il dolore fu condiviso dai maggiori intellettuali del Novecento da Gabriele D’Annunzio ad Alexandrine Emile Zola, da Antonio Fogazzaro allo stesso Luigi Capuana, al premio Nobel per la Letteratura Grazia Deledda (che pure, con Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio, aveva risposto all’appello di solidarietà lanciato da Gabriella Spalletti Rasponi***, presidente del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, all’indomani del terremoto che aveva scosso la Calabria già nel settembre 1905), da Guglielmo Marconi a Hermann Hesse e Claude Debussy. Ciò fu scoperto per caso, quasi un secolo dopo dal ricercatore siciliano, Gianpiero Chirico mentre si occupava dello scrittore Luigi Capuana.
Tra i manoscritti dello scrittore e giornalista catanese, presso la Harvard University di Boston, dal passato è emerso un prezioso ed inedito diario di 199 testi originali tra pensieri, spartiti musicali, poesie dedicati alla immane tragedia che colpì Reggio e Messina 105 anni fa, segnando ferite ad oggi invisibili in apparenza, che si allontanano nel tempo mentre le parole di questi grandi presidiano la memoria delle tante vite spezzate in un’Italia che allora, come spesso accade nel dolore e nella tragedia, si fece una. Con i caratteri della casa editrice Gbm e con il titolo “Il condiviso dolore. Messaggi degli intellettuali del Novecento per il terremoto di Messina del 1908″, nel 2006 Gianpiero Chirico ne selezione e ne pubblica 62, restituendo così al mondo questa toccante pagina di solidarietà ed condivisione attorno ad una tragedia di enorme portata.
Anche la penna delicata di Grazia Deledda si soffermò su «una donna superstite, una bellissima donna estratta dalle macerie dopo alcuni giorno d’agonia», mentre la moglie di Emile Zola, Alexandrine, inviò una pagina della “Bestia Umana” in cui si narra di «un fuoco sanguinante, popolato confusamente da masse opache, le macchine ed i vagoni solitari, i tronconi dei treni dormienti sui binari morti».
Dunque non solo intellettuali in Italia ma anche oltre le Alpi. Lo scrittore e giornalista francese Jean Carrère, da corrispondente firmò molti articoli sul giornale Le Temps, concorrente de Le Figaro, poi pubblicati nella raccolta edita nel 2008 da Città del sole edizioni con il titolo “Terre Infrante. Calabria e Messina 1907 1908 1909”.
Sempre dalla Francia «Il pensiero che in questo momento non troveremmo altro che orrore e morte, ci causa un profondo dolore», fu dello scrittore Pierre Loti a cui rispose lo scrittore e poeta veneto Antonio Fogazzaro: «O viva fiera è la Terra, che trasal e rugge all’ Uomo, come leone mal domo, a chi, frustando lo atterra?». Lo stesso scrittore e giornalista catanese Luigi Capuana descrisse l’amara consolazione dei catanesi: «Videro Catania rimasta miracolosamente in piedi e quasi non prestavano fede ai loro occhi (…) Ci par di sognare, e intanto abbiamo paura di destarci. è orribile!». Ed ancora da Catania il poeta Mario Rapisardi: «Negli altrui danni il proprio danno oblia. Muoion le forme! L’ ideal non muore».
*Matilde Serao, da Il Giorno, edizione del 31 dicembre 1908
«Ti rivedo, come in un lontano sogno pieno di rimpianto, pieno di rammarico, cara città di Reggio, cara città della Fata Morgana, tutta circondata dal verde lucido dei tuoi aranceti, tutta profumata dall’inebriante odore delle tue zagare. Reggio impregnata di sole biondo, Reggio impregnata di’azzurro nell’aria, nel mare, Reggio onore della Calabria azzurra, Reggio decana della grande marina cantata da tutti i poeti dell’antichità (…) Ah, che io chiudo gli occhi stanchi e smarriti, li chiudo un istante e ti rivedo, innanzi alla mia fantasia Messina, Messina bella, tutta bianca sulle rive del tuo mare, tutta bianca come una città d’Oriente innanzi alle linee ineffabili della sua marina, io ti rivedo Messina Bella, perla preziosissima di Sicilia, nobile Messina, gentile Messina, amata dal navigante, dal commerciante, dal poeta e dal principe, perché eri ospitale, perché eri bella, perché eri linda e lieta, perché tutto in te era grazia e incantesimo, perla di Sicilia, schiacciata e bruciata!»
**Giovanni Pascoli, da “Pensieri e discorsi”, 1914
«Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia».
*** L’appello assunse le vesti di un giornale speciale denominato ‘Per la Calabria’. Un momento di ricostruzione della memoria corale come quell’appello di solidarietà universale la cui genesi, in quel gennaio del 1906, fu marcatamente femminile. Esso è stato ricordato in occasione dei 100 dalla sua pubblicazione con una ristampa curata da Città del Sole edizioni, proprio nel 2006, intitolata ‘Le donne e la memoria. Un contributo unico di solidarietà femminile’, realizzata con il sostegno dell’Ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Reggio Calabria retto da Daniela De Blasio. Il ritrovamento presso la Biblioteca comunale di Reggio Calabria, ad opera della professoressa Gaetanina Sicari Ruffo, di questa edizione straordinaria, è ancora da considerarsi come il manifesto del movimento femminile di inizio secolo che aveva già centrato la necessità, ancora oggi tale, di riconoscere alle donne capacità anche imprenditoriali.






