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    Memorie – Pasolini e la Calabria de “La lunga strada di sabbia”

    di Anna Foti – Un intellettuale arguto e radicale, capace di guardare oltre i suoi tempi, precorrendo quelli che sarebbero seguiti, e di comunicare efficacemente gli esiti della sua osservazione e le sue analisi con mille linguaggi. Pier Paolo Pasolini è stato un regista audace al punto da scrivere e dirigere film che ancora oggi interrogano le coscienze, sfidano quell’anticonformismo di facciata, che dietro false rivoluzioni cela l’omologazione della borghesia, la sottomissione al potere subdolo delle dittature moderne del consumo e della mercificazione del corpo e della sessualità. Le sue provocazioni, figlie del Sessantotto e della emergente società materiale, sono ancora forti e attuali. La sua orribile morte resta un mistero come controverse sono state la sua vita e la sua personalità. Nonostante il processo e la condanna definitiva dell’allora diciassettenne Giuseppe Pelosi (libero dal 2009 dopo avere espiato la pena), i dubbi sopravvivono. Lo stesso Pelosi, trent’anni dopo il delitto, ha ritrattato la sua colpevolezza, confermando le ombre mai completamente dissipate attorno agli accadimenti della notte in cui il corpo di Pier Paolo Pasolini venne massacrato. Un incontro con altri omosessuali degenerato o forse un complotto politico. Solo pochi giorni dopo il delitto, in un’inchiesta pubblicata su L’Europeo, già Oriana Fallaci aveva avanzato l’ipotesi di un delitto premeditato al quale avrebbero partecipato anche altre persone.
    Al di là di tutto, l’eredità che lascia Pasolini è immensa, scandita da scritti, poesie, racconti, saggi, film, sceneggiature, editoriali e articoli, traduzioni, persino canzoni, ancora pienamente aderenti alla crisi di questo tempo, alle contraddizioni dell’umanità, alle derive di cui si è dimostrata capace. Una denuncia morale vera, fondata e necessaria allora, come oggi.
    Pasolini ebbe un legame complesso, conflittuale, ostile e poi a tratti riappacificato, con la Calabria come testimonia il reportage (“La lunga strada di sabbia”*) pubblicato dalla rivista “Successo” diretta da Arturo Tofanelli nel 1959, realizzato dopo aver attraversato a bordo di una fiat millecento la costa italiana fino al Sud. I suoi scritti scatenarono polemiche e risentimenti. Ne seguirono la querela per diffamazione del sindaco di Cutro Vincenzo Mancuso per la definizione di banditi riferita alla sua comunità, la corrispondenza chiarificatrice con Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola, il discorso che fece in occasione del premio Crotone che vinse con “Una vita violenta” (fuori dal premio Campiello e dal premio Strega e Viareggio) sempre nel 1959, i tanti set calabresi dei suoi film, la raccolta di testimonianze sui moti di Reggio nella cornice dei fermenti degli anni Settanta per il documentario “12 dicembre” (1971), in collaborazione con i militanti di Lotta Continua.
    Un rapporto intenso, ancora da esplorare che affonda le radici anche, alla fine degli anni Sessanta, in quel viaggio coast to coast dopo il quale Pasolini definì i cutresi banditi: più che offendere esplicitava una condizione dei calabresi, come spiegò sulle pagine di Paese Sera (28 ottobre 1959): «Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole».

    Il risentimento e le ostilità si registrarono in Calabria ecco perché, come aiuta a ricostruire il Quotidiano della Calabria (articolo di Roberto Losso del 23 luglio 2012) che ha pubblicato integralmente la corrispondenza, l’ufficiale sanitario Pasquale Nicolini scrisse a Pasolini: «(…)Che il suo sguardo sia stato fugacissimo è provato dalla celerità con cui ha percorso detta strada. Verrebbe addirittura da pensare che da Maratea (che è in Lucania) a Reggio Calabria abbia viaggiato in “turboreattore”, se neppure si è accorto delle belle scogliere di Praia e Scalea, del paradiso di Cirella di Diamante piena di sole, di Belvedere e della sua Rosanville, di Cittadella del Capo semplice e romantica, della mia Paola panoramica e mistica, dello sperone di Tropea, di Bagnara, di Scilla. (….) Così ella ha potuto dare una occhiata di scorcio solo a Reggio ed al resto del litorale jonico. Ma tanto è bastato per farle osservare che Reggio è città estremamente drammatica e originale, di un’angosciosa povertà, dove, sui camion che passano per le lunghe strade parallele al mare, si vedono scritte come “Dio, aiutaci”, che Cutro è veramente il paese dei banditi come si vede in certi westerns (ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi); che ivi si sente che siamo fuori dalla legge o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, ad un altro livello (…)Ma come ha potuto, signor Pasolini, emettere di tali giudizi sulla base di un rapido colpo d’occhio? Perché, guardi, la Calabria è veramente e dolorosamente povera e depressa, ma che, dai nostri camion gridi la sua invocazione a Dio per non perire, questo no! Anche perché è nella natura di noi calabresi un senso d’orgoglio, direi, smisurato (usi a soffrir tacendo). Ed ora mi levi una curiosità: da che cosa ha potuto dedurre che Cutro è il paese dei banditi? »
    Sempre sul Quotidiano della Calabria leggiamo come Pier Paolo Pasolini, in data 1 ottobre 1959 con una “Lettera 22”, rispose:
    «Gentile dottor Nicolini, devo dirle anzitutto: i banditi mi sono molto simpatici, ho sempre tenuto, fin da bambino, per i banditi contro i poliziotti e i benpensanti. Quindi, da parte mia, non c’era la minima intenzione di offendere i calabresi e Cutro. Comunque, non so tirare pietosi veli sulla realtà: e anche se i banditi li avessi odiati, non avrei potuto fare a meno di dire che Cutro è una zona pericolosa, ancora in parte fuori legge: tanto è vero che i calabresi stessi, della zona, consigliano di non passare per quelle famose “dune giallastre” durante la notte. Quanto alla miseria, non vedo perché ci sia da vergognarsene: non è colpa vostra se siete poveri, ma dei governi che si sono succeduti da secoli, fino a questo compreso (Governo Segni, ndr). E quanto ai ladri, infine: non mi riferivo particolarmente alla Calabria, ma a tutto il Sud. Sono stato derubato tre volte: a Catania, a Taranto e a Brindisi (sempre nelle cabine delle spiagge). In Calabria ho avuto una rapina a mano armata (di coltello): a cui sono sfuggito solo per la mia presenza di spirito. Queste cose ovviamente non le ho scritte, non solo per senso della litote, ma per non mettere nei guai i miei ladri e i miei rapinatori, che continuano ad essermi simpaticissimi (solo a Taranto, per colpa del bagnino, è intervenuta la polizia: ma io non ho voluto fare la denuncia contro il povero ladruncolo subito ritrovato). Questi sono dati della vostra realtà: se poi volete fare come gli struzzi, affar vostro. Ma io ve ne sconsiglio. Non è con la retorica che si progredisce. Tutto questo lo dico a lei, perché mi sembra una persona veramente buona e simpatica, come i due che ho raccolto per la strada di Cutro, e che infine mi hanno salutato con “umanistica gentilezza”. (….)Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro “complesso di inferiorità”, della vostra psicologia patologica (adesso non si offenda un’altra volta!), della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione. Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto: l’unico modo per consolarsi è lottare, e per lottare bisogna guardare in faccia la realtà. Mostri pure questa lettera ai suoi amici, la renda pubblica, magari la faccia anche stampare sui giornali che hanno polemizzato contro di me. Sono certo che sarò capito. Le ripeto: lei è persona degna di ogni rispetto e anche affetto, e, come tale, cordialmente la saluto, suo devotissimo Pier Paolo Pasolini».

    Solo pochi mesi dopo Pier Paolo Pasolini tornò in Calabria per ritirare il Premio Crotone assegnatogli dalla giuria composta da Bassani, Gadda, Moravia, Ungaretti e il palmese Repaci per il romanzo “Una vita violenta”. Non mancarono neppure allora le polemiche. Al momento di ricevere il premio egli dichiarò: « Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. i protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’ esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni».
    In realtà Pasolini, che scrisse con lucida consapevolezza delle periferie e dei diseredati, di una società cieca e alla deriva, non condannò ma parlò con franchezza ai calabresi. Della Calabria ebbe poi ancora modo di dire nel 1964 che «il paesaggio calabrese si esalta, con i suoi meravigliosi contrasti naturali, in cui a dolci pendii si contrappongono violenti sbalzi rocciosi (…) In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé».

    *«Lo Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vede scritto “Dio aiutaci”- mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile. Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno cenno di fermarmi. Mi fermo, li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, in questo punto, hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma. Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi film western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questa forma lieta: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura».