di Anna Foti – Denise ha visto per l’ultima volta sua madre sei anni fa. Di lei porta il cognome oltre che un’eredità di amore, coraggio, forza, desiderio di giustizia e di ribellione alla ndrangheta e agli uomini della sua vita che avrebbero voluto imporle un’esistenza in ostaggio che non lei aveva scelto.
Denise ha testimoniato contro suo padre Carlo Cosco, assassino di sua madre e oggi, poco più che ventenne, risiede in località protetta e può vivere libera. E’ una storia drammatica ma traboccante di speranza quella scritta, tra la Calabria e la Lombardia, da due donne, Lea e Denise; una storia che, attraversando l’Italia, dimostra che la violenza è trasversale e non conosce zone franche; che esso attecchisce pienamente nella subcultura mafiosa in cui chi tradisce viene punito. Se poi a tradire è una donna sono gli uomini della famiglia che devono sradicare l’onta del disonore ed eseguire la condanna a morte.
Affettivamente e inconsapevolmente legata anche ad un complice dell’omicidio della madre, poi pentitosi, Carmine Venturino, il destino di Denise sarebbe stato quello di vivere nell’oppressione mafiosa se la madre Lea non avesse deciso di testimoniare le circostanze di cui era a conoscenza e dunque di ribellarsi alla ndrangheta. Oggi per Denise c’è la possibilità di un futuro diverso, libero anche se con un macigno sul cuore. La madre Lea ha pagato con la sua vita il coraggio delle sue scelte, la ribellione rispetto ad un destino in cui avrebbe dovuto tacere, subire, essere complice, dimenticare di avere assistito alla faida contro il clan dei Mirabelli, nel comune di origine di Petilia Policastro in provincia di Crotone, in cui avevano perso la vita per mano della ndrangheta il fratello Floreano, i cugini Mario, Francesco e Salvatore. Avrebbe dovuto rinunciare al sogno di un futuro diverso per la sua Denise. Invece il suo amore di madre ha guidato la sua ribellione; non ha più taciuto, ha parlato, ha detto quello che sapeva e per questo è andata incontro ad una morte orribile, consumatasi proprio nel milanese dove venne fatta scomparire nel novembre del 2009. Solo così il suo coraggio di opporsi e di costruire un vita diversa per lei e per Denise sarebbe stato vanificato.
Nel 2002 a Milano Lea aveva deciso di rompere il silenzio su verità scomode, ribellandosi coraggiosamente alla ndrangheta, spinta dal desiderio di libertà. Con la figlia ancora minorenne Denise, era entrata nel programma di protezione da cui poi era uscita. Nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 2009 Lea scomparve nel nulla a Milano. Originaria di Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro nella provincia calabrese di Crotone, Lea, testimone di giustizia, orfana di padre e compagna fin da giovanissima di Carlo Cosco, qualche anno più grande di lei, si era trasferita giovanissima, all’inizio degli anni Novanta, a Milano, dove la sua vita, drammaticamente, fece capolinea. In quell’incontro fissato con l’inganno, naufragò il sogno di ricominciare una nuova vita con la figlia Denise, magari trasferendosi in Australia.
Nel 2013 la Corte di Appello d’Assise ha confermato che nessun raptus, ma un orribile piano di morte e violenza, vi è stato alla base del delitto. “Doveva essere cancellata ”dalla faccia della terra” anche ”disperdendone ogni traccia materiale”. Questo era il piano dell’ex compagno Cosco e lo ha realizzato con l’aiuto di tre complici, anche loro condannati in primo grado. Un piano compiuto finanche nel dettaglio dei resti atteso che furono ritrovati oltre tre anni dopo.
Dopo ipotesi e dubbi, fu confermata l’appartenenza a Lea Garofalo dei resti ossei ritrovati nel tombino a San Fruttuoso di Monza, nel milanese, dopo la combustione del corpo durata due giorni. A rivelare dove trovare almeno quel che restava del corpo di Lea era stato il più giovane degli imputati, Carmine Venturino.
La sentenza della Corte di Assise e di Appello di Milano (presidente Anna Conforti, a latere Fabio Tucci) ha confermato a carico di Carlo Cosco, ex compagno di Lea Garofalo, la pena dell’ergastolo.
Dei sei ergastoli inflitti in primo grado, ne sono stati confermati solo quattro con una assoluzione ed uno sconto di pena. Confermato il carcere a vita per Carlo Cosco, per uno dei due fratelli di Carlo Cosco, Vito, e per gli altri due complici Massimo Sabatino e Rosario Curcio, mentre ridotta a 25 anni di reclusione la pena per l’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino, che pentitosi aveva rivelato dove ritrovare i resti ossei di Lea. Assolto l’altro fratello Cosco, Giuseppe.
La giustizia mafiosa, quella macabra ma che meno fallisce e poco sbaglia, ha fatto centro ed è arrivata prima. Ad essere stata condannata è stata non solo una persona che ha tradito l’omertà mafiosa ma anche una donna che voleva vivere, che non ha ubbidito, una compagna che non si è sottomessa e che ha sottratto la figlia al padre. Un femminicidio aggravato dalla cappa mafiosa. Una vita in cerca di un legittimo riscatto è stata spezzata.
Adesso resiste ostinata la speranza di una nuova vita per Denise, che la zia materna Marisa, molto legata a Lea e parte civile nel processo, vorrebbe tanto poter riabbracciare. Resistono anche le domande che risuonano nella storia anche di tante altre donne: quante volte si sia ribellata alla ndrangheta, quante volte sia stata uccisa, Lea Garofalo, prima di morire davvero in quel modo orribile; quante donne ancora oggi siano in pericolo.






