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Memorie – La voce di Pietro Ingrao anche in Calabria

30 Settembre 2015
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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Memorie – La voce di Pietro Ingrao anche in Calabria

di Anna Foti – Pedace in provincia di Cosenza, Reggio Calabria e Rosarno costituiscono solo alcune delle tappe della lunga vita di Pietro Ingrao, morto all’età di cento anni domenica scorsa a Roma. Tappe che segnano il suo legame con la Calabria quando vi si rifugiò da partigiano nella casa di montagna del militante socialista Cesare Curcio nel 1943, quando accolse l’invito dei compagni e tenne un audace comizio nella Reggio in rivolta, quando rispose all’indignazione di una terra e al diritto alla memoria ricordando nell’antica medma il dirigente comunista di Rosarno Giuseppe Valarioti ucciso nel giugno del 1980, vittima del primo delitto politico mafioso consumatosi in questa regione.
Leader del Pci, esponente autorevole di una Sinistra oggi dispersa, fu politico, attivo militante nel partito comunista, partigiano e giornalista , anche direttore dell’Unità dal 1947 al 1957, poeta e autore di saggi politici, tra cui “Appuntamenti di fine secolo”, scritto in collaborazione con Rossana Rossanda nel 1995.
In molti oggi piangono la sua morte, sottolineando il suo contributo alla storia repubblicana e il coraggio delle sue posizioni dentro e poi fuori dal partito e nella vita; piangono la sua morte come si piange la fine di un’epoca e di un sogno che per molti era quella Sinistra che non voleva gestire potere ma fare politica, che non cedeva al vizio ma perseguiva la virtù.
Non sacrificò mai la sua visione anche al prezzo di attacchi personali, di apparenti tradimenti sul filo della coerenza al partito e della fuoriuscita, infine, dallo stesso, quando ciò si rese necessario. Si scontrò con l’ala destra del partito incarnata da Giorgio Amendola. Stimò, pur non essendo in piena sintonia, Enrico Berlinguer. Dialogò, entrandoci anche in conflitto, con Palmiro Togliatti.  Infine si oppose fermamente alla linea di Achille Occhetto. Patì, pur senza intervenire, l’espulsione dei compagni del Manifesto, tra cui l’amico di sempre Luigi Pintor e un’altra grande esponente del comunismo italiano Rossana Rossando. Il travaglio interiore contraddistinse le sue scelte, segno di una propensione ideale forte e mai sopraffatta dall’apparenza e dalla rassegnazione.
Emblema di un diritto al dissenso che pagò in prima persona, Pietro Ingrao, classe 1915, fu il primo presidente della Camera comunista (1976 – 1979), proprio nella fase cruciale del sequestro Moro, e fu deputato ininterrottamente tra il 1950 e il 1992. Nome di battaglia Guido, come avrebbe poi chiamato il suo figlio maschio, il più piccolo di cinque , conobbe la clandestinità. Fu la sua identità di partigiano, anima della Resistenza, a portarlo anche in Calabria nel 1943. Qui trovò rifugio in casa Curcio ed ebbe modo di incontrare i braccianti della Sila, in fermento come i braccianti della sua Lenola, in provincia di Latina. Erano gli anni dello scontro tra latifondisti e contadini e del movimento per il riscatto delle terre e del diritto di lavorarle dignitosamente.
Ebbe il coraggio di cambiare idea. In tanti ricordano il suo editoriale su L’Unità “Da una parte della barricata” in cui aveva sostenuto l’invasione sovietica dell’Ungheria, salvo poi pentirsi profondamente e pubblicamente.
Marito di Laura Lombardo Radice, padre di cinque figli e nonno di tanti nipoti e pronipoti:  questo il ritratto familiare di un uomo di Sinistra che “voleva la luna”. Non la raggiunse mai, ma visse impegnandosi per alte cause che riteneva possibili da vincere, prima o poi.
Nato durante la guerra, marciò per il Vietman contro le guerre americane; cercò di contribuire alla Pace, anche compiendo errori che non intese mai nascondere o rinnegare. Anzì.
Laico ma appassionato della coerenza altrui anche se professata con una fede religiosa. Con lui se ne va un sogno, ma resta il segno di un uomo che ha ‘resistito’ con le sue idee e il suo credo politico, dimostrando e testimoniando, con la sua vita e con il suo agire, che è sconfitto non è chi perde ma chi desiste.

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