di Anna Foti – Il mare, quando si staglia verso l’infinito o lambisce la costa, e le sue suggestioni hanno da sempre ispirato scrittori, disegnatori e illustratori nati o giunti in Italia quando dal Continente arrivavano nella Penisola per ammirare e raccontare luoghi, universalizzare storie. Il sistema dei Rolli genovesi, antichi palazzi adibiti a dimore per gli viaggiatori stranieri illustri, oggi patrimonio Unesco, sono una traccia preziosa di questo amore e di questo interesse secolare per l’Italia. Si pensi ai Grand tour di Eward Lear, Alexander Dumas, Vivant Denon, Henry Swinburne, Maurits Cornelis Escher, Norman Douglas proprio in Calabria.
I richiami al Sud, alla sua bellezza e alla sua ricchezza naturale declinata in paesaggi di montagna che scendono fino alla marina o in linee azzurre variegate che disegnano i confini di gran parte della sua superficie, sono anche più antichi rispetto ai Grand tour del XVII secolo e si spingono fino alle origini della Lingua e della Letteratura italiana, fino alla Divina Commedia di Dante Alighieri e alle cento novelle incorniciate nelle dieci giornate narrate nel Decameron da Giovanni Boccaccio.
Al momento di narrare la storia del mancato re Carlo Martello, nel canto VIII del Paradiso, Dante descrive il regno di Napoli come un triangolo di Ausonia, in realtà l’Italia intera non solo una zona della Campania, la cui punta a Sud è collocata proprio nell’antica roccaforte di Catona: « e quel corno d’Ausonia che s’imborga / di Bari, di Gaeta e di Catona / da ove Tronto e Verde in mare sgorga ».
Non solo Dante. «Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ’l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri. Tra le quali città dette, n’è una chiamata Ravello». Nella quarta novella della seconda giornata del Decamerone, così scrive Giovanni Boccaccio che a lungo visse a Napoli, all’epoca già capitale del Mediterraneo, a sua volta nei secoli culla di civiltà, di moti culturali e di pensiero dei più grandi come Pier Paolo Pasolini, Albert Camus, Antoni Gaudì.
Anche Virgilio racconta dell’approdo di Enea a Gaeta, scrigno di natura e storia con il suo golfo, il suo verde, le sue rocce divise tra le catene degli Aurunci e degli Ausoni fino a raggiungere Terracina, il suo patrimonio culturale, la traccia storica dell’assedio tra il 1860 e il 1861 di risorgimentale memoria. Quella stessa Gaeta che, alcuni secoli più tardi, la giornalista e scrittrice napoletana ma di origini greche, Matilde Serao, in un articolo pubblicato su Il Mattino del 24 giugno 1956, richiama descrivendo il borgo di Ventaroli, una frazione di Carinola in provincia di Caserta, al momento di narrare la sosta di Francesco II tornato in patria nell’agosto del 1860. «Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia».
Ma quella Marina da Reggio a Gaeta, passando per Salerno, Amalfi e Ravello, è anche il cuore pulsante degli “Itinerari Mediterrane. Simboli e immaginario fra mari, isole e porti, città e paesaggi, ebrei cristiani e musulmani nel Decameron di Giovanni Bocciaccio” (Città del sole edizioni) scritto dal docente universitario di Urbanistica della Mediterranea di Reggio Calabria, Enrico Costa, nato a Messina e adottato da Reggio. La prefazione è stata curata del collega di origini romane Renato Nicolini, indimenticato docente, lungimirante architetto e fine intellettuale scomparso nel 2012.
Un romanzo di formazione la cui genesi è intrisa dei colori e della forza suggestiva ed evocativa dello Stretto tra Reggio e Messina, luogo che ispirò anche l’artista Antonello. Un viaggio che in occasione di ogni meta si trasforma in una nuova partenza per altri affascinanti luoghi da scoprire e da collocare nella geografia della cultura millenaria e contemporanea, della storia, della letteratura, della musica e dell’arte di cui il Mediterraneo è traboccante. Punto di arrivo emblematico degli itinerari di Enrico Costa è Gerusalemme con la sua bellezza e i suoi conflitti, la sua essenza inossidabile di crogiuolo di culture, religioni e identità, oltre che di contatti commerciali.
Così l’architettura si afferma in tutta la sua compiutezza, quale arte di guardare ai luoghi, ai suoi spazi da abitare e dunque da vivere, al loro ruolo di moltiplicatori culturali e scrigni di piccoli e grandi storie. Come ebbe modo di sottolineare il giornalista ligure Maurizio Maggiani in merito all’arte fotografica di Giorgio Bergomi (“Una Genova” in mostra a Palazzo Ducale dal 18 luglio al 23 agosto p.v.): “Ai testimoni è interdetta la passione in nome della loro attendibilità, a chi coloro che abitano la passione è necessaria anche solo per poter vivere senza smemoratezza”.
Sulla scia de “Livre des Marveilles” di Marco Polo, delle orientali “Le mille e una notte” e de “Le città invisibili” di Italo Calvino, anche quello di Enrico Costa è un libro che racconta un viaggio carico di evocazioni e suggestioni ma anche di luoghi fisici fatti di gente, popoli e storie che stimolano l’osservazione e l’esplorazione di quanto è già accaduto, accade e di ciò che accadrà. Un osservatorio sul mondo che cambia, capace di progresso e di regressione al contempo. Una prospettiva intrigante ma non meno critica, il cui punto di osservazione è incentrato in uno dei luoghi più narrati ed importanti per la storia antica e recente dell’Umanità, il Mediterraneo.
Territorio ancora oggi strategico per l’Europa intera non solo per creare sviluppo e contaminare culture, ma oggi anche e soprattutto per salvare l’umanità e riscattare la storia di un Occidente che ha depredato angoli di mondo senza etica e senza senso alcuno di responsabilità verso il Prossimo.
Oggi il mare Mediterraneo è emblema delle tragedie che si consumano tra le onde che inghiottiscono vite e speranze. Invece di farlo per incontrarsi, i popoli oggi lo solcano, spesso non sopravvivendo, per inseguire il sogno essenziale di un’altra vita possibile.
Quella antica metafora di viaggi e incroci di culture e popoli, specialmente alle nostre latitudini appunto “mediterranee”, continua a rivivere negli scritti antichi e moderni, non mancando spesso di stridere con la bruciante contemporaneità scandita da croci e da lutti tra le onde che tuttavia in quella storia più antica trova anche la sua genesi.
Non a caso “Itinerari culturali” è stato protagonista di una conversazione culturale contaminata da architettura e filosofia e dedicata al Mediterrane. Lo è stato unitamente al volume “Rotte Mediterranee” (Città del Sole edizioni) in cui Francesco Idotta, autore e docente reggino, descrive questi luoghi di incontro di civiltà e culla di miti come luoghi privilegiati a cui assomigliare nel percorso esistenziale di ciascuno, vivendo da contemporanei e non da intervenienti nel tempo, contribuendo a far progredire la dialettica, a cercare risposte e a formulare domande, assaporando il presente, custode di un passato e continuo scrigno di un futuro che ogni momento può essere ridisegnato. “Ogni uomo deve confrontarsi con il proprio abitare: non basta vivere in un luogo, bisogna abitare il proprio luogo, affinché da esso si origini una voce nuova che arricchisca il molteplice”, si legge nella prefazione.
L’occasione è stata quella della manifestazione “Xenía Book Fair”, la prima edizione della Fiera Nazionale del Libro all’aperto, promossa nel luglio scorso dalla Leonida Edizioni, dalla Compagnia di Gesù e dal JSN-CVX (Jesuit Social Network-Comunità di Vita Cristiana), nella cornice del parco della Mondialità di Gallico Superiore di
Reggio Calabria. Il filo conduttore della kermesse era racchiuso nel titolo ispirato alla parola greca antica “Xenia” ospitalità.
Proprio laddove la Civiltà, o quel che ne resta, tocca il suo fondo dopo avere alimentato la sua essenza, lì è il luogo da cui ricominciare.





