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    Memorie – La Calabria degli scriptoria e il calligrafo Giovanni Battista Palatino

    di Anna Foti – Il calligrafo dei calligrafi fu definito dai suoi contemporanei, tra cui il tipografo francese Claude Garamond, un cognome noto agli scrittori moderni che non praticano con l’inchiostro e la carta e che invece ricorrono alla video scrittura;  uno scrigno di stili che ispirò anche Stanley Morison cui si deve il font denominato Times New Roman e che lo definì il teorico della cancelleresca, scrittura ufficiale della cancelleria dello stato della Chiesa. La storia moderna della scrittura si nutre di quella di antichi calligrafi, tipografi  e copisti senza i quali essa non sarebbe quella che è. Tra questi anche il calligrafo, letterato e copista di Rossano, Giovanni Battista Palatino nato nel 1515 e morto a Napoli sessant’anni dopo.
    Accanto al Time New Roman e al Garamond, prima citati e tra i font molto usati nella scrittura meccanica, anche il Palatino Linotype, erede del carattere tipografico Palatino appunto, portatore di un’impronta di Calabria nell’affascinante storia dell’arte della scrittura e della calligrafia. Ieri 23 giugno si è celebrata la giornata della macchina da scrivere con quel monotype oggi declinato in tanti tipi di caratteri; la macchina da scrivere emblema della prima scrittura meccanica approdata oggi alla video scrittura. La data coincide con l’anniversario della concessione del brevetto statunitense a Christopher Latham Sholes inventore statunitense della tastiera qwerty nel 1873 e che, in qualità di comproprietario del brevetto del 1868 per il modello typewriter, è uno dei padri della macchina da scrivere.
    Ma la storia della scrittura ha origini antiche, tramandate anche nella modernità più di quanto se ne possa essere consapevoli.
    La diversità di font utilizzabile è, infatti, oggi un modo di custodire e rievocare quella che una volta era la preziosa e dimenticata arte della calligrafia con cui tanti letterati del Cinquecento, tra cui il rossanese Palatino, hanno accompagnato la nascita del libro per come oggi lo conosciamo*. Lo hanno fatto con la raffinatezza dei tratti, la cura e la bellezza di una scrittura ordinata, tonda e corsiva, segnata da aste, archi, anelli, occhielli, code, ganci, uncini, bracci, pilastrino (il tratto verticale della G), cravatta (l’asta orizzontale centrale della E e della F), collo (l’attacco della coda della g al suo anello), tutti posti con cognizione e maestria al punto da rendere ogni singola parola, frutto prezioso di arte e conoscenza, traccia imperitura di bellezza.  Già l’utilizzo del calamo (strumento scrittorio in canna appuntita) in sostituzione della penna d’uccello, permetteva scritture e trascrizioni sempre più eleganti, con l’introduzione di miniature e decorazioni sempre più accurate.
    Emigrato da giovane a Roma sulle orme del cardinale Alessandro Farnese, Palatino fu riconosciuto “cittadino romano” nel 1538. Affiliato all’accademia dei Naviganti, fu segretario dell’accademia dello Sdegno dove conobbe e frequentò personaggi illustri come Claudio Tolomei e Francesco Maria Molza. A lui pare essere stata attribuita l’iscrizione dell’arco centrale della Porta del Popolo di Roma. Fu autore del più noto trattato di scrittura e modelli calligrafici del Rinascimento dal titolo: il Libro nuovo d’imparare a scrivere tutte sorte lettere antiche et moderne di tutte nationi, stampato per la prima volta in Roma nel 1540 con i caratteri di Francesco Cartolari di Baldassarre. Nell’arco di cinque anni seguirono cinque ristampe: nello stesso 1540 e poi nel  1545, nel 1548, nel 1550 e nel 1553. Si tratta di uno dei documenti più interessanti nella cultura della comunicazione dell’età moderna capace di andare oltre la bibliografia e la paleografia;  il più conosciuto trattato di scrittura e modelli calligrafici del Rinascimento richiamato nei suoi “Trattati di Scrittura del Cinquecento Italiano” da Emanuele Casamassima, bibliotecario e paleografo scomparso nel 1988 (“Il Libro di M. Giovambattista Palatino Cittadino Romano, Nel qual s’insegna à scriver ogni sorte lettera, Antica, et Moderna, di qualunque natione, con le sue regole, et misure, et essempi…”). Nel 1545, per i tipi di Antonio Blado, vide la luce l’edizione definitiva (in BDP è conservata la 9a edizione, Roma 1561).
    Preziosa testimonianza della trasformazione della scrittura in calligrafia, ispiratrice di modelli di grafia a mano antesignane della grafica moderna con supporto; attraverso l’elaborazione stilistica dei canoni tradizionali, la ricerca artistica Palatino seppe lasciare, ad una esperienza propria e peculiare del Rinascimento italiano quale fu la calligrafia, un’impronta essenziale e particolarmente qualificante.
    “I libri di modelli calligrafici costituiscono una delle fonti principali per la storia dell’ultimo periodo creativo della scrittura latina, al quale dobbiamo tutte le forme grafiche della civiltà occidentale.[…]”, scrive ancora Emanuele Casamassima.
    In particolare il trattato di Palatino presenta una poliedricità di alfabeti, intrecci di segni grafici eruditi e di notevole pregio estetico con dei sonetti figurati finali che fanno del suo lavoro di elegante e forbita scrittura a mano, non solo un notevole libro di calligrafia ma un genere specifico capace di attraversare i secoli e ‘segnare’ e ispirare la storia della scrittura moderna e contemporanea.
    Ma la Calabria fu anche ricca fucina di scrittura a mano in lingua Greca. Anche qui la cultura orale divenne scritta, anche qui su scrittoi (antichi scriptoria) per ore e ore monaci ricopiarono testi religiosi per consegnarli ai posteri. Dopo gli amanuensi (servus a manu) – nell’antichità classica l’attività era infatti affidata agli schiavi –  con il Cristianesimo la pratica si diffuse nei centri religiosi (in particolar modo le abbazie dei Benedettini). In particolare in Calabria fu registrata un’attiva presenza di monasteri basiliani all’interno dei quali vi erano gli scriptoria.
    Siamo oltre il XII secolo, dopo l’attività degli schiavi nell’antica Roma, già da qualche secolo i primi libri (codici) su tavolette di legno, papiro, pergamena e poi carta (superata l’epoca dell’argilla, della lamiera di metallo, della pietra) venivano trascritti da religiosi. Le prime officine libraie furono impiantate presso conventi, abbazie e monasteri in specifici locali detti scriptoria ed i testi scritti, o meglio copiati, erano lezionari, evangeliari, innari, utili alle pratiche liturgiche quotidiane, alcuni anonimi, altri con data, luogo di trascrizione e firma del copista.
    La nostra regione, infatti, come anche la Sicilia, è stata patria di intensa attività scrittoria con molti centri monastici della provincia di Reggio Calabria (Bova, San Lorenzo, San Procopio, Gerace, Oppido), Catanzaro (Badolato) e Rossano in provincia di Cosenza in cui testi in lingua Greca venivano copiati affinchè si conservassero e si tramandassero documenti prevalentemente religiosi. Lo scopo era quello di alimentare la trasmissione scritta della lingua Greca, la salvaguardia e la diffusione della cultura. Molti dei testi Italo – Greci furono trascritti in Calabria e molti di essi, pur essendo sopravvissuti ai domini ed alle devastazioni successive, nel tempo furono trafugati, venduti ed oggi sono esposti nelle più prestigiose biblioteche d’Italia ed Europa.

    *Dal latino Liber, orginariamente corteccia di albero perché questa era la materia, come anchr l’argilla, la lamiera di metallo, la pietra, su cui si studiarono (epigrafia)le prime forme di scrittura. Il papiro e l’alfabeto si devono agli Egizi che scrivevano senza punteggiature e anche da destra verso sinistra (scrittura bustrofedica) oltre 5000 anni fa. Il papiro da cui deriva il termine che oggi traduce carta in inglese (paper), in francese ed in tedesco (papier) ed in spagnolo (papel), in Egitto non fu sostituito prima del 900, mentre in Europa sarebbe stato sostituito dalla carta, la cui etimologia italiana è incerta (forse attraverso il latino charta dal greco charassò= incidere, scolpire), solo dopo il 1000 con gli arabi. La Sicilia potrebbe essere stata la prima frontiera europea sotto l’influenza musulmana.

    Dopo la diffusione del ricorso alla carta, dunque, la stampa e la tipografia avrebbero fatto il loro ingresso nella storia dei libri e manoscritti con Johann Gutenberg che tra il 1448 ed il 1454 diede in stampa con i caratteri mobili (tecnica già nota in Corea da qualche secolo) a Magonza, in Germania, il primo libro stampato: la Bibbia a 42 linee, inserita nel 2001 dall’Unesco nell’elenco delle memorie del mondo. L’avvento della stampa è annunciato nella storia dai cosiddetti incunaboli (‘in culla’) con cui si definiscono convenzionalmente i documenti stampati con la tecnologia dei caratteri mobili e realizzato tra la metà del XV secolo e l’anno 1500 incluso. A volte è detto anche quattrocentina. Ai libri stampati di lega il termine segnatura per indicare il numero delle pagine di un intero lavoro editoriale; segnatura che deriva dalle piegature sui si sottopone il foglio stampato in folio – 1; in quarto – 2, in ottavo – 3, in sedicesimo – 4).