di Anna Foti – Popoli solo apparentemente lontani che in un passato più o meno recente, comunque ricco e degno di una terra crocevia del Mediterraneo, hanno vissuto e lasciato tracce ancora oggi da riscoprire, studiare e interpretare nella nostra Calabria e oltre. E’ il caso degli Armeni, prima nazione cristiana della storia, nelle settimane scorse al centro delle cronache per le parole con cui papa Francesco, nel giorno della Pasqua Ortodossa, ha commemorato le vittime della persecuzione ottomana durante la Prima guerra mondiale, definendo quello armeno come il primo genocidio del Novecento. Il disappunto del governo turco, ancora fermamente negazionista, ha animato un dibattito che, proprio in prossimità della giornata in cui il popolo armeno commemora le vittime di quelle deportazioni e del tentativo di distruzione di una cultura e di un’identità millenaria (il 24 aprile), ha portato alla risoluzione con cui il Parlamento Europeo ha riconosciuto ufficialmente il genocidio. Il dramma di un popolo che si riscatta dall’oblio anche grazie all’opera della scrittrice italiana di origini armene, Antonia Arslan, instancabile testimone di esso con i racconti dei suoi avi.
Durante la nuova ondata anti cristiana di siriani e turchi islamizzati, verso la fine dell’ottavo secolo d.C. Armeni, (solo monaci?) approdarono alle coste calabresi, in particolare al tratto reggino, e si rifugiarono sulle alture; coltivarono usi e tradizioni religiose ma anche agricole come la vinificazione, con la creazione di veri e propri silos per custodire le derrate alimentari, ancora oggi esistenti tra i ruderi di Brancaleone. E infatti tracce significative esistono nelle toponomastica (la discesa armena a Bova o Rocca Armena a Bruzzano Zeffirio) e nell’onomastica, oltre che nell’archeologia con alcuni reperti che richiamano i motivi religiosi della croce e dei pavoni anche negli attuali comuni di Ferruzzano, Casignana e Staiti, sempre nel reggino.
Proprio in questo frangente storico delicato, un luogo di questa Calabria ha rievocato la presenza antica di questo popolo, forse una comunità ma sicuramente un gruppo di monaci armeni, rifugiatosi in solitaria preghiera (secondo la regole del monachesimo orientale diffusosi anche in Armenia grazie all’opera di San Basilio), tra le montagne per sfuggire alle incursioni degli arabi provenienti dal mare.
Ciò è avvenuto a Brancaleone (luogo anticamente denominato Sperlinga dal latino e greco caverna), di fondazione greca, culla dei locresi prima del loro avanzamento, promontorio strategico con Reggio, Gerace e Bruzzano Zeffirio, dove oggi sorge la Rocca Armenia (antico castello); chiamato Brancaleone superiore con lo sviluppo della Marina, abbandonato nella seconda metà del Novecento, pur apparendo oggi non più vissuto da secoli, esso custodisce tra i suoi ruderi anche una grotta chiesa, probabilmente unica nel suo genere a queste latitudini e di cui ne esisterebbe una simile solo in Georgia, in cui veniva celebrata la messa. All’interno di questa chiesa rupestre, nell’ambito dell’attività di valorizzazione e promozione del territorio della pro loco di Brancaleone guidata da Carmine Verduci, al seguito degli appassionati come Vincenzo De Angelis e Sebastiano Stranges, già ispettore onorario del Ministero dei Beni Culturali, si è svolta una cerimonia con canti armeni e fiori di ginestra posti dove un tempo sorgeva l’altare e dove ora è possibile intravedere, sul muro di antica arenaria, una croce armena e un pavone adorante. Al centro della grotta l’emblematico albero della vita. Una delle tracce più significative che attestano l’antica presenza del popolo armeno in questi luoghi. Oggi tale chiesa rupestre risulta posta sotto il castello Ruffo eretto ne 1300, di cui divenne la prigione. Accanto ad essa dei cunicoli scavati nella roccia (silos) e poi poco su ciò che rimane della chiesa proto papale che sorgeva nell’antica Brancaleone e che, secondo le ricostruzioni, era di stile romanico con campanile e orologio, tre navate e affreschi ai lati. E’ crollata nel 1944, ma già nel 1935 era stata edificata quella dell’Annunziata poco più giù. Il paese fu poi negli anni indotto all’abbandono ed anche questa seconda chiesa fu abbandonata. Ciò accadde definitivamente nel 1956. In quello che oggi è ormai un parco archeologico urbano a Brancaleone (Superiore), accanto alle tracce armene, vi è anche ciò che resta della devozione alla Madonna del riposo.
E’ un legame antico tutto da riscoprire quello tra la Calabria e il popolo armeno. Tra i tanti punti di contaminazione anche la storia di Paolo Promalli, arcivescovo cattolico e missionario, originario di Siderno, e autore nel Seicento del dizionario armeno.






