di Anna Foti – “Ah,” mi diceva uno, “se non ci fossero i terremoti ed i briganti, la Calabria sarebbe il primo paese del mondo”. E’ la Calabria straordinaria e miserabile, alla ricerca di sé stessa già allora, ad essere descritta dallo scrittore e patriota italiano di origini partenopee Luigi Settembrini (Napoli 1813 – 1876), nella sua opera principale “Ricordanze della mia vita” pubblicata postuma nel 1879. Nato da Raffaele Settembrini e Francesca Vitale, fu il primo di sei fratelli. Trascorse la fanciullezza a Caserta che lasciò bruscamente all’età di 17 anni quando morì il padre. Di formazione liberale, sulle orme del padre studiò legge a Santa Maria Capua Vetere e iniziò il suo praticantato nello studio di Nicola Tuccio, amico calabrese del padre. Gli studi forensi gli regalarono l’amicizia di Benedetto Musolino ma anche il disincanto di una giustizia incapace di difendere i diritti di tutti e dunque di essere giusta. A Napoli cambiò direzione e intraprese gli studi umanistici; divenne allievo di Basilio Puoti e Pasquale Galluppi. Questa fu la strada che lo condusse in Calabria. Nel 1835 sposò Raffaella Luigia Fucitano, che proprio l’8 aprile di due anni dopo gli avrebbe dato un figlio, Raffaele Michelangelo Tiziano. Sempre nel 1835 ottenne la cattedra in Eloquenza al liceo di Catanzaro. Le difficoltà arrivarono quando fu imprigionato (esperienza che visse anche il padre per 14 mesi nel periodo della Repubblica Partenopea del 1799). Nella città calabrese infatti frequentò ambienti mazziniani e, dopo aver fondato la setta dei Figliuoli della Giovine Italia, fu arrestato con l’accusa di cospirazione e imprigionato a Napoli. L’esperienza della prigione non scalfì la sua passione politica (scrisse l’opuscolo antiborbonico “Protesta del popolo delle Due Sicilie”) alla quale si dedicò unitamente all’insegnamento privato dopo la sua liberazione. Riparato a Malta fece ritorno a Napoli per fondare, dopo lo Statuto Albertino, la società segreta Unità italiana. Non passò molto tempo e una nuova condanna, questa volta a morte, lo colpì nel 1849. Commutatagli la pena nell’ergastolo andò in esilio nell’isola di Santo Stefano per poi essere destinato agli USA nel 1859; con il figlio, riuscì a raggiungere però l’Irlanda, dove rimase fino al 1860. Fu liberato con altri 67 condannati tra i quali Poerio, Pironti, Castromediano, Silvio Spaventa, Emilio Maffei, Nicola Schiavoni e Salvatore Faucitano.
Tornato in Italia si stabilì prima a Torino poi a Firenze, dove pubblicò due manifesti (“Di ciò che hanno a fare gl’Italiani” e “Dell’annessione di Napoli al Regno d’Italia”): un ‘esortazione del Mezzogiorno a unirsi al Regno d’Italia. Tornò ad insegnare Letteratura latina e greca all’università di Bologna ma solo per poco. Appena possibile tornò a Napoli, dove assunse la carica di ispettore generale della Luogotenenza per poi tornare ad insegnare, nel 1862, questa volta Letteratura italiana all’università partenopea. Fondò e presiedette l’Associazione unitaria costituzionale, collaborando al suo giornale «L’Italia», diretto dal 1863 al 1865 da De Sanctis. Appassionato al Mezzogiorno per cui condusse instancabili battaglie per la salvaguardia delle tradizioni locali, negli anni seguenti venni isolato politicamente ma, nonostante ciò, nel 1873 riuscì a diventare senatore. Un patriottico fervente ma anche in fine letterato che si proponeva di salvare l’unità del poema e il riconoscimento del valore qualificante dell’allegoria, come cifra della civiltà medievale e della poesia dantesca. Tra le sue opere “Lezioni di letteratura italiana”, animate da un forte impegno patriottico e civile e da un’impronta risorgimentale da lui ritenuta l’unica forza in grado di abbattere il potere oscurantista della Chiesa e dei Borbone, e “Ricordanze della mia vita”, un itinerario autobiografico pubblicato postumo nel 1879 con la prefazione di De Sanctis. Proprio in questa opera c’è anche la visione della Calabria che lui ha vissuto, intravedendone le derive e il valore.
“Quando le strade comunali, provinciali, e ferrovie metteranno i Calabresi in facili comunicazioni tra loro e con le altre genti d’Italia, allora si scioglierà quell’antica lotta chiusa in ogni paesello tra il proprietario sempre usuraio lì, e il proletario sempre debitore, si ammansirà quell’odio per oltraggi antichi che è la vera cagione del brigantaggio. Quando quelle genti avranno lavoro, istruzione e giustizia, quelle loro nature sì gagliarde nei delitti saranno gagliarde nel lavoro, nelle industrie, nelle arti, nella guerra santa e nazionale. In nessuna contrada ho veduto più ingegno che in Calabria, lì schizza proprio dalle pietre, ma raramente è congiunto a bontà, spesso è maligna astuzia”.
Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita” (1879)





