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    Memorie – Gianluca Canonico, dieci anni in un attimo

    di Anna Foti – La genesi di una tragedia in una bravata e la vita di un bambino nel posto sbagliato nel momento sbagliato, vittima innocente e involontaria di arroganza e violenza. Nessun luogo è esente da tanta miseria ma non tutti i luoghi hanno poi la capacità di fare memoria, abbracciando i familiari così brutalmente derubati, e di non seppellire infinite volte chi perde la vita in questo modo assurdo.
    La vita è quella di Gianluca, una meteora che attraversa il cielo e lascia una lunga scia luminosa fatta di speranze e di attese, di giochi e di sogni. Poi ad un tratto quel fascio di luce si stempera ed un buio fitto lo inghiotte; le speranze disperano, gli spari interrompono quei giochi per sempre, la morte insanguina una tiepida serata di luglio dei caldi anni Ottanta a Reggio Calabria.
    Sono davvero pochi dieci anni per morire; drammaticamente pochi per concedere anche solo una parvenza di consolazione a chi è costretto a sopravvivere. Il piccolo viveva a Roma con la madre ed era venuto a Reggio dal padre Pietro, un poliziotto in servizio qui.
    Pochi, dieci anni, per accettare che sia stato talmente rischioso giocare vicino a casa, in quella maledetta sera in cui un atto di arroganza tra ragazzini è degenerato in violenza e morte. Una rissa per futili motivi che ha spento per sbaglio una vita, ha deviato irreversibilmente il destino di una intera famiglia.
    Gianluca Canonico, 10 anni, è stato ucciso per sbaglio. Ferito la sera del 3 luglio 1985, al numero 41 di via Fratelli Spagnolo, nel rione Pescatori, zona Sud ella città di Reggio Calabria, il piccolo è morto cinque giorni dopo agli ospedali Riuniti dove era stato portato la sera stessa del ferimento, già in stato di coma per la grave ferita alla testa. Il piccolo Gianluca ha lottato per circa 100 estenuanti ore, prima di spegnersi.
    Tra i testimoni della tragedia, il padre Pietro che racconta di avere visto il figlioletto a terra dopo che un ragazzo, giunto in sella ad una potente motocicletta con un complice, aveva fatto fuoco contro un gruppo di quattro ragazzi che sostavano nei pressi della casa davanti alla quale Gianluca stava giocando con altri bambini.
    I quattro giovani, poi identificati, erano Giovanni Laganà, Gaetano Germoleo e i fratelli e Alfredo e Sebastiano Vinci.
    Nel giorno in cui Gianluca muore, l’8 luglio 1985, Francesco Nicolò, 17 anni e figlio di Paolo tratto in arresto poco prima di questi fatti per detenzione e porto abusivo di pistola, si costituisce dichiarando di avere sparato, reagendo ad una aggressione, risultante da un referto medico. Nicolò, minorenne, viene arrestato, processato e condannato. Nessun complice sarà mai identificato e rimane anche una nota della questura (4 ottobre 1985) in cui si accerta che la pistola consegnata dal minore non è quella che ha sparato quella sera.
    In primo grado il Tribunale dei Minorenni, il 7 giugno 1986, condanna Nicolò a dodici anni e mezzo di reclusione per omicidio. Il padre di Gianluca si era costituito parte civile nel processo. A nulla è valso il tentativo di ridurre la pena in appello, invocando l’omicidio preterintenzionale e l’attenuante della provocazione.
    Il quadro emerso profilava una rissa in cui i due gruppi contrapposti erano animati dall’intento di offendere, sostanziatosi in aggressioni e nell’esplosione di alcuni colpi di pistola calibro 6,35. Uno solo era andato a segno, colpendo a morte il piccolo Gianluca.
    Nell’antefatto ricostruito in sede processuale vi erano due gruppi contrapposti che si scontrarono e si ingiuriarono in via Torricelli. “Uno scambio  di ingiurie, culminato in una sfida verosimilmente lanciata dal gruppo Laganà, Germoleo e fratelli Vinci (ndr infastidito per la sosta della macchina di Nicolò in mezzo alla carreggiata e, secondo Quartuccio, per un corteggiamento insidiato) e subito accettata dagli avversari (ndr Francesco Nicolò detto “Draculino”, Angelo Quartuccio e Natale Grenzi). I rissanti si scambiavano evidenti colpi, anche con mezzi contundenti ed il gruppo Nicolò riportò la peggio. I componenti dell’altro gruppo, dopo avere prelevato le chiavi della Fiat 500 del Nicolò, si recavano presso l’abitazione dei fratelli Vinci (…) e mentre sostavano sulla strada per commentare, sopraggiungeva a bordo di una moto guidata da un complice il Nicolò che, scorto il Laganà, esplodeva al suo indirizzo dei colpi di pistola, due dei quali sfioravano la nuca del bersaglio bucando poi alcuni indumenti stesi ad asciugare e uno colpiva alla fronte il piccolo Gianluca che giocava nei pressi; quindi risaliva sulla moto e si dileguava”. Questa la ricostruzione dei fatti assunta nella sentenza di secondo grado con cui la pena viene riformata e portata ad anni 14 e 6 mesi di reclusione.
    Dunque i giudici di secondo grado non ravvisarono alcuna provocazione ed invece accertarono un grado di maturazione tale, vista l’imminenza dei 18 anni per Nicolò, da rendere piena la consapevolezza del disvalore sociale del comportamento e la percezione della gravità ed irreparabilità del fatto.
    Il prossimo anno saranno trascorsi trenta anni da questo delitto. La chiesa del Sacro Cuore di Gesù sospese i festeggiamenti che aveva in corso dopo quello sparo vile e impietoso ed alcuni giorni dopo ospitò il funerale del piccolo. Chissà in quanti ricordano quel memorial che per qualche anno ha riportato alla luce la storia del piccolo Gianluca. Chissà in quanti si sono accorti che non si fa più.
    Ancora qualcuno ricorda con papà Pietro.
    Davvero troppo poco che solo qualcuno sappia, che molti non ricordino e che tanti non abbiano mai saputo.