
di Anna Foti – Il tempo si ferma quella mattina del 12 marzo 1977 a Gioiosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria. Gli orologi cui era appassionato
Rocco Gatto, invece, non si sono fermati mai, continuando a scandire la resistenza civile ai soprusi e alla violenza della ndrangheta di tante anime coraggiose in Calabria e nel Sud.
Rocco Gatto guida il suo camioncino la mattina in cui viene ucciso. “Era generoso e disponibile con tutti, ha ricordato il fratello Ciccillo in un’intervista, ma non sopportava che qualcuno si imponesse con arroganza e con la forza”. Iscritto al partito Comunista, aveva ereditato il mulino dal padre Pasquale. Era un gran lavoratore e non pagava il pizzo. Non pagava il pizzo e subiva furti, incendi, innumerevoli intimidazioni che dal 1974 si fecero sempre più pressanti. A muovere le fila il capoclan Luigi Ursini con Mario Simonetta, entrambi condannati in via definitiva nel 1988 (dieci anni il primo e sette il secondo), ma solo per estorsione aggravata. Le prove non furono sufficienti per accertare il reato di omicidio che è rimasto impunito.
Una sera di novembre 1974, sempre in quegli anni di piombo nel resto d’Italia e di guerre di mafia nel Sud della stessa, in uno scontro con le forze dell’ordine muore il boss reggente Vincenzo Ursini e in reazione la cosca impone il coprifuoco e il lutto cittadino nel paese. La risposta del carabiniere di ferro Gennaro Niglio non si fa attendere e quella mattina al mercato l’ordine viene ripristinato ed è allora che Rocco Gatto spezza il silenzio e fa i nomi. Una denuncia che produce processi e condanne. Una denuncia che costa a Rocco la vita, il dolore infinito dei cari e la rabbia dirompente di una terra che avrebbe continuato a sacrificare e a sacrificarsi. Una terra che insorge, ma mai abbastanza, e il dolore di un padre che avrebbe a lungo chiesto giustizia anche al Capo dello Stato Sandro Pertini.Fu lui a consegnare nel maggio del 1980, la medaglia d’oro al valore Civile: “Alto è l’esempio che ha dato questo cittadino contro questo male che serpeggia nell’Italia meridionale. Il coraggio di questo calabrese deve essere d’esempio per tutti, per resistere alla mafia che rappresenta un affronto per il popolo calabrese”). Il suo coraggio è segno di una tempra che rende Gioiosa Ionica il primo comune d’Italia ad avere scioperato nel 1975 contro la mafia e ad essersi costituita parte civile nel processo contro le cosche.
Quando il mugnaio calabrese sfida gli Ursini a Gioiosa Ionica in provincia di Reggio Calabria, siamo negli anni del terrore in Italia e dell’illusione del decollo industriale della Calabria e della sua città in punta allo stivale. Quando Rocco Gatto non paga il pizzo e inizia contro la ‘ndrangheta la lotta coraggiosa e invisibile al resto del paese, siamo negli anni in cui in Italia trema la democrazia e in cui la sicurezza dagli attentati assume assoluta priorità. Quando il 12 marzo del 1977 a Gioiosa Ionica, dopo avere raccolto il grano da macinare, Rocco viene ucciso a colpi di lupara, siamo negli anni di piombo quelli, insomma, che assorbono le energie buone del paese consentendo a quelle cattive della mafia di proliferare, crescere, mutare la propria fisionomia. E’ in questi anni che la criminalità organizzata si affaccia dalle aree rurali allo scenario economico e imprenditoriale. Oggi una delle sue articolazioni, la ‘ndrangheta, è indiscussa holding del crimine e del traffico internazionale di droga. E’ il 1978 quando piazza Vittorio Veneto a Gioiosa Ionica diventa teatro di memoria con i colori contro la mafia, di recente rivitalizzati, del Murales in memoria di Rocco Gatto e delle altre vittime della ‘ndrangheta. Sono gli anni in cui la terra di aranci e bergamotti, che avrebbe dovuto assistere all’avvio del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro e dello stabilimento della Liquichimica di Saline Joniche diventa terra insanguinata; quando la criminalità, arricchitasi dei miliardi piovuti al Sud dal governo, si impadronisce del territorio e delle coscienze. Non di quella di Rocco Gatto e di altri il cui destino drammatico sarà segnato da una ribellione a quelle pretese che sono un insulto per il lavoro onesto. Ricostruiscono la sua storia nel volume “Il sangue dei giusti, Ciccio Vinci e Rocco Gatto due comunisti uccisi dalla ‘ndrangheta”, Claudio Careri, Danilo Chirico,Alessio Magro Città del sole edizioni anno 2007.
La comunità lo ricorda, unitamente alle altre vittime innocenti della ndrangheta, con un murales che campeggia nel centro della cittadina jonica, realizzato dopo l’assassinio nel 1978. Quell’estate, infatti, da Milano ospiti del Pci di Gioiosa Ionica giunsero artisti militanti della Cgil meneghina che con artisti locali realizzarono il murales di piazza Vittorio Veneto. “È il Quarto Stato dell’anti-’ndrangheta, ricorda le vittime delle cosche e gli onesti che si sono opposti e ancora si oppongono alla mafia. È il simbolo dell’altra Calabria’’, così fu definito. Per il suo restauro nel 2007 l’associazione daSud e il “Comitato pro murales Gioiosa” promossero una campagna di sottoscrizione rivolta ad Istituzioni e cittadini e lanciarono un appello per salvaguardare questa opera e non disperdere questa memoria .
Solo un’eredità che non deve smettere di imporci quel ticchettio di lancette. Un’eredità che dovrebbe toglierci il sonno per restituirci la dignità. Una memoria che serve solo se testimoniata con i fatti, giorno dopo giorno, assaporando il colore del tempo, come il titolo del cortometraggio realizzati dal nipote Alberto. Un tempo lasciato ai posteri con l’intento di renderlo migliore.




