
di Anna Foti – “Per amore del mio popolo non tacerò” lo fece sempre don Peppe Diana; lo scrisse anche, qualche anno prima di essere ucciso in chiesa dalla camorra, a Casal di Principe,
a soli 35 anni. Era il 19 marzo 1994. Un marzo di sangue in cui non si ricordano eroi, ma persone straordinariamente normali che, per amore di giustizia e verità, hanno resistito con la forza della parola. Una parola talmente temuta da essere stata soffocata nel sangue anche il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.
La memoria e la verità non sempre vanno di pari passo, sebbene l’una patisca senza l’altra. Dunque, a dispetto del tempo che passa anche lento e inerte, memoria e verità devono e possono incontrarsi solo se chi sopravvive non smette di ricordare, di credere, di cercare.
La giornalista del TG3 Ilaria Alpi ed il collega operatore Miran Hrovatin, a venti anni di distanza dal loro assassinio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e ancora avvolto nel mistero, non sono stati dimenticati per il loro coraggio, la loro dedizione. Ilaria aveva 32 anni. Miran 45.
Quando ci si avvicina, come nel loro caso, a verità scomode, nascoste, inconfessabili, cui sono legate la vita e la morte di tante persone, i poteri forti che si arrogano il diritto di determinare il destino del globo e la lobby del profitto e dei traffici coperti al prezzo di vite umane, il lavoro di coloro che cercano di capire e di raccontare, per quanto in minoranza, diventa una missione necessaria e pericolosa. Una missione cui loro non si sono sottratti.
Se non fosse stato interrotto, il loro lavoro avrebbe potuto contribuire a svelare uno dei traffici più biechi messi in atto dall’uomo e di cui sono vittime interi popoli, i diritti di ciascuno, il futuro e la coscienza di tutti, anche la nostra terra. Sono stati difensori dei diritti umani con lo strumento dirompente della denuncia, dell’ascolto, della voce e delle immagini.
Sono rimasti al loro posto in terra straniera, in Somalia, avendo intercettato dei traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi interrati in quei luoghi condannati da governanti corrotti con la complicità di altri governi finanziatori, anche in contiguità con la cooperazione italiana. Operazioni mascherate che potrebbero aver portato rifiuti pericolosi e tossici a transitare anche nei mari calabresi sulle cosiddette navi dei veleni. Ilaria e Miran erano tornati in Somalia per vederci chiaro ma quella verità, così ad un passo dall’essere svelata al mondo, da due decenni è gravata anche dal peso del mistero della loro morte.
Un luogo disgraziato, la Somalia, una strada lunga ed inutile – la Garore –Bosaso – per coprire i veleni con l’asfalto, un popolo in guerra a cui vendere armi. Ilaria stava per denunciarlo, stava per onorare le testimonianze raccolte dalle persone del luogo che, impotenti, assistevano al passaggio di questi fusti con il teschio inciso sopra. Ilaria e Miran erano la loro voce e la loro speranza, contro ogni rassegnazione. Professionisti bravi e responsabili. Persone normali all’altezza delle quali non si dimostra lo Stato, depistato e con le indagini, ancora lontani dalla verità; all’altezza dei quali non si dimostrano quanti non ricordano e non si impegnano ogni giorno.
La loro vita e il loro destino si sono incrociati con la storia della nostra Calabria in modo del tutto causale e inconsapevole, come sempre avviene quando non si è in cerca di glorie o di tornaconti ma solo di verità. E questa casualità deve diventare prezioso patrimonio per ciascuno di noi, per i tanti che lo ignorano, perché il desiderio di giustizia che animava quella coraggiosa e fatale ricerca di verità, sia condiviso nella loro memoria.
La verità sulla loro morte e su quei traffici, evidentemente top secret, è ancora incompiuta, soffocata da omissioni e depistaggi, da minimizzazioni e strumentalizzazioni di cui anche la madre di Ilaria è convinta. Luciana sopravvive al marito Giorgio, che se n’è andato nel 2010 senza conoscere la verità sulla morte della figlia. Lei non si arrende e spera, confida nella recente desecretazione degli atti relativi alle navi dei veleni disposta dalla presidente della Camera, Laura Boldrini.
Altro fronte è quello della morte del capitano Natale De Grazia, avvenuta solo un anno e mezzo dopo quella di Ilaria e Miran, il 13 dicembre 1995, non ha avuto cause naturali. Questo avrebbe dovuto generare nuovi percorsi di indagini. Al momento solo presso il tribunale della Spezia vi è una speranza. Si pronuncerà il prossimo 5 maggio il gip Marta Perazzo sulla richiesta di archiviazione avanzata dal procuratore Luca Monteverde e avverso la quale l’avvocato Valentina Antonini, per conto di Legambiente, ha presentato istanza di opposizione. Alla base di questa istanza vi sono numerose questioni legate al tema generale dell’affondamento doloso di imbarcazioni ex art. 428 c.p. che però non si esauriscono in esso. Si pensi all’ipotesi di disastro ambientale e smaltimento illecito di rifiuti tossici radioattivi. Fattispecie di reato su cui mai la procura della Spezia ha condotto indagini approfondite e che potrebbero contribuire a fare chiarezza anche sulla morte del capitano Natale De Grazia e sull’affondamento della Rigel, per cui esiste solo un condanna passata in giudicato per truffa.
Un filo rosso potrebbe unire infatti la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a quella del capitano reggino, stroncato da un malore, mentre si recava alla Spezia per indagare sull’affondamento di navi utilizzate per lo smaltimento di scorie radioattive anche nei mari calabresi.
Natale De Grazia coadiuvava il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, nelle indagini che riguardavano lo spiaggiamento della Motonave ex Jolly –Rosso, della compagnia genovese Ignazio Messina, avvenuto ad Amantea il 14 dicembre del 1990. Indagini archiviate nel 2000, anche a seguito della morte del capitano Natale De Grazia, componente di spicco del pool ecomafia della procura reggina deceduto in circostanze sospette nel dicembre del 1995 mentre si dirigeva alla Spezia.
Proprio in occasione di quell’indagine emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a largo di Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987 e con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin impegnati in un’importante inchiesta riguardo traffici di rifiuti tossici e la cooperazione internazionale tra Italia e Somalia.
Materiale di indagine di De Grazia, contenuto nei fascicoli processuali, è stato sottratto e si sono perse le tracce del certificato di morte di Ilaria Alpi che De Grazia aveva trovato nel corso di una perquisizione in un’abitazione a Pavia di Giorgio Comerio, industriale lombardo ideatore di un sistema di interramento sottomarino di siluri contenenti rifiuti tossici.
Questo uno dei tanti misteri come quell’appunto nell’agenda dello stesso Giorgio Comerio – “lost in ship” – riportato proprio al 21 di settembre 1987.
In particolare su questa due circostanze lo stesso Giorgio Comerio, nel suo memoriale nel 2009, dopo essersi dichiarato estraneo a tali fatti e vittima degli ambientalisti, scrive per smentire:
Ilaria Alpi connection. Scrive Comerio: “Si tratta di una pura falsità. Sembra che in casa mia sia stato trovato un inesistente certificato di morte della signorina Alpi. L’unico certificato di morte che avevo era quello della signora Giuseppina Maglione, morta il 9 febbraio 1996, per il cancro, mia suocera
La connessione “Rigel” e la differenza tra “Lost” e “affondato”. “Per Greenpeace e la Procura di Palermo c’è una connessione tra Comerio e una nave “Rigel” scomparsa presso l’isola di Ustica. Il motivo? Dentro una delle agende del signor Comerio è stata scritta la frase ‘perso la navè nella settimana nella quale sembra scomparsa una nave nei pressi di Ustica .. In effetti il signor Comerio a quel tempo perso il traghetto dalla Gran Bretagna alla Francia. (Vela da St. Peter Port – Guernsey – a St. Malo – Francia). Era abbastanza difficile da spiegare che “perso” non significa “sommerso” .. Dopo mesi di indagini la connessione con Comerio è stata abbandonata”.
La morte di Ilaria e Miran ad oggi ha un solo responsabile, il miliziano somalo Hashi Om
ar Hassan condannato nel 2000 a 26 anni di reclusione, accusato da un solo testimone Ali Rage Hamed detto ‘Jelle’, su cui ci sarebbero non poche ombre.
La morte di Ilaria e Miran è, inoltre, ancora senza movente, ancora senza un mandante, mentre la commissione parlamentare di Inchiesta nel 2006 è giunta, non unanimemente, alla conclusione per la quale nessun altro responsabile esiste, sostenendo addirittura incidentali le cause dell’assassinio, effetto non premeditato di un tentativo di sequestro o di rapina. Dunque nessuna verità scomoda sarebbe stata, secondo questa ricostruzione, scoperta da Ilaria e Miran.
L’ipotesi dell’omicidio commissionato per assicurarsi il loro silenzio, da sempre è stato comunque sostenuto anche dai genitori di Ilaria.
Altre ombre provengono dal passato ed i misteri si moltiplicano.
Il giornalista trapanese di Radio Tele Cine Mauro Rostagno, fondatore con Francesco Cardella della comunità di recupero di tossicodipendenti Saman, è rimasto freddato da quattro colpi di fucile calibro 12 e due di pistola calibro 38, il 26 settembre 1988. Ha pagato con la vita, anche lui, la continua denuncia di intrecci tra cosa nostra, politica e massoneria. Arriva dopo 26 anni di indagini la conferma della matrice mafiosa del suo assassinio,
Come gli appunti di Ilari Alpi, dopo il delitto scomparirono anche le videocassette contenenti le immagini che Mauro avrebbe girato all’aeroporto militare dismesso di Trapani. Le cercano la sorella Carla e la figlia Maddalena. Qui puntualmente il posto di cibi e medicinali scaricati da una pancia di aereo veniva occupato da un carico di armi destinate alla Somalia. Giunto a destinazione nel porto di Bosaso, si eseguiva l’accordo. Dietro una baraccopoli atterrava una aereo mentre una gru sollevava dalla stiva del peschereccio Kaloa una rete colma di bidoni poi caricati su un furgone. Su di essi un triangolo giallo con un teschio e le ossa incrociate. Immagini incandescenti come quelle girate in Somalia, al porto di Bosaso ed aventi a oggetto questa volta il peschereccio Kaloa. Siamo nel 1994.
L’equipaggio è cambiato, ma non il contenuto del carico e a fare le riprese è Miran Hrovatin accompagnato da Ilaria Alpi. E’ il 20 marzo, il più crudele dei giorni per Ilaria e Miran. Come quella notte a Trapani nel 1988 per Mauro, anche la morte di un uomo del Sismi, servizio segreto militare italiano, impegnato tra il 1987 ed il 1990 presso la struttura di Gladio operante a Trapani (il centro Scorpione). Vincenzo Li Causi cadde a Balad, in Somalia pochi mesi prima di Ilaria e Miran, durante la missione Ibis II. Pare che lui sia stato l’informatore in materia di traffici illeciti di Ilaria Alpi.
Il mistero si infittisce e le morti, come le vite, di quel periodo potrebbero essere legate. Legate da un filo di verità che il sacrificio di tanti ha reso meno sconosciuta e meno lontana, alimentando una coraggiosa speranza. E’ un dovere portarla pienamente alla luce.




