
di Anna Foti – Ruderi che diventano teatro di rievocazioni, luoghi del passato che si raccontano, senza esaurire ciò che hanno da offrire alla memoria collettiva.
Tra l’abbandono ed il riscatto, tra l’oblio e la voce ostinata della storia, vive sospeso l’apogeo agatino, Agatholithos, come lo ha battezzato il suo scopritore, professore Giuseppe Marino. A 400 metri sul livello del mare, sorgeva, infatti, l’antica città di Motta San’Agata, che oggi domina le frazioni reggine di San Salvatore, Cataforio e Mosorrofa, Vinco, Pavigliana ed Armo, nel comune di Reggio Calabria.
Nell’antica geografia delle fortificazioni di Reggio Calabria, Motta Sant’Agata era una delle sei Motte localizzate nella fascia del comprensorio reggino che va da Capo d’Armi a Gallico (M. S. Quirillo, M. S. Giovanni, M. S. Aniceto, M. Anomeri, M. Rossa), tutte rispondenti al modello di insediamento bizantino del “Castron” , con castello e borgo sottostante, strategicamente individuate per dominare grandi porzioni di territorio e agevolare tra esse le segnalazioni di pericolo.
Con il nome di Agata, giovane donna siciliana vissuta nel Duecento e divenuta Santa, buona e nobile di spirito come l’etimologia greca del suo nome celebra, questa rupe si arricchì di un monumento alla memoria, proprio il 5 febbraio (Sant’Agata) del 1983, duecento anni dopo il terremoto che il 5 febbraio 1783 devastò la Calabria e rase al suolo anche le chiese e i manufatti presenti sulla guglia costeggiata dall’omonimo torrente (la cosiddetta ‘fiumara della preistoria’), un tempo pescosissimo di trote e di anguille.
Il monumento è stato posto in prossimità del rudere più significativo e tra i primi ad essere indagato nell’antica città, ossia quello della Chiesa proto papale di San Nicola. Accanto ad esso, la cosiddetta rinascita Agatense, scandita da diverse iniziative della Pro Loco di San Salvatore, anche con la collaborazione dell’associazione l’”Antro di Thelema”, ha favorito il cammino sulle tracce di ciò che è rimasto nella lingua di terra a picco sulle sponde calabro-sicule e compresa tra l’antica porta di marina e l’antica porta di terra. Avviato un approfondimento della conoscenza della Chiesa di San Basilio, di età medievale, delle stratificazioni nelle aree adiacenti, dell’affresco del Santo sulla parete. Fonti archivistiche riportano la presenza di due cripte, identificate come una cisterna di età romana.
Fascino e storia da riscoprire tra questi ruderi che oggi occupano la zona collinare del monte Suso e che un tempo contava oltre duemila abitanti; uno scrigno di tesori e ricchezza archeologica, vestigia di una Reggio e di una Calabria tutte da riscoprire.
A distanza di quasi trent’anni dall’ultimo intervento eseguito nel 1983, nel 2012 una campagna di scavi sull’apogeo agatino è stata allestita, nell’ambito della XIV settimana della Cultura del Mibac, da Italia Nostra, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e la Pro Loco di San Salvatore.
Poco rimarrebbe del periodo normanno e svevo, ma invece molto del periodo angioino e aragonese in cui Motta Sant’Agata fu quasi sempre immune al giogo feudale e godeva dell’autonomia municipale. Il periodo di massima espansione fu il diciassettesimo secolo in cui il suo dominio fu significativo e il suo regno si estendeva a nord fino alla fiumara Calopinace e a sud fino alla fiumara di Armo. Dopo la catastrofe sismica del 1783, Ferdinando II stabilì la ricostruzione del sito nell’odierna Gallina. Molti non vollero trasferirsi e la considerarono una colonia fallita.
Silenziosamente le suggestioni, le fiaccole, i profumi della natura testimoniano che la storia di Motta Sant’Agata, in quanto una delle storie di questa terra, non può essere dimenticata. Da quel promontorio ancora così desideroso di raccontarsi, si rinnova un accorato appello per una rinascita. Qui ciò che resta si propone come suggestiva cornice per il racconto della Storia di Reggio, per debellare l’attuale e colpevole ‘vacatio memoriae’ .
Tanti gli appelli più volte lanciati da chi questo territorio lo ha voluto riscoprire attraverso un’instancabile e appassionata opera di indagine, documentazione e di promulgazione, come quello dello stesso professore Giuseppe Marino, del professore Orlando Sorgonà e di molti suoi collaboratori tra cui Valeria Varà. Tanti sono stati i volontari che hanno dato un contributo qualificato alla riscoperta di questa vallata dimenticata.
L’ascolto delle parole di questa storia dimenticata spezza un silenzio che si protrae da oltre due secoli; scardina un’indifferenza colpevole di avere tradito inspiegabilmente la ricchezza, il fermento e la floridezza di tempi andati e bruscamente interrotti dal sisma del 1783; educa quella memoria, altrimenti dispersa, a esplorare le sue pieghe più antiche e dimenticate.
Tra queste pieghe vi sono anche le “pietre buone”, le “pietre Agatine” della antica città di Motta Sant’Agata, evocativa vallata e suggestiva finestra reggina sullo Stretto che Virgilio, già nel primo secolo A.C., descriveva così:‘…questi or due tra lor disgiunti lochi, eran di prima un solo….’ .




