
di Anna Foti – “Abbandonammo tutto e scappammo dalla fame cui il destino “titino” ci condannava”, racconta Lidia Muggia esule istriana, presidente onorario del comitato
10 febbraio di Reggio Calabria, oggi residente a Pellaro con la famiglia e che instancabilmente testimonia l’orrore delle foibe, il dramma di quegli anni a cui è sopravvissuta.
Incastonata con il sangue nell’epoca dei nazionalismi, l’intolleranza nei confronti degli italiani in terra d’Istria, Dalmazia, Trieste e Fiume, sfociò in un massacro ignorato dalla Storia e gravemente strumentalizzato. Fosse scavate nel Carso, regione comune ad Italia, Slovenia e Croazia, le foibe erano inghiottitoi naturali, lontani dall’essere tali solo in apparenza, dove vennero gettati ventimila italiani (forse anche più!), molti dei quali ancora vivi, torturati e massacrati dai partigiani di Tito negli anni tra il 1943 e il 1945. La complessità della storia, la sua assurdità. Mentre l’Italia si accingeva a vivere un nuovo capitolo, liberata per mano degli Alleati dall’occupazione nazista, mentre finiva la Seconda Guerra Mondiale a Trieste, solo dal 1954 provincia esclusivamente italiana, e in Istria, solo dallo stesso anno sotto la piena amministrazione jugoslava, si consumava una tragedia che ebbe i contorni netti e drammatici di una pulizia etnica per mano dell’Armata Popolare di Liberazione della Yugoslavia.
Tra i deportati verso le foibe ci furono anche uomini calabresi, come si legge nell’elenco delle 1048 anime tradotte forzatamente in Slovenia nel maggio del 1945; vite strappate nella Gorizia occupata da Tito. Le anime che non fecero mai ritorno a casa furono quelle dei carabinieri Pasquale Pellegrino ed Umberto Abate, rispettivamente di Falerna (Catanzaro) di San Lucido (Cosenza), del civile Gregorio Malena di Rossano (Cosenza), dei fratelli Mario e Oscar D’Atri di Castrovillari (Cosenza), rispettivamente esercente e sergente maggiore dell’Esercito. In quella lista nera come la tenebra ci sono anche i nomi dell’agente di pubblica sicurezza Giuseppe Crea di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), Michele Lubrano di Radicena (Reggio Calabria), portato via dal carcere di Monfalcone prima di scomparire, Severino Quartuccio, nato a Chorio (Reggio Calabria).
La violenza e la morte non hanno, inoltre, risparmiato il caporale bersagliere Antonio Muraca (o Muracca), ucciso a Tolmino (Slovenia), Giacomo Spezzano, guardia di pubblica sicurezza scomparso da Gorizia il 10 settembre 1944, entrambi di Reggio Calabria, l’appuntato dei carabinieri Gaetano Mirenzi di Vazzano (Vibo Valentia), arrestato il 5 maggio 1945.
Spezzare il silenzio per condurre le coscienze anche in quelle pieghe più vergognose della Storia. Questa la missione della memoria di eventi drammatici, questo il compito necessario del ricordo dell’offesa che da lontano ci richiama ad una consapevolezza che è dovere, ad un’indignazione che è segno di quella civiltà libera da ideologie ma capace di guardare alla propria Storia. Quella civiltà che dovrebbe sempre porsi a servizio della verità, spesso ridotta in brandelli, difficile e dolorosa da ricostruire, e di quella giustizia, tardiva ma pur sempre l’unica possibile. Solo da qualche anno, dal 2004, alla memoria è stato consentito di far riemergere quella storia vissuta ma troppo poco raccontata, del dramma delle Foibe. Una legge ha infatti istituito “Il giorno del Ricordo”, mentre si concludeva un processo, senza colpevoli, nei confronti di Oscar Piskulic e Ivan Motika, non processati perchè non estradati e non perchè innocenti. Fu indicato il 10 febbraio, il giorno in cui venne firmato il Trattato di pace nel 1947 Parigi e fu sancita la cessione di quelle terre alla Jugoslavia. In quell’anno, dalla città di Pola (Istria- Croazia) il 90% della popolazione divenne esule e perse ogni cosa. La memoria è necessaria ma non si creda che essa possa neanche lontanamente sopperire ad una giustizia che avrebbe dovuto essere in grado di ricostruire la verità e consegnare a quella Stessa Storia i responsabili. Crimini contro l’Umanità rimasti impuniti.
Non mancano le teoria negazioniste e le strumentalizzazioni con cui si cerca di intagliare gli eventi all’interno di una violenta reazione alle brutalità fasciste, ascrivendo a questa pagina vergognosa un numero di vittime notevolmente inferiore. Invece le radici di quell’odio etnico non promanavano solo da un passato di assimilazione forzata delle minoranze etniche in epoca fascista. La questione era molto più complessa e poggiava anche sull’annessione di parte della Slovenia per mano delle truppe italiane dopo il colpo di stato di Belgrado nel 1941, sulla feroce e violenta guerriglia che scoppiò tra slavi e italiani mentre cresceva la tensione tra comunisti e tedeschi in est Europa nello stesso anno. Le atrocità furono reciproche e la repressione delle truppe italiane cruenta, specie a seguito della nascita di movimenti di resistenza. Sarà l’armistizio del 1943 a segnare l’inizio dell’ingresso delle truppe tedesche a Trieste intanto in tutta la Venezia Giulia – Trieste, Gorizia e Fiume – i partigiani di Tito sopprimevano centinaia di italiani tra cui Norma Cossetto, medaglia d’oro al Valore Civile cui è intitolata una targa presso l’area archeologica “Griso- La boccetta”, in via Torrione a Reggio, oggi in stato di abbandono. Fu un genocidio.
Terribile fu anche la sorte della Dalmazia, oggi distribuita tra Croazia, Bosnia Erzegovina e Montenegro, occupata nel 1944 dalla Jugoslavia che nei mesi successivi avrebbe puntato all’annessione della Venezia Giulia. Nel 1945 infatti i massacri si estesero a tutta la Venezia Giulia. Migliaia le persone scomparse. Centinaia di migliaia gli esuli. Uomini uccisi, donne abusate e poi gettati in queste fosse in un feroce progetto di eliminazione degli oppositori politici e di affermazione ad ogni costo del dominio slavo.
Cittadini perseguitati perché italiani, in minoranza anche di nazionalità slovena e croata, tedesca e ungherese, tanti abitanti dell’Istria, della Dalmazia, di Fiume, di Trieste, di Gorizia; furono migliaia i cadaveri occultati di cui il governo De Gasperi chiese lumi a Tito che mai smentì anche se non vi fu mai collaborazione per le successive inchieste. Centinaia di migliaia le persone costrette a lasciare la loro casa e la loro patria, centinaia di migliaia gli esuli, 20 mila quelle che pagarono con la vita.
L’amnistia Togliatti del giugno 1946, l’amnistia e l’indulto per i reati politici commessi entro il giugno del 1948 approvata dal Governo Pella impedirono di fatto i processi di accertamento delle responsabilità di quella che fu un’esecuzione di massa per mortivi etnici, ascrivibile a crimine contro l’Umanità
Nel 1922 fu istruito un processo in Italia contro alcuni responsabili dei massacri. Ma sotto il manto di una geografia non ancora definita e di confini che dopo la Guerra sarebbero cambiati, fu negata la competenza italiana dei giudici. Insomma il massacro è rimasto impunito.
Oggi, almeno, si esce dalla congiura di un silenzio. Oggi finalmente il sacrificio di tanti italiani è stato ricordato, la loro storia è divenuta storia e quella vergogna, una vergogna di tutti. Esistono ancora delle contaminazioni etniche tra Slavi ed Italiani che le leggi tutelano come ricchezze. Ad esempio in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, leggi sostengono e tutelano la minoranza italiana che ricade in territorio istriano.
Un tempo, invece, migliaia furono le persone italiane di sangue, lingua, cultura, alcuni di nazionalità altra, che scomparirono vittime di quei confini ancora indefiniti e delle ‘ragioni’ spesso folli ed incomprensibili che l’Uomo infligge alla Storia. Centinaia di migliaia furono gli esuli anche calabresi che, anche solo con la memoria di uno di noi oggi, saranno sempre e ovunque meno soli.




