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Memorie – Beppe Alfano, Pippo Fava e Mario Francese: l’inchiostro ed il sangue

18 Luglio 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 8 minuti
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doveredicronaca
di Anna Foti –
Ci sono luoghi in cui essere cittadini onesti significa sacrificare tutto e chi impugna una penna per professione o per passione non può sottrarsi

all’esercizio anche e soprattutto con essa della propria onestà. La Sicilia è tra questi luoghi meravigliosi e al contempo maledetti. Sono stati troppi i suoi intellettuali fermati dalla ferocia di Cosa Nostra e dall’indifferenza delle istituzioni.

Ricordiamo, tra i tanti, tre momenti di questa mattanza che macchiano gennaio di rosso sangue: il 5 gennaio 1984 quando a Catania cinque proiettili calibro 7.65 raggiungono fatalmente la nuca dello scrittore giornalista Giuseppe Fava, considerato il primo intellettuale ucciso da Cosa Nostra; l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina con l’assassinio di Beppe Alfano, raggiunto da tre proiettili calibro 22; il 26 gennaio 1979 quando davanti alla sua casa a Palermo viene assassinato il giornalista Mario Francese.

Giuseppe Aldo Felice Alfano, conosciuto come Beppe, con la penna denunciò quello stesso malaffare di Barcellona Pozzo di Gotto e pagò con la vita la sua determinazione. Una coraggiosa lotta alla mafia. Nessuna verità definitiva. Una famiglia che difende la memoria. L’indifferenza, a volte degenerata anche in infamia, che batte sempre sul tempo la giustizia e punisce doppiamente le vittime ancora prima che i tribunali condannino i responsabili. La storia purtroppo si ripete. Sono trascorsi ventuno anni da quella sera dell’8 gennaio 1993, quando via Marconi di Barcellona Pozzo di Gotto, cittadina di quarantamila abitanti nella provincia di Messina, diventa teatro di morte. Quando nella sua Renault 9, il professore con la passione per il giornalismo, Beppe Alfano, militante di destra prima in Ordine Nuovo e poi nel Movimento Sociale Italiano, collaboratore dell’emittente radiofonica locale Radio Tele Mediterranea, corrispondente per il quotidiano catanese La Sicilia che neanche si costituirà parte civile nel processo, viene freddato da tre colpi di pistola. Si dovettero attendere anni prima dell’individuazione della pista del delitto mafioso, dopo i tentativi di infamare la memoria la sua memoria, ostinatamente difesa da Sonia Alfano, con le ipotesi di delitto passionale e assassinio per debiti di gioco.
Invece Beppe aveva scoperto dove si nascondeva il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, detto “u licantropo”, latitante dal 1982, conosciuto a Barcellona Pozzo di Gotto come zio Filippo e aveva uno dei suoi covi al numero 75 di via Trento, la stessa via dove Beppe viveva con la famiglia la numero 42. Nitto Santapaola, tra i principali indagati  per la strage di via Carini del 3 settembre 1982 in cui furono uccisi il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, viene arrestato pochi mesi dopo e condannato per la strage di Capaci, per quella di via D’Amelio, per l’omicidio del sindaco Vito Lipari e per quello del giornalista Giuseppe Fava.

Il contesto in cui matura l’omicidio porta già i segni drammatici dell’omicidio di Graziella Campagna a Villafranca Tirrena nel dicembre del 1985 e di altro sangue innocente versato*. I processi sono quattro e vengono celebrati tra le due sponde dello Stretto, tra Reggio Calabria e Messina. Un collaboratore, Maurizio Bonaceto, diceva di aver visto e poi ritratta. Un mandante viene condannato a 30 anni di reclusione dalla Cassazione nel 1999, dopo l’assoluzione in primo grado: è il boss Giuseppe Gullotti; è colui che consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci e uomo di fiducia dell’allora latitante Santapaola. Poi una pioggia di assoluzioni tra cui quella dell’altro presunto mandante Antonino Mostaccio, presidente dell’Associazione Assistenza ai Disabili (Aias) sul cui dubbio patrimonio, Alfano aveva scritto per denunciare. Condannato in via definitiva nel 2006 anche l’esecutore materiale Antonino Merlino, il cui processo è stato caratterizzato da un’altalena con due sentenze di condanna in primo e secondo grado poi seguite da due annullamenti in Cassazione e due nuovi giudizi sfociati in una condanna definitiva nel 2006.

Intanto le dichiarazioni del pentito Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra che confessò agli inquirenti oltre ottanta omicidi  tra cui quello dello stesso direttore de I Siciliani Pippo Fava, gettano luce su altra zona d’ombra nell’ambito della quale la penna di Beppe Alfano aveva cercato di fare chiarezza. Accanto allo scandalo Aias, infatti le inchieste giornalistiche di Alfano avevano spaziato anche sul commercio di agrumi sul litorale tirrenico messinese in cui erano implicati interessi economici dei Santapaola e di alcuni imprenditori legati alla massoneria. Se dunque questa nuova pista sembrava escludere lo scandalo Aias, su cui si erano orientate le indagini dei pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali, non la stessa indulgenza poteva riservarsi all’estraneità di Cosa Nostra dalla mente e dalla mano del delitto. E’ proprio Avola a fornire ai sostituti procuratori catanesi Amedeo Bertone e Nicolò Marino il nome di Giovanni Sindoni, potente massone in affari con il clan Santapaola per un traffico di arance che frodava, prassi illegale consolidata nel Mezzogiorno, le sovvenzioni agroalimentari dell’Unione Europea. Quattro processi, due condanne definitive per l’omicidio di Beppe Alfano ed ancora molti misteri.

Una vicenda complessa perché profondamente radicata al Sud dove dietro un’apparente stasi si celano in realtà attività di spessore criminale notevole. Attività che Alfano, arrivato anche a denunciare il commercio di uranio impoverito e traffici di armi, cercava di portare alla luce. Il tutto mentre si ostinava a sottolineare che la provincia messinese era solo impropriamente definita “babba” (libera dalla presenza mafiosa nel gergo di Cosa Nostra), poiché era invece zona franca per latitanti e traffici consolidatisi grazie a quell’artefatto silenzio.

Nel gennaio di qualche anno prima un altro siciliano coraggioso avrebbe pagato con la vita la denuncia di verità scomode. Anche la penna coraggiosa di Giuseppe Fava, noto come Pippo, è stata fermata dal crimine di Cosa Nostra. Ciò accadeva trenta anni fa, il 5 gennaio del 1984, a Catania. Pippo Fava aveva diretto il Giornale del Sud e fondato I Siciliani, secondo giornale antimafia dell’isola. Saggista e sceneggiatore, intellettuale di spicco nella Sicilia del secondo Dopoguerra. Fece della scrittura per il teatro, ma non solo, e del giornalismo le sue principali attività, trasponendo sulla scena molti dei suoi scritti e collaborando con numerose testate nazionali. Denunciò già nel 1981 il traffico di droga gestito nel capoluogo etneo da Cosa Nostra perché sapeva che oppio fosse la mafia nella sua terra e perchè non avrebbe potuto essere complice di un’indifferenza che uccideva libertà e giustizia, come scrisse nel suo famoso editoriale “Lo spirito di un giornale” sul Giornale del Sud.

“ Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo “ – Pippo Fava. “Lo spirito di un giornale” 11 ottobre 1981.

La verità sul suo omicidio condanna nel 1998 il boss Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, ritenuti i mandanti del delitto, Maurizio Avola, pentito chiave nel processo per il delitto Alfano, quale esecutore materiale. L’ultimo processo chiude i battenti nel 2003 con la conferma dell’ergastolo per Santapaola, Ercolano e la condanna a sette anni patteggiati per Avola e dopo l’assoluzione nel 2001 di Marcello D’Agata e Franco Giammuso, condannati in primo grado all’ergastolo.

Il 28 dicembre 1938, nell’ultima intervista ad Enzo Biagi (trasmissione Filmstory su Rai Uno) Giuseppe F
ava illustrava il fenomeno mafioso, ancora sconosciuto ai più, e la sua implicazione con il potere politico ed economico: « Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante… ».
Il cognome non mente, come il sangue. Così Claudio, suo figlio, raccoglie il testimone della battaglia indifferibile e coraggiosa del padre Giuseppe non solo nella redazione de ‘I siciliani’ ma anche nella scrittura per il teatro e per il cinema. Deputato europeo e coordinatore nazionale di Sinistra Democratica, Claudio Fava, giornalista professionista, dal quel 5 gennaio 1984, quando suo padre Giuseppe venne ucciso, ha assunto la direzione de “I Siciliani” trasformando questa rivista in un laboratorio di nuova cultura della legalità e dell’impegno antimafioso.
Una scrittura impegnata come era quella del padre Giuseppe, noto come Pippo, di cui in scena, grazie anche a compagnie calabresi giovani e promettenti come ‘Il Carro di Tespi’ nel 2010, vanno ancora opere come ‘La violenza’. La storia, ambientata in Sicilia, si snoda attorno all’assassinio di un giovane sindacalista per approdare alla contrapposizione tra la figura della madre e degli uccisori del figlio in un contesto di mafia rurale. Uomini e donne combattono quel male che lui più volte aveva denunciato in altri scritti per il teatro, come nei suoi articoli. Uomini che la Sicilia ha sacrificato sull’altare di una lotta, ancora oggi impari, consegnandoli alla memoria collettiva. Sono tanti e tra questi Placido Rizzotto, Pio La Torre, Giuseppe Impastato, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Gaetano Costa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Mario Francese, Mauro De Mauro, Beppe Alfano e Pippo Fava.
La scrittura di Giuseppe Fava non si scindeva mai, come avrebbe potuto, dal suo impegno perché “La mafia è solo un pretesto teatrale, una macchina di scena per raccontare la tragedia delle creature umane nel nostro tempo: la violenza ovunque nel mondo, in tutte le sue forme: la sopraffazione, l’odio, l’ignoranza, la paura, il dolore, la corruzione

Legato ai destini di Pippo Fava e Beppe Alfano, all’integrità della coscienza prima che la brutalità di Cosa Nostra, c’è anche un altro cronista siciliano: Mario Francese ucciso davanti alla sua casa a Palermo il 26 gennaio 1979.
Acuto e coraggioso, le sue inchieste andavano a fondo nelle vicende di mafia degli anni Settanta in Sicilia. Si occupò delle famiglie e dei capi di Corleone come Luciano Liggio e Totò Riina, condannato per il suo omicidio con Leoluca Bagarella, esecutore materiale del delitto, Raffaele Gangi, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano. Dopo avere iniziato come telescriventista dell’Ansa, scrive per il quotidiano La Sicilia e poi viene assunto nell’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana. Lascia questo incarico per dedicarsi a tutto campo al mestiere di cronista che intanto aveva nuovamente intrapreso sulle colonne de Il Giornale di Sicilia. Approda alle vicende di mafia, occupandosi di cronaca giudiziaria e non si sottrae, va a fondo. Evidentemente troppo a fondo. Suo figlio Giuseppe, bimbo all’epoca dell’omicidio del padre, eredita la sua passione per il giornalismo e porta avanti la causa di giustizia.  Mario Francese, ucciso da Cosa Nostra all’età di 54 anni sarebbe stato raggiunto del figlio soltanto trentaseienne che nel 2002 si suicida in casa.  Grazie al suo archivio di articoli ed inchieste del padre, il processo per la morte del padre, nel cui ricordo aveva vissuto, arriva a sentenza.

* Da L’Unità del 3 marzo 2003
Tratto da un articolo di Carlo Lucarelli
Nel 1986, a Terme Vigliatore, vicino a Barcellona, torna Pino Chiofalo, detto “u’ seccu”. “U’ seccu” si è fatto tanti anni di galera, ma adesso è uscito e vuole la sua parte. Pino Chiofalo fa parte della piccola mafia che vuole emergere, fuori dalle regole e dal controllo di Cosa Nostra e quello che compie con i suoi 200 mila uomini, a Barcellona, è un vero e proprio bagno di sangue. Girolamo Petretta, storico referente delle famiglie palermitane, ammazzato nel novembre dell’87, Franco Emilio Iannello in marzo, Carmelo Pagano in luglio, Francesco Ghitto in dicembre. Quindici giorni dopo la morte di Francesco Ghitto c’è un blitz della polizia. Pino Chiofalo è a Pellaro, in provincia di Reggio Calabria , impegnato in un summit con i suoi luogotenenti, praticamente tutto lo stato maggiore della sua “famiglia”. La polizia arriva, a colpo sicuro, e li arresta tutti. “U’ seccu” finisce dentro di nuovo, si prende l’ergastolo e resta in carcere fino al ’95, quando comincia a collaborare con la giustizia. Ammette la responsabilità di tutti gli omicidi di quella sanguinosa guerra di mafia, ma accusa alcuni magistrati e alcuni esponenti delle forze dell’ordine di essere d’accordo con la cosca avversaria, sostenuta direttamente dal boss catanese Nitto Santapaola, che li avrebbe usati per toglierlo di mezzo in maniera pulita. Tolto di mezzo Chiofalo, la situazione si normalizza. Molti dei suoi passano con lo schieramento vincente e arrivano gli appoggi della cosca di Santapaola. Il capo dell’ala militare, l’uomo forte di Barcellona, il referente di Nitto Santapaola, diventa un giovane di buona famiglia, Giuseppe Gullotti.

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