
di Anna Foti – Dalla Calabria alla Liguria per scoprire la verità sui traffici di rifiuti tossici e radioattivi. Faceva solo il suo lavoro ed era bravo nel farlo.
Il suo destino fu impietoso e quella verità è ancora oggi in gran parte rimasta sconosciuta. Era un uomo pieno di Fede che nella vita avrebbe amato la propria famiglia e il proprio lavoro fino al punto da sacrificare tutto il resto; un uomo che, dopo la morte, avrebbe continuato a vivere ben oltre quelle targhe, di cui si perde il conto, e quei riconoscimenti di cui spesso, in assenza di verità, si disperde il senso.
L’uomo è il capitano di Corvetta Natale De Grazia, morto il 13 dicembre 1995 per un improvviso arresto cardio – circolatorio. Aveva 39 anni. Le prime perizie attestarono un decesso per cause naturali. Nuovi elementi in questo scenario furono introdotti solo lo scorso febbraio.“Per esclusione di altre cause sulla morte del capitano Natale De Grazia, l’unica causa possibile con gli elementi medico-legali è la causa tossica”, con queste parole il presidente della commissione Ecomafie, Gaetano Pecorella, anticipava le conclusioni della relazione della stessa commissione sulle Navi dei Veleni avrebbe ufficializzato nei giorni a seguire, commentando l’approvazione della relazione da parte della stessa commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dello smaltimento dei Rifiuti.
Fu lo stesso presidente Gaetano Pecorella a stigmatizzare alcuni elementi di estrema importanza nella vicenda laddove ricordò che “De Grazia svolgeva indagini di grande importanza sul traffico di rifiuti radioattivi e pericolosi, che c’erano interessi significativi, anche di stati esteri e che già c’era stato un tentativo di spostare De Grazia ad altri uffici; tentativo poi bloccato dagli stessi magistrati (….) materiale di indagine su De Grazia, contenuto nei fascicoli processuali, è stato sottratto e che si sono perse le tracce del certificato di morte di Ilaria Alpi che De Grazia aveva trovato nel corso di una perquisizione”.
Nella perizia a firma di Giovanni Arcudi, direttore del dipartimento di Medicina Legale dell’Università Tor Vergata di Roma si leggeva, allora come oggi, nero su bianco che il decesso del capitano Natale De Grazia, morto il 13 dicembre 1995 mentre si recava a La Spezia per indagare sull’affondamento di navi utilizzate per lo smaltimento di scorie radioattive anche nei mari calabresi, non era avvenuta per cause naturali.
Si riaccese allora l’appello, in realtà mai sopito, di Legambiente per chiedere verità sulla sua morte, anche e soprattutto alla luce degli esiti della vicenda, dopo l’invio della nuova perizia alla Procura di Nocera Inferiore per una riapertura del caso: il procuratore Giovanni Francesco Izzo dichiarò di non ritenere gli elementi di nuova conoscenza utili e sufficienti per riaprire il caso. Si è ancora in attesa della pronuncia del giudice.
Una morte per cause tossiche, dunque, che spunta fuori dopo quasi 18 anni e che rischia di rimanere solo il brandello di un’illusoria verità mai raggiunta. Dopo questa svolta, a rischio di inconcludenza, nei giorni scorsi, in occasione della conferenza stampa, Nuccio Barillà, della segreteria nazionale dell’associazione del cigno verde, ha rilanciato la proposta, rimasta tale, di intitolare il lungomare di Gallico, dove Natale De Grazia viveva con la moglie Anna Vespia e i due figli Giovanni e Roberto. Solo lo scorso agosto, e dopo l’accertamento tardivo di una morte non naturale, il ministero dello Difesa ha riconosciuto Natale De Grazia come vittima del dovere, in forza del DPR 243 del 2006 che ha esteso ai familiari delle vittime del dovere i benefici dei familiari delle vittime di mafia e di terrorismo. In particolare è stato riconosciuto il nesso di causalità tra l’arresto cardio – circolatorio e le specifiche condizioni ambientali di missione, dunque l’infarto è stato dichiarato riconducibile a causa di servizio.
Da quel viaggio in terra ligure, il capitano De Grazia non sarebbe più tornato. Un malore improvviso e fatale lo avrebbe colto. Natale ha lasciato la moglie Anna e due figli, Giovanni e Roberto, ed una comunità che non lo ha dimenticato e che in diverse occasioni lo ricorda per il suo valore, la sua dedizione, il suo appassionato rapporto con il mare per difendere il quale indagava sui veleni. Marito e padre speciale, preoccupato ma mai arrendevole; un uomo che non si è mai risparmiato sul lavoro e che è morto adempiendo al proprio dovere, rappresentando oggi un illuminato esempio di integrità e coraggio, ed al contempo di semplice straordinarietà. Nel 2004, la moglie Anna Vespia, ha ricevuto dalle mani dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, la medaglia al Valore Civile alla sua Memoria.
Mentre Reggio Calabria, nonostante concorsi e riconoscimenti, si attarda nel riconoscere valore al suo ricordo ed al suo impegno, il comune di La Spezia, lo scorso marzo, ha deliberato, su proposta del capogruppo di Rifondazione Comunista in Consiglio comunale Simona Cossu, il conferimento della cittadinanza onoraria al capitano reggino Natale De Grazia che, nella sua ricerca di verità, nella città ligure non arrivò mai.
Anche a La Spezia ci si sofferma su quegli oscuri anni Novanta, ancora carichi di ombre, in cui si colloca anche l’assassinio nel 1993 del sottufficiale del Sismi Vincenzo Licausi, informatore della giornalista Ilaria Alpi sul traffico di armi e rifiuti tossici, a sua volta assassinata con il collega operatore Miran Hrovatin a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Venute meno, nell’arco di tre anni, voci evidentemente scomode sui rifiuti tossici e di armi cui potrebbe essere legata la storia della motonave Jolly Rosso, salpata proprio dal Porto di La Spezia e spiaggiatasi in provincia di Cosenza nel dicembre del 1990 su cui indagava il capitano De Grazia.
Il porto di La Spezia si poneva nell’ambito di questi oscuri intrecci come il crocevia di veleni rimasti ancora oggi avvolti nelle nebbie e nel mistero: tante le navi cariche di fusti che partivano negli anni Ottanta – Novanta per l’Africa, come la Jolly Nero, o che arrivavano con carichi sospetti come, nel gennaio del 1989, da Beirut la già nota Jolly Rosso e sempre dal Libano nel marzo 1994 la Jolly Rubino, con materiale ferroso proveniente dall’ex unione sovietica e destinato al Sudafrica. Un porto di presunto stoccaggio di rifiuti tossici e radioattivi.
In questi 18 anni Legambiente, WWF ed il comitato civico Natale De Grazia – costituitisi parte civile nel processo, istruito dalla Procura di Paola sotto la guida di Bruno Giordano, in corso per disastro ambientale ed avvelenamento delle acque del torrente Oliva ad Amantea (CS) – hanno tenuto alta l’attenzione sulla storia di Natale De Grazia come sui traffici su cui indagava.
Le verità di cui si è alla ricerca sono ancora molte, complesse, intricate e legate tra loro. De Grazia potrebbe avrebbe potuto rivelarsi un consulente insidioso perchè era integro, serio, responsabile e vicino a scoprire qualche scomoda verità, forse già intuita, e a trovarne le prove.
Natale De Grazia morì il 13 dicembre 1995. Dopo cinque anni, nel 2000, quelle stesse indagini reggine si sarebbero interrotte con un’archiviazione e nessun esito ci sarebbe stato.
Il capitolo potrebbe essere chiuso, nonostante le contraddizioni riscontrate nelle dichiarazioni rese dal pentito Francesco Fonti, deceduto per cause naturali nel dicembre 2012, e il naufragio del caso Cunsky, su cui tuttavia i misteri non finiscono. Avrebbe dovuto essere stata demolita nel porto indiano di Alang e dunque non avrebbe potuto essere affondata con i rifiuti a bordo. Tuttavia, circa questa avvenuta demolizione, non solo nessuna conferma pare essere mai pervenuta dalle autorità di Nuova Delhi che invece hanno inviato alla commissione Ecomafie del Parlamento italiano un documento che smentisce il fatto. E’ rimasto a lungo aperto il varco delle indagini sul torrente Oliva dove a lungo si è sospettato fossero stati interrati i fusti con rifiuti tossici mancanti all’appello nella spiaggiata Jolly Rosso e ad oggi c’è ancora il filone ligure ed un corposo dossier, intitolato ‘La Spezia, crocevia dei veleni – Vent’anni di misteri, di colpevoli silenzi e di nessuna verità’, a cui sta lavorato Legambiente per perorare la causa del prosieguo delle indagini in capo al tribunale di La Spezia. Dinnanzi al Gip spezzino pende infatti la richiesta di archiviazione dell’indagine sulle navi dei veleni avanzata dalla procura.
Utili potrebbero rivelarsi ulteriori desegretazioni di atti, come quella disposta nelle scorse settimane, grazie alle richieste di alcuni Parlamentari, dalla presidente Laura Boldrini e dalla presidente della Commissione Ambiente Marina Sereni, con riferimento all’audizione resa dal collaboratore di giustizia,Carmine Schiavone, nella seduta della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Già 16 anni fa Schiavone , sentito sui business della camorra nella gestione dei rifiuti, diceva che “Anche in Calabria era lo stesso (…) Tutti i clan, tutte le associazioni criminali erano interessate, perché si trattava di decine di miliardi all’anno nel libro mastro(….) So che c’erano navi e che qualcuna è stata affondata nel Mediterraneo…….Ricordo che una volta si parlò di una nave che portava rifiuti speciali e tossici, scorte nucleari, che venne affondata sulle coste tra la Calabria e la Campania”. Oggi la Campania si sta rivelando la terra dei fuochi di cui già parlava Schiavone nel 1997 per lo sversamento ed il rogo di rifiuti tossici. Della Calabria qualcuno, inascoltato, ha già parlato della terra e del mare dei veleni. Poche e coraggiose le indagini ed ancora molti i misteri, anche particolarmente dolorosi.




